Il vittimismo passivo-aggressivo della destra non così patriota

La valutazione del comitato provinciale dell’ordine e della sicurezza pubblica, le fasce tricolore al braccio e quel pizzico di terrore per il termine “eterodiretti”. Riassunto e analisi degli ultimi giorni di una Bologna protagonista di una nuova vecchia storia

di Andrea Femia, digital strategist cB


Nel 2004 si votava per le elezioni degli Stati Uniti, i candidati erano George W. Bush e John Kerry. Vinse il primo, ma se c’è un ricordo nitido di quel periodo è il Vote For Change Tour. Una serie di artisti, da Springsteen ai R.E.M calcavano i palchi in giro per l’America per chiedere di non votare per i guerrafondai repubblicani che all’epoca erano protagonisti dell’invasione in Afghanistan e Iraq. Io avevo 16 anni e seguivo faticosamente gli streaming da casa nonostante la scuola del mattino dopo, perché il mio gruppo preferito, i Pearl Jam, stava insieme a quella combriccola. In quel periodo mi innamorai di una canzone cantata da Eddie Vedder, scritta da Little Steven, I Am a Patriot.

Essendo nato e cresciuto in una famiglia di sinistra, avendo frequentato per lo più persone di sinistra, mi sono sempre trovato a disagio con il termine “patriota”; un po’ perché pare che il sentimento di appartenenza alla patria sia per forza appannaggio della destra. Un po’ perché a questo sentimento si accompagna spesso un orgoglio che tende a dimenticare l’aleatorietà che destina alla patria stessa. Eppure, anche grazie a quella canzone, il termine ha perso quella forma di violenza concettuale che accomuna il patriota a chi pretende che la propria nazione sia superiore, o qualche forma simile di scemenza.

Puoi essere innamorato del luogo in cui vivi anche se ci sei nato per caso, e non c’è davvero un motivo che serva a giustificare l’amore, anche se poi magari dovesse dipendere dalle giocate di Roberto Baggio o di Carlton Myers.

Tutta sta fatica a riprendere gusto per il concetto di patria, passando per dirne due che potreste avere già sentito, Gramsci e Pertini, che con quel termine non ci scherzavano per nulla. Dicevo, tutta quella fatica per arrivare nel 2024 che l’ennesima appropriazione del simbolismo nazionale arriva sul tavolo imbandito delle destre. La sensazione che lascia la Rete dei patrioti, visti con le loro fasce tricolore al braccio che ricordano divise da squadra più che un normale outfit da persona che va a fare la spesa al supermercato, è che sul concetto di patria ci giochino un po’ per stuzzicare i loro simili più che per uno sposalizio con i valori che il termine esprime.

Un patriota, di per sé, dovrebbe ambire al fatto che nella sua terra ci sia prosperità, ci sia pace, e che nei casi di difficoltà, si remi insieme. Posto che ognuno vede le cose con le proprie lenti, far arrivare gente da fuori in una città da poco vittima di un’alluvione così feroce, per dire che “no, così non va, troppo degrado”, sembra un gesto poco affine a quel buon gusto che ti può far esprimere cose simili magari in altri momenti. Ma, appunto, passi questo perché è giusto che ognuno agisca secondo la propria coscienza, una cosa un po’ inspiegabile è questo vittimismo che continua a spingere su una non meglio precisata voglia di qualcuno di impedirgli di manifestare il loro libero pensiero.

Serve ricordare che il Comitato provinciale dell’ordine e della sicurezza pubblica nasce con il fine di analizzare tutti gli elementi per valutare l’impatto di una manifestazione sull’ordine e la sicurezza pubblica nella città.
Il comitato ha deciso che la manifestazione potesse certamente avvenire ma che si sarebbe dovuta svolgere fuori dall’area del centro storico, ipotizzando come luogo Piazza della Pace. Si sono usate mille parole sui perché, dai criteri di opportunità, la vicinanza alla stazione vittima il 2 agosto ‘80 delle azioni dell’estrema destra, e tante altre cose. L’unica cosa che conta è che nessuno ha detto “non fate la manifestazione”, ma è stato ritenuto fosse giusto farla in luoghi comunque centrali e facilmente raggiungibili.

Ora, vi invito a rileggere a cosa serve il comitato e a riflettere su quello che è successo. Immaginate di dire a vostro figlio «studia altrimenti sarai impreparato». Vostro figlio non studia, arriva effettivamente impreparato, prende un pessimo voto, non si potrebbe parlare di una grossa sorpresa. E quindi. Con calma.

Siccome la decisione del Prefetto è andata contro il comitato. Siccome il Prefetto è un’emanazione del governo, dipendendo dal Ministero dell’Interno. Siccome il caos mediatico derivante dalla decisione del Prefetto ha contribuito senza dubbio a irrigidire gli animi dei contromanifestanti e ad aumentare la portata della manifestazione dei Patrioti: è davvero così assurdo affermare con una sintesi politica che «ci hanno mandato 300 camicie nere»?

Eppure, la reazione dei patrioti è stata subito piccata. «Come si permettono a dire che siamo eterodiretti?!» sono state le parole del portavoce del movimento, aggiungendo minaccia di querela al sindaco, come se il termine eterodiretto potesse incarnare l’incubo di quei tempi in cui i militanti delle aree più estreme dell’arco politico molto spesso non capivano nemmeno del tutto quando erano usate da qualcuno o meno.

Non me ne vogliano i patrioti e in generale le persone di destra, però possiamo dire che questa punta di vittimismo e di passivo-aggressività sono oramai una costante comunicativa. Che probabilmente, tra l’altro, funziona pure bene. Questo gaslighting tricolore è quasi affascinante.

Basta vedere Giorgia Meloni che dice «se vuoi chiedermi i soldi per l’alluvione non puoi parlare male di me», sovrapponendo in modo quanto meno pericoloso la sua persona all’organo istituzionale che rappresenta.

O vabbè, potremmo citare Salvini, ma GUARDA UN PO’, lo spazio è finito.

And the rivers shall open for the righteous, someday.


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