Le scelte di Michele De Pascale nella composizione della giunta regionale servono da assist a chiunque si faccia troppi problemi a rappresentare in modo spropositato i cosiddetti avversari interni. Che sia finalmente finito il tempo del metodo Cencelli?
di Andrea Femia, digital strategist cB
Quando il nuovo presidente Michele De Pascale ha annunciato in diretta i nomi delle nuove componenti della giunta regionale è stato chiaro fin da subito che il gioco della rappresentanza delle aree di partito non aveva funzionato come previsto. Non è passata inosservata negli ultimi giorni la lamentela del sindaco Lepore sulla formazione che ha il compito di governare per i prossimi cinque anni l’Emilia-Romagna.
Pur con parole intrise di fair play Lepore ha reso evidente che l’area da lui rappresentata non è stata presa in considerazione per quanto sembrava non solo logico, ma anche pattuito. La scelta di portare in giunta Isabella Conti e Irene Priolo ha indubbiamente, per chi scrive, dato lustro al percorso che un elettore di centrosinistra si aspetterebbe dai propri eletti. Rendere merito a chi ha fatto una partita clamorosa da un punto di vista numerico, al punto che fa ancora strabuzzare gli occhi il dato che Irene Priolo risulti seconda in una competizione nella quale è riuscita a raccogliere 16.818 voti, solo perché Conti ne ha presi 19.414. Numeri da montagne russe, davanti ai quali era difficile ragionare con metodi Cencelli o qualsivoglia nome dare a qualunque sistema di distribuzione che anneghi il volere degli elettori di fronte ad affermazioni così nette.
È senz’altro vero che un patto pre-elettorale debba valere molto, e se è vero quello che hanno raccontato tutti i giornali, il derby tra De Maria e Lepore doveva essere risolto da un nome che uscisse fuori tra Luigi Tosiani e Stefano Caliandro. È pur vero che è difficile non comprendere la scelta del presidente De Pascale di affidarsi a chi ha raccolto così tanti voti, senza mai azzardare una polemica di fronte alle ipotesi che la volevano fuori dalla giunta. Il nuovo “pres” aveva davanti lo scenario in cui si metteva comodo sulla sedia accontentando le persone politicamente più rilevanti di Bologna, oppure imporre una sua visione, un suo metodo di lavoro, mostrando una certa sfacciataggine – da intendersi nel migliore dei modi – e optando per un equilibrio da decisore piuttosto che una bilancia di precisione.
Mettendo anche da parte i numeri, mettendo da parte i voti presi, è giusto pensare che chi vince debba sentirsi libero di incidere con i nomi che ritiene migliori per comporre la squadra più adeguata al compito dato.
Nulla da togliere a chi è rimasto fuori ma se De Pascale ha pensato che chi è dentro sia più aderente al ruolo assegnato allora bisogna rallegrarsi del fatto che la scelta fatta sia stata impostata su questo criterio e non sul sempiterno prestabilirsi del “devo questo a x e quest’altro a z”.
Questa vicenda è inoltre un bagno di realtà per tutti coloro che sono affascinati dall’idea che un partito si salva garantendo a tutte le aree il peso dovuto. La realtà dei fatti dimostrata da De Pascale con questa scelta è che tocca a chi vince decidere, e può fungere da monito anche alle segreterie e alle amministrazioni locali. Se è vero che il partito ha bisogno di segreterie e amministrazioni forti è anche vero che queste non possono permettersi di incidere a dovere e dare l’indirizzo desiderato se il principio da far prevalere è quello del peso e del contrappeso delle aree. C’è un’abnorme differenza tra il rispetto delle opinioni di tutti i dirigenti del partito, quindi saper fare lavoro di sintesi, e il perdere di vista i risultati dei congressi e delle competizioni elettorali per il solo fine di garantire a tutti la rappresentanza, pensando così di essere più forti, finendo irrimediabilmente per essere più deboli.
Se questa vicenda può servire a qualcosa, sarebbe certamente apprezzabile se, dopo aver garantito la più equa distribuzione possibile del carico dei pesi nella giunta di Bologna, il prossimo annunciato rimpasto seguirà la linea della sfacciataggine di cui sopra, mettendo da parte il bilanciere e puntando principalmente su nomi con cui condividere un percorso politico oltre che amministrativo forte, capace di dare a Bologna un profilo ancora più riconoscibile.
Così come dopo l’ultimo rimpasto della segreteria provinciale, caratterizzato addirittura da due vicesegretari di indirizzo quantomeno non sovrapponibile a quello della segretaria, viene da chiedersi se non sarebbe stato maggiormente auspicabile un mandato meno attento all’equilibrismo estremo e più aderente al volere dei votanti. Questo farsi sorreggere da un’insensata voglia di equilibrio, per andare non esattamente su un’altissima citazione, forse ha fatto il suo tempo.
E le scelte di De Pascale, paradossalmente, potrebbero finalmente liberare il Lepore ferito.
Photo credits: Regione Emilia-Romagna

la Priolo ha dato lustro …. dai parlate con la gente anche voi
Sono perfettamente d’accordo al corso. Ho votato Schlein anche perché voleva abbattere le correnti o aree, termine più soft per significare la stessa cosa! Questa di De Pascale mi auguro inauguri una stagione nuova. Lo penso da militante.