Partigiano, comandante della brigata Matteotti che operò nell’alta valle del Reno, fu ucciso in un attacco alle posizioni tedesche il 12 dicembre 1944. Arzignano (Vicenza) dov’era nato nel 1912, e Lizzano in Belvedere, dove trovò la morte, si apprestano a celebrare l’anniversario. Prevista nella località appenninica una serie articolata di eventi, dall’escursione guidata all’incontro per le scuole, alle conferenze, al concerto di Massimo Bubola per il weekend del 14-15 dicembre
di Ugo Berti Arnoaldi, Biblioteca del Mulino
Il Giuriolo? Un parcheggio. Anzi no, una via: via del Giuriolo. Interrogato, Google risponde con atti regionali e comunali, indirizzi di privati e ditte, e articoli delle cronache locali dove si nomina via del Giuriolo. Ma il Giuriolo cosa sarebbe? Una specie di usignolo?
Era invece un partigiano: Antonio Giuriolo, comandante della brigata Matteotti di montagna che operò nell’alta valle del Reno, e ottant’anni fa fu ucciso in un attacco alle posizioni tedesche sul crinale di Monte Belvedere, comune di Lizzano, località Corona. Erano le dieci del mattino del 12 dicembre 1944 quando fu colpito mentre cercava di recuperare un ferito. Il suo corpo rimarrà lì a lungo, minato dai tedeschi, coperto dalla neve, fino a quando il 20 febbraio il Belvedere sarà conquistato dagli americani e il sole di marzo avrà sciolto la neve.
Arzignano, il paese del vicentino dov’era nato nel 1912, e Lizzano in Belvedere, dove trovò la morte, non si sono dimenticati di lui e si apprestano a celebrare l’anniversario. Il Comune di Lizzano, in particolare, ha previsto una serie articolata di eventi, dall’escursione guidata all’incontro per le scuole, alle conferenze, al concerto di Massimo Bubola (qui il programma) per il weekend del 14-15 dicembre.
Uno strano destino ha legato a Bologna e all’Appennino questo intellettuale antifascista, tra i primi animatori del Partito d’Azione in Veneto, comandante sull’Altipiano di una banda partigiana (quasi un cenacolo) di ragazzi di città, «i piccoli maestri» secondo la definizione di Luigi Meneghello che ne ha narrato la storia nel libro a loro intitolato, uno dei testi in assoluto più belli, non solo letterariamente, sulla Resistenza italiana. Una sliding door, ai primi di giugno del 1944, separò senza un addio il capitano Toni dai suoi. Un rastrellamento divise il gruppo; lui, che da giorni aveva una ferita alla mano ormai a rischio cancrena, rimase isolato e fu recuperato dalla famiglia che lo portò a Bologna, dove venne ospitato dai cugini Dal Fiume e curato in quella sorta di infermeria clandestina per partigiani organizzata da Oscar Scaglietti nell’ospedale militare al Seminario arcivescovile, di fianco al Rizzoli.
Toni aveva già vissuto a Bologna vent’anni prima, inviato come il fratello Libero presso i cugini per frequentare il Collegio San Luigi; ma soprattutto, a partire dal 1936, aveva stretto legami con la rete bolognese di intellettuali che gravitavano attorno a Carlo Ludovico Ragghianti, animatore di Giustizia e Libertà.
Alla metà di giugno del 1944, quando vi arrivò per curarsi la mano, i suoi contatti erano probabilmente tutti irreperibili, chi riparato a Firenze, chi in clandestinità. Scaglietti dovette metterlo in contatto con il Cln e in particolare con l’amico Gianguido Borghese, membro socialista del Cumer (il comando unico militare). In quanto massimo dirigente delle brigate Matteotti del bolognese, Borghese aveva un problema: la neonata brigata di montagna aveva respinto il comandante assegnatole e la situazione, un po’ movimentata, andava rapidamente risolta; propose dunque all’azionista Giuriolo di salire lui a governare la brigata per qualche giorno, finché non si fosse trovata una soluzione soddisfacente. Il 16 luglio, accompagnato da Nino Baroncini, commissario politico della formazione, Toni raggiunse la brigata nella montagna pistoiese. Dell’interim non si parlò più: subito amatissimo dagli uomini, che ne furono conquistati, Giuriolo rimase nel difficile agosto in cui le brigate si sbandarono sotto gli attacchi tedeschi, nella ripresa di settembre che portò alla liberazione della zona, e dopo il passaggio del fronte guidò il nucleo più ristretto che continuò a combattere in appoggio agli americani e sotto la loro direzione. E così il 12 dicembre Giuriolo, comandante della Matteotti per caso, trovò la morte.
A guerra finita, Luigi Meneghello venne a Bologna in cerca di notizie di Toni. «Antonio era morto, in forma esemplare si dà il caso», scriverà. E l’aggettivo, a pensarci bene, è la chiave di come Giuriolo sia stato vissuto prima dai suoi «piccoli maestri» vicentini, poi dai suoi meno titolati partigiani dell’Appennino, i «Tony’s boys» come li chiamavano gli americani. Dai ricordi degli uni e degli altri emerge infatti l’eccezionale carisma della figura di Toni Giuriolo. Ma nel ricordo del Toni bolognese manca il magistero intellettuale che aveva sedotto i suoi giovani studenti vicentini. Prevale invece il ricordo del capitano che «è sempre in testa», che si priva della sua razione, che in una marcia si carica in spalla la mitragliatrice, che fa scuola ai partigiani, che è comandante, padre, fratello maggiore, maestro. Un santino? Forse. Ma dettato dalla consapevolezza di aver incontrato e perduto una persona fuori dal comune.

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