Caso Gattuso, l’età del diritto è finita?

Sarebbe incoraggiante coltivare l’idea che a Bologna, il 5 novembre, con l’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati aperta ai cittadini si siano gettati i semi di una presa di coscienza collettiva anche da parte di chi, fino a ora, ha finto di non accorgersi dei tempi che stiamo vivendo. Urge che le persone distanti dalla politica, perché disilluse, tornino a essa. I tempi attuali richiedono questo sforzo e questo impegno da parte di tutti

di Antonella Magnoni, pensionata


Lunedì 5 novembre a Bologna ha avuto luogo un’assemblea straordinaria dell’Associazione Nazionale Magistrati aperta alla cittadinanza e alla stampa.

L’urgenza dell’Anm di riunirsi – e con questa inusuale apertura al pubblico – è derivata dai recenti attacchi che ha subito il magistrato Marco Gattuso, facente parte del collegio del Tribunale di Bologna – sezione specializzata in materia di immigrazione.

I fatti: la sezione immigrazione del Tribunale all’esito della Camera di Consiglio ha proposto il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione europea della trattazione di questioni riguardanti l’individuazione delle condizioni sostanziali che consentono la designazione di un paese di origine come ‘sicuro’, alla luce del d.l. 23 ottobre 2024, n. 158 (cd. “d.l. Paesi sicuri”). Nello specifico, il Tribunale era stato interpellato con un ricorso presentato da un richiedente asilo, cittadino del Bangladesh, contro la decisione della Commissione territoriale di Bologna, che ha dichiarato la sua domanda di protezione internazionale manifestamente infondata in ragione della sua provenienza da un paese di origine sicuro e della mancata indicazione di gravi motivi per ritenere che il Bangladesh non fosse sicuro per la particolare situazione in cui il richiedente si trovava.

Mi fermo qua nel racconto dei fatti e non mi addentro neppure nel riportare la gogna di cui è stato oggetto questo giudice da parte di alcuni esponenti della maggioranza di governo. Il contesto è purtroppo a tutti noto. Vorrei piuttosto soffermarmi sulla risposta che ancora una volta ha dato Bologna. Ero presente all’assemblea e già mezz’ora prima dell’orario di inizio c’era tantissima folla, magistrati e avvocati, giornalisti e cittadini, come me, mentre su uno schermo continuavano a susseguirsi ingressi di partecipanti da remoto.

Mi ha colpito tantissimo la presenza degli avvocati al fianco dei magistrati, poiché non sempre le istanze degli uni vanno di pari passo con quelle degli altri, così come quella di così tanti cittadini. Ma forse questa corale risposta è la conferma del dna di Bologna, che alle chiamate importanti risponde e partecipa.

Esserci per me è stato doveroso, anche se mentre andavo in Tribunale ero un po’ intimorita all’idea di prendere parte a un consesso di questo tipo e di questa importanza. Ma le mie titubanze si sono immediatamente dissolte quando ho visto quanto era gremita la sala, tanto che le persone alla fine erano assiepate persino nei corridoi.

Quella a cui ho partecipato è stata una bella lezione di democrazia e l’immagine di plastica coesione tra un potere dello stato – giurisdizionale – e i cittadini in nome dei quali la giustizia è amministrata. Mentre ascoltavo gli interventi che si sono susseguiti e gli applausi che li hanno sottolineati, era palpabile la partecipazione e la condivisione da parte della società civile bolognese accorsa per sostenere le ragioni sacrosante dei magistrati.

Non può accettarsi che vada ancora ribadito e affermato che l’esercizio della giurisdizione è un bene comune della cittadinanza, che il magistrato nell’esercizio della sua funzione deve operare libero da condizionamenti, che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente. Ascoltare questi basilari concetti, ripetuti da magistrati e avvocati, sentirli evocare in quell’assemblea per me ha significato prendere atto drammaticamente che quei principi – che sono alla base della formazione di qualunque studente di giurisprudenza – ora sono messi in discussione.

È aberrante che si insinui la presenza di una finalità politica nell’attività giurisdizionale, è gravissimo che lo si pensi ed è un pericolo per noi cittadini. Giusto quindi che in questa occasione l’Anm abbia deciso di coinvolgere anche l’opinione pubblica nel dibattito, ed è stato doveroso aderire a questo invito.

Forse sono un’illusa, ma spero che Bologna continui a essere quel cantiere di idee che è sempre stata. Per questo, guardandomi attorno in assemblea, mi chiedevo «e se partisse qualcosa da qui?». La speranza che qualcosa possa germinare la coltivo anche pensando ai tanti ragazzi e alle tante ragazze che sono stati con me ad ascoltare gli interventi di giudici e avvocati. Non voglio neppure vagamente pensare, come ha detto provocatoriamente un giudice, che l’età del diritto sia finita.

Sarebbe incoraggiante quindi coltivare l’idea che a Bologna, in quell’assemblea dell’Anm, si possano essere gettati i semi di una presa di coscienza collettiva anche da parte di chi, fino a ora, ha finto di non accorgersi dei tempi che stiamo vivendo. Purtroppo non c’è più tempo e urge che le persone distanti dalla politica, perché disilluse, tornino a essa. I tempi attuali richiedono questo sforzo e questo impegno da parte di tutti.

Photo credits: Massimo Gennari/EIKON


2 pensieri riguardo “Caso Gattuso, l’età del diritto è finita?

  1. Ciao, va ribadito fino alla nausea che l’indipendenza del potere giudiziario conviene a tutti, che (orrore!) la storia si muove ed i tempi cambiano, e che chi oggi si sente onnipotente un domani benedirà un giudice terzo soggetto come recita la Costituzione antifascista “soltanto alla legge”

  2. Sì, è stata un’assemblea di alto valore civile e in alcuni momenti addirittura emozionante, come ormai non succede più neppure negli incontri di partito (ma esistono ancora i partiti?). Ciò nonostante sono un po’ meno ottimista. Lo sarei un po’ di più se l’Italia fosse una Grande Bologna. Purtroppo invece siamo ormai circondati dall’oceano del populismo di destra. E la sinistra si guarda l’ombelico.

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