Exit: indagine artistica sul “terzo paesaggio” bolognese

Il festival, giunto alla sesta edizione, da ottobre a dicembre ha animato la scena artistica cittadina partendo dai Prati di Caprara, cuore pulsante del progetto di Oliva Teglia e Lucia Fontanelli

di Sara Papini, operatrice della comunicazione


“Exit” è diventato ormai certezza nel panorama artistico e indipendente bolognese. Siamo infatti ormai giunte alla sesta edizione del festival di pratiche performative che ha il suo cuore pulsante tra gli alberi dei Prati di Caprara. Per saperne di più e approfondire le tematiche di questa edizione, intitolata “Luccichio”, abbiamo deciso di incontrare le sue fondatrici Olivia Teglia e Lucia Fontanelli.

Il festival sta prendendo un bellissimo respiro e spazio. Qual è stata la sua evoluzione?

«Il progetto nacque nel 2017 nel contesto di un festival teatrale bolognese, proponendo un programma off di eventi in spazi domestici che per un giorno venivano aperti al pubblico, coinvolgendo artistə multidisciplinari in un dialogo sull’intimità (termine-chiave che ha sempre caratterizzato la nostra ricerca). Nel 2019 ci siamo affacciate per la prima volta sulla strada, soffermandoci sui negozi di
alimentari che costellano la città. Affascinate dalla singolare capacità dei portici di creare continuità tra lo spazio pubblico e privato, l’idea è stata di abitare temporaneamente dei luoghi di passaggio e renderli spazi d’incontro attraverso una proposta culturale, innestando l’extra-ordinario nell’ordinario. Poi, nel 2022, dopo lunghe riflessioni a seguito della pandemia, in un momento in cui l’intimità domestica era fin troppo satura e coatta, come tantə, abbiamo avuto l’urgenza di ricostruire un rapporto con il “fuori”, assecondando anche la tensione che da sempre caratterizzava il progetto, sin dalla scelta del nome. Da qui, focalizzare la ricerca su pratiche partecipative e workshop, calandole nel contesto del terzo paesaggio, è stata una decisione stranamente coerente. Guidate da una visione di “intimità pubblica”, con il desiderio di proporre momenti di invenzione e condivisione di grammatiche relazionali non convenzionali mediante i linguaggi performativi, abbiamo trovato questa possibilità nel “fuori” per eccellenza, il margine. E, a Bologna, i Prati
di Caprara ne sono un esempio encomiabile».

Quest’anno la rassegna si svolge tra ottobre e dicembre, in un ciclo di cinque appuntamenti, che includono un workshop, una performance lecture, una proiezione, un talk, una mostra e un’installazione multimediale.

«Abbiamo deciso di comportarci un po’ come il micelio, il corpo dei funghi che funziona anche come una sorta di rete neuronale per i boschi, e si espandende sotto terra su grandi distanze connettendo piante lontanissime tra loro. A partire dal nostro rapporto con il bosco urbano dei Prati di Caprara, la rassegna “Luccichio” riunisce alcune visioni e pratiche radicali di relazione tra città, natura e comunità, proponendo il selvatico spazio di immaginazione collettiva. Il 13 ottobre abbiamo attraversato i Prati in occasione del workshop “Manicula”, progetto del musicista e sound artist Enrico Malatesta e della fotografa Chiara Pavolucci, incentrato su pratiche di ascolto e osservazione, per una rilettura improduttiva della città. Il 12 novembre siamo state ospiti di Grabinski Point insieme a Neutopica, collettivo artistico e curatoriale con il quale condividiamo una forte affinità riguardo temi di ricerca e approcci al performativo, per la presentazione di “Lupa in fabula”, una scrittura collettiva sul tema della selva in forma di docu-fiaba. Il 28 novembre, “Natura urbana” ci ha viste coinvolte in un dialogo a più voci con attiviste di Forum Parco delle Enegie ex Snia, realtà impegnata nella difesa e nella valorizzazione del Lago Bullicante, sorto da un errore umano in una zona fortemente edificata sulla Prenestina,
a Roma».

La kermesse si caratterizza anche per il continuo confronto con attivistə e personalità provenienti dal mondo accademico…

«Assolutamente. Innanzitutto Roberta Bartoletti, membro del comitato Ringenerazione No Speculazione, attivo nella difesa e nella valorizzazione del bosco dei Prati di Caprara Est, con il quale collaboriamo dal 2022. E importantissima è stata anche la presenza di Lucilla Barchetta, antropologə e ricercatorə che ha scritto sulla rinaturazione del lungo fiume di Torino e sui processi che interessano questi luoghi. Fondamentale anche la visione di un documentario del geografo Matthew Gandy sulla storia di Berlino attraverso i Brachen – spazi vuoti – e la biodivesità della vegetazione spontanea che attraversa la città».

Per chiudere la rassegna, in dicembre presenterete una mostra negli spazi della vostra sede operativa al parco della Montagnola.

«Siamo al lavoro insieme a Micol Gelsi, artista multimediale e nostra intima collega, parte dell’associazione e collettivo Asap (che funziona anche come piattaforma per produrre Exit). A partire dal nostro desiderio di costruire un archivio audiovisivo sui Prati di Caprara, raccogliendo soprattutto il materiale (amatoriale e non) dei membri del comitato rigenerazione no speculazione, vogliamo chiudere la rassegna con un primo tentativo di restituzione di questo processo che porteremo avanti nei prossimi anni».

Paesaggio e pratica artistica sono per voi molto importanti. Anche questa edizione porta con sé questo importante legame.

«Crediamo fermamente nelle qualità conviviali e relazionale dell’arte e nel valore politico della condivisione di esperienze estetiche come laboratorio d’immaginazione. Con il nostro progetto, tentiamo di mettere in dialogo pratiche performative e paesaggio proponendo
forme di abitazione temporanea e di condivisione di saperi situati e non gerarchici. Le pratiche artistiche performative sono linguaggi che spesso si fondano sull’esercizio dell’attenzione, stimolando percezione e sensibilità, e perciò, rappresentano una possibilità radicale di relazionarsi con il mondo: ci aiutano ad assumere un atteggiamento simpoietico e a cambiare posizionamento, per abbandonare il paradigma dell’antropocentrismo. In particolare, ci siamo rivolte al “terzo paesaggio” (espressione introdotta dal paesaggista francese Gilles Clément, che indica tutti i “luoghi abbandonati dall’uomo”, in cui l’assenza dell’attività umana ha generato un rifugio per la conservazione della diversità biologica), in quanto spazio improduttivo e non addomesticabile, anti-capitalistico per eccellenza, nonché importante ecosistema di collaborazione ed eterogeneità da valorizzare».


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