La possibilità di sbagliare

È perlomeno curioso che proprio dove abbiamo il maggior numero di interazioni, sulle strade, sui marciapiedi e nei portici della città, facciamo trionfare la difesa di sé, il singolo, le esigenze personali e la totale assenza di comprensione per chi sta su un altro mezzo

di Nicola Longhi, genitore


Quando mi sono voltato la scena era quella della foto, con un particolare in più: sdraiato per terra ormai disarcionato dalla bici c’era S., a pochi centimetri dal muso dell’autobus.

È andata bene. Poteva andare peggio. Siete stati fortunati. Così si dice e ci si sente dire in queste occasioni e in parte è pure vero.

Invece no, non siamo stati solo fortunati. Siamo qui a raccontarlo perché dietro di noi, in via Saragozza, abbiamo avuto un autobus guidato da un autista che ci è rimasto dietro per un paio di centinaia di metri, poiché non c’erano le condizioni per il sorpasso. Lo ha fatto pazientemente, senza suonare, senza pressare, e quando S. è caduto da solo, non perché urtato (semplicemente perché in bici, a volte, si cade), andava talmente piano da essere in grado di fermarsi senza travolgerlo. Questione di centimetri. E di chilometri all’ora. E di gente che guida in città.

Sì, ma la gente deve lavorare, si dice.

Anche quell’autista stava lavorando (tutti peraltro lavoriamo e questo non è un motivo valido per autoassolversi nell’infrangere le regole). Eppure ha capito. Ha capito che non c’era spazio, che doveva aspettare, che non doveva mettere davanti le esigenze di puntualità all’incolumità delle persone che aveva davanti e sopra il mezzo che guidava. Ha capito che era in un luogo pubblico, la strada, dove non può trionfare l’egoismo che ci fa ripetere: «Io devo andare, io devo essere lì, io devo fare… nell’eterna coniugazione dei verbi alla prima persona singolare».

È perlomeno curioso che proprio dove abbiamo il maggior numero di interazioni, sulle strade, sui marciapiedi e nei portici della città, dove anche la nomenclatura ce ne ricorda il significato non solo metaforico (incroci, raccordi, intersezioni). Proprio lì facciamo trionfare la difesa di sé, il singolo, le esigenze personali e la totale assenza di comprensione per chi sta su un altro mezzo. Soli e incattiviti, nella nostra piccola caverna a quattro ruote, come se non fossimo mai, di volta in volta, pedoni, ciclisti o fruitori del trasporto pubblico.

E ancora più grave è come creiamo eventi pubblici per denunciare l’ansia dei nostri figli e la loro paura del fallimento quando poi, se fanno un errore, non c’è perdono. Se l’esempio conta più delle parole, è questo che insegniamo ai nostri figli: se ti sfugge la palla per strada e hai l’istinto di riprenderla, muori. Se sbagli ad attraversare mentre andavi al campetto, muori. Se cadi dalla bici in strada andando a scuola, muori. Chi non avrebbe ansia a questi patti?

Nella terra che ha ospitato Andrea Canevaro e tanti altri pedagogisti illuminati che ci hanno insegnato la pedagogia dell’errore, quando daremo ai nostri bambini e bambine una città in cui poter sbagliare? È una questione ben più importante del cercare qualche voto in più con dichiarazioni populiste, è talmente importante che meriterebbe la condivisione di tutti al di là del colore politico. È un futuro che conta molto di più del piccolo presente di chi deve andare.

Grazie Vincenzo, mi pareva questo il nome dell’autista quando ci siamo presentati negli attimi seguenti al concitato soccorso dopo l’incidente. Grazie di non aver investito mio figlio. Grazie di aver guardato al futuro. Di aver guardato avanti.


11 pensieri riguardo “La possibilità di sbagliare

  1. Mi riconosco nelle parole di questo signore e nel suo concetto di come può ed essere vivibile una città e di come un lavoro non può essere ridotto ad una caccia spietata al denaro ed alla fretta di “fare” (che cosa, poi?)!

  2. Il 70% degli spostamenti a Bologna e CM non sono per necessità lavorative, il 60% del totale sono inferiori ai 5 km per cui una velocità più o meno sostenuta non fa sostanziali differenze in termini di tempo.
    Viva #Bologna30

  3. Ho apprezzato tantissimo questo articolo, perché non cerca colpevoli, perché ha riconosciuto quanto ci sia dietro il lavoro in questo caso dell’ autista, perché ha riconosciuto che tutti possiamo sbagliare( anche i ciclisti).
    Perché in una città in pieno rifacimento ci sono tantissime tensioni e basta poco per dare fuoco, invece ha lasciato leggerezza! Grazie

  4. Come genitore prima e poi come psicopedagogista della scuola di A.Canevaro, concordo ed ammiro le parole del cuore di questo papà e penso sarebbe bello oltre che utile,se potessero diventare un manifesto anche in formato ridotto, da distribuire,di volta in volta,a chi è fruitore della caotica vita cittadina,in qualità di guidatore o pedone, nei diversi stadi della vita.
    Grazie.

  5. Giusto questa mattina 14 ottobre stavo attraversando in bicicletta sulle strisce ciclabili, grazie ad un guidatore gentile che si è fermato per lasciarmi passare, quando qualcuno ha tentato un sorpasso ad alta velocità (come ne ho già visti a Bologna) e mi ha mancato per un soffio. Il clima della guida Bolognese è insalubre e porta facilmente a tragedie irreversibili pur di risparmiare centesimi di secondo.

  6. Naturalmente sono molto felice, come tutti gli altri, che una banale caduta non si sia trasformata in una tragedia, grazie alla calma e presenza di spirito dell’autista dell’autobus. La convivenza tra automobilisti/motociclisti e pedoni/ciclisti è un delicato equilibrio fatto di mutuo rispetto, capacità di mettersi nei panni altrui, senso civico, e soprattutto rispetto delle regole. Ecco, su quest’ultimo punto, quello del rispetto delle regole, devo purtroppo constatare che ci sono molte lacune da colmare.
    Ovviamente tralascio per un momento i commenti su quegli automobilisti e motociclisti che non solo non rispettano alcuna regola in strada, ma spesso sembra pure che non sappiano nemmeno guidare (e a tal proposito proporrei di potenziare notevolmente le ore pratiche di guida prima di prendere la patente, proprio perché guidare è una responsabilità non solo verso chi lo fa e gli eventuali passeggeri, ma soprattutto verso gli altri). Spesso infatti molti incidenti sono causati da incertezze, indecisioni ed imprecisioni di guida derivanti dalla scarsa coscienza e percezione delle dimensioni e dell’ingombro del proprio mezzo (nella mia vita ho assistito a scene veramente pietose…).
    Detto questo, vorrei anche porre una critica, spero costruttiva, al comportamento di non pochi ciclisti, elencando alcuni comportamenti scorretti e pericolosi:
    1) percorrenza delle strade contromano
    2) attraversamento sulle strisce semplici (cioè quelle non specifiche per ciclisti, non contrassegnate con l’aggiunta del quadrato di vernice bianca) senza scendere dalla biciletta e condurla a piedi sull’attraversamento.
    3) percorrenza, anche ad alta velocità, sui marciapiedi non adibiti e non contrassegnati come piste ciclabili.
    4) percorrenza contromano sulle piste ciclabili che indicano un unico ed obbligato senso di percorrenza
    5) non rispetto della “fila indiana”, con reciproci superamenti di altre biciclette, con sconfinamento sulla porzione di marciapiede destinato ai pedoni.
    6) sfrecciare ad altissima velocità, pur sulle piste ciclabili, passando a pochissimi centimetri da pedoni (uomini, donne, anziani, bambini). Basta una piccola sbandata (o del pedone, o del ciclista), e si rischiano danni seri, anche la morte, in caso di persone particolarmente fragili come anziani o bambini.
    7) mancata introduzione della linea di mezzeria al centro della larghezza della pista ciclabile. Senza di essa, tecnicamente, il ciclista risulta nella ragione, anche se mette le ruote sulla linea di demarcazione tra la pista ciclabile e la carreggiata adibita alla auto, ed è così impossibile rispettare “l’obbligo per i veicoli di mantenere una distanza di almeno un metro e mezzo durante i sorpassi”. Esempio? Strada a 2 corsie auto, a doppio senso, con ai lati di entrambe i sensi 1 pista ciclabile: impossibile superare il ciclista mantenendo la distanza di almeno 1 metro e mezzo da esso (non dalla sua ruota, ma dal suo ingombro, ossia il suo gomito sinistro), senza fare un incidente frontale con l’auto che sopraggiunge dal senso opposto (figuriamoci se è un camion o un autobus…).
    8) In molte zone, la porzione di marciapiede per i pedoni è stretta “micidialmente” a sandwich tra la carreggiata delle auto e la pista ciclabile. Risultato: se non stai attento, per andare sotto il portico rischi di essere investito da una bici (a pedali o, ancor peggio, sia per massa che per velocità, elettrica). Le 3 zone dovrebbero invece essere stratificate ed affiancate in ordine di velocità, quindi: carreggiata auto, pista ciclabile allo stesso livello, pista ciclabile sopra il marciapiede, striscia per i pedoni.
    9) L’ambulazione tramite ciclo, richiede un minimo di forma fisica, o perlomeno capacità di sostenere sia lo sforzo di una pedalata, sia la capacità di restare in equilibrio. Sono caratteristiche non comuni a tutti i cittadini, per cui bisogna prevedere misure che rispettino anche gli altri.
    10) Il problema è che per andare in bicicletta (elettrica e non) o monopattino non è richiesta né patente, né targa, né assicurazione (quest’ultima è facoltativa), né casco, né frecce, né specchietto retrovisore, per cui pochi rispettano le regole della strada, ed in caso di incidente, chi s’è visto s’è visto. Solo l’avvisatore acustico (il campanello) è obbligatorio…un pò pochino.
    Concludo qui il mio panegirico, anche perché ci sarebbero tanti altri punti da scrivere, ma vorrei alcune riflessioni finali, alle quale invito tutti a propria volta di pensare:
    1) se succedesse un incidente serio, saremmo altrettanto pronti a condannare democraticamente il comportamento di chi l’ha causato, se quest’ultimo stesse procedendo su un mezzo non a motore?
    2) Abbiamo giustamente condannato la pretesa di alcuni che, con la scusa della fretta, pensano di avere il diritto al non rispetto delle regole. Tutto giusto e condivisibile…ma ora vorrei chiedervi: per astrazione, se togliessimo tutti gli automobilisti e motociclisti agitati, frettolosi ed insofferenti, alla fine non potrebbe succedere che rimarrebbero solo persone con bicicletta, con ciclo elettrico o elettro-assistito, con monopattinio, e che tra di essi, sia per puro calcolo statistico che per semplice osservazione della realtà, ce ne sia una buona parte altrettanto agitata, frettolosa ed insofferente?
    Su questo ragionamento uno potrebbe dire: “sì, ma questi sono mezzi che, anche se condotti senza criterio, sono meno mortali dei veicoli a motore”. Giusto, risponderei…ma per i veicoli a motori sono previsti obblighi come cinture, frecce, abs, assicurazione, e multe salatissime che fungono da deterrente economico.
    Per gli altri mezzi non a motore, nulla di tutto ciò è previsto.
    In Italia il 66% degli italiani possiede una bici o un monopattino.
    Il 67,3% possiede un auto.
    I dati sono praticamente sovrapponibili, per cui auspico una maggior educazione stradale e rispetto delle regole anche a chi non è motorizzato, mi sembra abbastanza logico.
    Cosa intende fare il Governo (quello presente e quello futuro)?
    E le amministrazioni comunali, per quanto di loro pertinenza?
    Come scrivevo all’inizio, la coesistenza rispettosa e reciproca di utenti “motor-muniti”, utenti “ciclo-muniti”, e semplici pedoni di tutte le classi di età, è un esercizio delicatissimo di equilibrio e giustizia, per tutti.

  7. Questo articolo mi ha colpito tantissimo. Grazie a Vincenzo, autista rispettoso degli altri, Grazue Antonio perché nel leggerti mi sono riconosciuta in tutte le situazioni da te descritte. Sicuramente voglio migliorare il mio modo di essere. Da ciclista, pedone e autista. Ma prima di tutto come mamma.

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