Questa sera, alle 19.00 negli spazi di via San Vitale 69, lo spettacolo de Le Cerbottane porta in scena ricordi e sensazioni di due giovani ragazze a confronto con la caduta del Comunismo internazionale
di Sara Papini, operatrice della comunicazione
Le Cerbottane sono un gruppo d’avanspettacolo punk nato nel 2021 da un’idea di Laura Pizzirani e Francesca Romana Di Santo, attrici e performer con formazione diversa ma entrambe con esperienze di scrittura scenica e drammaturgia collettiva.
Lo spettacolo, invece, parla di Laura e Francesca, che sono due bambine di 8 e 10 anni, quando la fine del Pci minaccia di distruggere il mondo in cui hanno sempre vissuto.
Le loro famiglie sono comuniste, iscritte al partito, sostenitrici di iniziative e battaglie civili, una a Bologna e l’altra a Roma. La loro vita, tra cultura pop anni Ottanta e militanza politica, è fatta di tentativi di emulazione delle ballerine televisive, prime manifestazioni, cartoni animati di Canale 5, discorsi difficili degli adulti, litigi a scuola, feste dell’Unità. Il crollo del muro di Berlino e a seguire la “svolta della Bolognina”, segnano un momento di forte confusione e vulnerabilità degli adulti. Questo smarrimento fa percepire alle due bambine la fine imminente di un qualcosa cui si sentono di appartenere.
Dopo oltre trent’anni, Laura e Francesca incontrano uno Spettro illustre che si aggira per il teatro e vuole essere vendicato… Ma cosa è successo nel frattempo al mondo, al comunismo e all’Italia? Per saperne di più abbiamo dialogato con le due autrici.
Quali sono le radici di questo spettacolo?
«L’idea è nata molti anni fa (forse era il 2017 o 2018…) da tempo avevamo il desiderio di una collaborazione tra noi, di fare squadra e lavorare insieme, l’idea di MILLENOVECENTO|89 è nata dalla condivisione di racconti e ricordi d’infanzia e di famiglia, con tanti aspetti che si somigliavano: da un lato erano costellati da personaggi – pubblici e privati – legati al Partito Comunista, perché le nostre erano famiglie di militanti, dove la politica aveva un ruolo centrale ed era costantemente presente. Avevamo quindi tutti questi pezzi di vita ricchi di impegno e passione politica che, pur essendo due bambine, ci davano una sorta di appartenenza e di “senso” verso il mondo e il futuro. Dall’altro lato, invece, c’erano le nostre vite e tutti quei fatti, legati alla “grande storia”, entravano nelle nostre storie quotidiane mostrandoci per la prima volta gli adulti fragili, senza una direzione chiara, smarriti. Era un argomento mastodontico, anche per questo ci ha richiesto molti anni di lavoro. Abbiamo iniziato a scrivere, a improvvisare, fare ricerca di documenti (in questo è stato preziosissimo l’Archivio Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, con cui il 14 alle 19 avremo anche un momento di confronto per raccontare come abbiamo lavorato su quelle fonti), leggere, intervistare persone… più andavamo avanti e più la storia si faceva plurale, piena di livelli e sguardi diversi».
Quando è nato il progetto de Le Cerbottane?
«Le Cerbottane nascono dopo quasi dieci anni dal nostro primo incontro. Ci siamo conosciute durante l’occupazione del Teatro Valle di Roma, nel 2011, in un contesto dove lotta politica e artistica viaggiavano sempre insieme. Queste due componenti nella nostra amicizia sono state presenti fin dal primo momento. Al Teatro Valle abbiamo iniziato anche a lavorare insieme in alcuni progetti (il confine dei quali in alcuni casi non è sempre chiaro: era “teatro politico” o azioni politiche performative?) e a condividere visioni e poetiche. In generale la nostra formazione ed esperienza non si limita al teatro: c’è il cinema, la scrittura sotto varie forme, l’interesse per la musica e la passione per le interviste e certe fonti storiche. Le Cerbottane sono nate con un certo spirito ludico e dissacrante. Abbiamo un’attitudine da attiviste ma al tempo stesso la militanza dura e pura ci sta stretta, avremmo voluto volteggiare come Parisi (Heather, ma in qualche modo anche come il Nobel per la fisica, Giorgio) ma da bambine eravamo quelle che non sapevano fare la ruota. Abbiamo provato anche a farci la frangetta ma abbiamo i capelli ricci e il risultato è stato penoso. Per questo ci consideriamo un duo di avanspettacolo punk, anche in MILLENOVECENTO|89 balliamo e cantiamo ma lo facciamo a modo nostro, diciamo così».
Lo spettacolo riprende tematiche passate ma allo stesso tempo estremamente attuali. Cosa vi è rimasto di quel periodo?
«Nelle nostre famiglie essere comuniste e comunisti era soprattutto una postura, un’attitudine. Parafrasando Gaber: qualcuno era comunista perché era una brava persona. Per me ha a che fare con l’onestà, la possibilità di arrabbiarsi, di dire “non mi sta bene”, con il desiderio che le persone siano uguali e l’incapacità di sopportare le ingiustizie. Questo è quello ci è stato trasmesso, fa parte della nostra vita personale e ce la complica pure non poco… ma non possiamo fare altrimenti. Andando avanti col lavoro ci siamo rese conto che ci premeva molto parlare della questione delle donne nella politica, perché certo il Pci su questo punto aveva dei grossi limiti. Qualcuno ci ha fatto notare che parlare di queste tematiche può risultare un po’ nostalgico. Posto che la nostalgia non è necessariamente negativa, l’intento di riprendere il momento storico in cui ha vinto l’ideologia secondo cui questo sistema sia il migliore possibile e non ci sia alternativa, per noi non è un’operazione nostalgica ma un tentativo di ribaltamento del presente. Oggi sembra non ci sia spazio per immaginare e desiderare un’alternativa, ma se ci si guarda attorno molte cose si muovono in questa direzione e volevamo dare spazio a tutto questo. Non volevamo crogiolarci in una nostalgica malinconia quindi, ma dare una prospettiva sul presente».
La questione femminile è attuale oggi come allora…
«Come molte donne militanti che abbiamo letto e intervistato, non rimpiangiamo assolutamente quel passato. Pensiamo ci fossero molti limiti, con cui abbiamo avuto modo di confrontarci man mano che crescevamo. Ciò che rimane è sicuramente la certezza che il filo rosso che unisce ogni epoca, classe sociale e partito politico è la misoginia, il considerare le donne una proprietà che si utilizza per ciò che fa più comodo. Lavori in casa, attività riproduttiva o lavoro nel partito. Comunque, le donne devono essere guidate, manovrate, aiutate, protette, comandate. Per fortuna in ogni epoca, classe sociale e anche dentro il partito le donne si sono sempre ribellate a questo. Prima da sole poi nei movimenti. Ed è anche questo che ci resta, che abbiamo tra le mani, questa lotta continua a essere la nostra».
Che dire? Vi aspettiamo all’AtelierSì questa sera!
