Può il sindaco, sentiti i capigruppo, istituire la figura istituzionale del “consigliere delegato” al fine di dare rilevanza istituzionale alla problematica della “Dozza” e del “Pratello”? Sarebbe una prima, non marginale risposta al messaggio del Presidente Mattarella e, dato il ruolo di Bologna, un esempio per tanti Comuni d’Italia che si devono misurare su questi problemi. Anche su questo terreno drammatico può misurarsi la civiltà comunale
di Aldo Bacchiocchi, già dirigente politico
Nel messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con particolare e accorata sensibilità ha messo in evidenza il dramma del carcere nel nostro paese. Ricordo, anni fa, analogo e disatteso messaggio del compianto Presidente Giorgio Napolitano.
La realtà bolognese è attenta a questa problematica e la “Dozza” non è, come dire, realtà extra comunale. Nel carcere bolognese primarie aziende del territorio da tempo hanno dato vita a una fabbrica che forma in personale qualificato i detenuti, in vista di un loro riscatto, secondo la funzione rieducativa che la nostra Costituzione assegna alla pena.
Il Comune di Bologna in varie forme è attento, a partire dal quartiere Navile. La stessa festa provinciale dell’Unità si è misurata su questo terreno. Una sinergia si è determinata con la Camera penale, con il Consiglio dell’ordine degli Avvocati, con il Sindacato e con operatori nel carcere.
Mi chiedo: può il sindaco, Matteo Lepore, sentiti i capigruppo, istituire la figura istituzionale del “consigliere delegato” al fine di dare rilevanza istituzionale alla problematica della “Dozza” e del “Pratello”, penitenziario minorile? Sarebbe una prima, non marginale risposta al messaggio del Presidente e sarebbe anche, dato il ruolo di Bologna, un esempio per tanti Comuni d’Italia che si devono misurare su questi problemi.
Anche su questo terreno drammatico può misurarsi la “civiltà comunale” propria della tradizione italiana. È una proposta, la mia, che tramite la cortesia di Cantiere Bologna rivolgo al nostro sindaco.
Photo credits: Rai.it

Sempre molto attento il nostro ex sindaco Bacchiocchi
Sì, una buona idea, dal momento che i luoghi di detenzione, oggi, richiedono attenzioni speciali, con persone con competenze specifiche.
Concordo con queste considerazioni, al carcere della Dozza sono in atto dei progetti di formazione per il re-inserimento sociale, vorrei accendere un faro anche sul carcere minorile del Pratello dove le cose da fare sarebbero tante ed un interlocutore come il consigliere delegato competente sulla materia sarebbe importante: i giovani ex detenuti necessitano di percorsi di accompagnamento per re-inserirsi socialmente e per entrare nel mondo del lavoro. L’esperienza in corso al Beccaria di Milano – post detenzione ed a cura del suo cappellano – è in tale senso un modello ripetibile.
Pur se a scoppio ritardato, mi fa piacere aggiungere delle considerazioni a quelle di Aldo Bacchiocchi. Io penso che tutto quello che si può fare per rendere le carceri un luogo di recupero dalle devianze è sempre benvenuto. Tuttavia sono già tante le figure istituzionali che operano dentro e fuori gli istituti di pena: il garante dei diritti dei detenuti, nominato dal Consiglio comunale, i servizi sociali del Comune – gestiti dall’ASP città di Bologna – che presidiano la grave emarginazione adulta, il tavolo di coordinamento del Quartiere Navile, dove è possibile il confronto fra i vari soggetti che si occupano di interventi nelle carceri, i servizi del Ministero della Giustizia che comprendono l’area pedagogica della Dozza con assistenti sociali, psicologi ed educatori penitenziari, che sono funzionari giuridico/pedagogici con un ruolo determinante nella riabilitazione delle singole persone (nella Casa circondariale di Bologna sono 10, a fronte di 840 detenuti!), la polizia penitenziaria, spesso raffigurata come punitiva, ma che il più delle volte rappresenta per queste persone il principale tramite e contatto di prossimità.
Solo che gli strumenti a disposizione di tutte queste figure non bastano a fronteggiare il grande marasma che c’è nelle carceri italiane, in cui gli operatori vivono in costante affanno.
Oltre al prezioso intervento del sistema delle imprese bolognesi citate (magari ce ne fossero altrettante in giro per l’Italia!), ci sono risorse finanziarie pubbliche mirate a favorire il reinserimento sociale territoriale e l’innovazione dei modelli di esecuzione penale: i fondi della Cassa delle Ammende (ente vigilato dal Ministero della Giustizia) – attualmente presieduto da Gherardo Colombo – a cui si aggiungono risorse economiche stanziate appositamente dalle Regioni.
Per quanto riguarda il nostro territorio, a Bologna, nel dicembre scorso, è stato concluso il percorso della cosiddetta co-progettazione fra l’ASP, il privato sociale e il volontariato, per concordare le azioni da sviluppare nel 2025 con questi fondi. E’ un percorso nuovo, interessante, in quanto prevede una migliore programmazione degli interventi ed un maggior raccordo fra pubblico e privato per migliorare le condizioni di vita dei detenuti.
La politica tutta fa fatica ad assumere il tema del contrasto alla recidiva e allo stigma sociale verso le persone ristrette, mentre necessiterebbe una battaglia forte, continua e fiera di denuncia del sovraffollamento e delle condizioni di vita degradanti nelle carceri.
Se si considerassero e si conoscessero appieno le funzioni di surroga svolte dalla rete diffusa del volontariato, si avrebbe del materiale pronto e prezioso per mettere al centro gli obiettivi di questa battaglia di civiltà. E io continuo a pensare (e a sperare) che Bologna possa fare la differenza!