Sappiamo quanto il Comune di Bologna sia impegnato sui temi dell’adolescenza e della detenzione minorile e non, in coordinamento con tante realtà territoriali, istituzionali e associative, cui credo si debba tributare la nostra riconoscenza collettiva. Dobbiamo insistere e investire sempre più tempo, energie e risorse su questo versante, perché ne va davvero del futuro della nostra comunità cittadina
di Mery De Martino, consigliera comunale Pd
Tra i tanti argomenti di dibattito in città, non c’è dubbio che quello legato alla sicurezza e alla violenza giovanile abbia assunto, da molto tempo, un ruolo di primo piano.
Le soluzioni semplicistiche sulla questione abbondano, ma possiamo essere certi che non saranno le ronde auto-organizzate da cosiddetti “patrioti” o il mero utilizzo di etichette che si limitino a stigmatizzare violenti e delinquenti, senza lasciare alcuno spazio all’analisi della complessità, a salvarci come comunità. Anzi, imboccare quella strada non farà altro che acuire quel solco e quella distanza tra noi e loro, adulti e ragazzi, istituzioni e giovani cittadini. Solco di cui, alla fine, pagheremo tutte e tutti le conseguenze.
A tal proposito, alcuni giorni fa è stata pubblicata sul “Corriere di Bologna” una bella intervista a don Domenico Cambareri, cappellano dell’Istituto penitenziario minorile del Pratello (qui). Vi ho trovato elementi molto importanti che, tanto sul piano politico quanto su quello della cittadinanza attiva e consapevole, non possiamo ignorare, a maggior ragione perché arrivano da chi frequenta quasi quotidianamente quelle mura e conosce bene chi ci vive o lavora.
Nella sua intervista, don Domenico parte dalle origini dei detenuti: ci sono italiani figli di italiani, seconde generazioni e minori stranieri non accompagnati. Background, quindi, molto diversi, ma accumunati dagli stessi sentimenti: sono tutti ragazzi, dice lui, «abituati a non essere visti, abituati a non importare, a essere messi da parte. Ragazzi che hanno ansia per il futuro e vivono solo un presente che spesso non è fatto di adulti». Ragazzi che fanno fatica a comprendere e gestire le proprie emozioni e che, proprio per questo, sono affamati di affetto e amicizia.
Ragazzi che sentono le istituzioni lontane, perché non le reputano in grado di offrirgli alternative concrete per potersi costruire una vita come quella degli altri. Lo stesso Cambareri ammette che, quando gli chiedono un aiuto, si rende conto di non avere tutti gli strumenti necessari.
Alcuni sono di cosiddetta seconda generazione e dunque subiscono, oltre a tutto quanto detto sopra, anche un razzismo latente e quotidiano. Un razzismo, prosegue sempre don Domenico, fatto anche di cose “piccole” che noi non noteremmo – talvolta anche semplici sguardi – ma che su di loro hanno l’effetto di pugnalate che li allontanano sempre più dal nostro Paese. Questo ci dice che servono lenti allenate per notare queste discriminazioni, a volte così sottili, e che l’unico modo per ottenerle è passare del tempo con questi ragazzi, ascoltarli, guardare ciò che loro ci indicano. In questo contesto già molto complesso, si aggiungono ulteriori difficoltà quando ci troviamo di fronte un minore straniero non accompagnato che, nella grande maggioranza dei casi, al compimento dei diciotto anni perde ogni tipo di tutela.
Insomma, il quadro restituitoci da don Domenico conferma alcune riflessioni che da tempo sono al centro della mia attenzione: i ragazzi dell’Ipm sono ragazzi che possiamo tranquillamente incontrare nelle nostre piazze, nelle nostre strade, nei nostri centri commerciali, perché hanno tantissimo in comune con chi sta fuori dalle sbarre. E se con questo non voglio certamente dire che tutti i nostri ragazzi potrebbero arrivare a delinquere, quel che mi preme sottolineare è che c’è, nella grande maggioranza di loro, un senso di disagio sempre più profondo che li accumuna e che ne porta una parte, sempre più significativa, a commettere atti violenti o contro la legge. Basti pensare che, quando insieme al collega Giacomo Tarsitano e a don Domenico andammo a parlare di carcere con un ex detenuto di fronte a una platea di 60 quattordicenni, solo in otto alzarono la mano per rispondere affermativamente alla domanda con cui gli veniva chiesto se si fidassero degli adulti.
Poi, certo, una differenza sostanziale c’è. Ed è il fatto che chi di loro arriva a delinquere e viene per questo privato della libertà si ritrova in un contesto, come quello del carcere minorile, che oggi, per scelte politiche precise e ottuse, riesce a perseguire solo il mero scopo del contenimento e della separazione dal resto della società, mentre dentro continuano a crescere e ad alimentarsi la violenza e la sopraffazione, nonostante l’egregio lavoro degli operatori/operatrici e delle associazioni, che a loro volta però si devono quotidianamente scontrare con limiti concreti e materiali, a cominciare dal sovraffollamento sempre più endemico delle nostre strutture penitenziarie.
È di pochi giorni fa la notizia che al momento nel carcere minorile del Pratello si trovano 51 detenuti, nonostante una capienza di massimo 44 e un personale di polizia ed educativo ancora tarato sulla vecchia capienza (22-25 ragazzi). Il mio timore è che se continueremo a non vedere queste connessioni, a fare finta che non esistono, a limitarci a dividere i buoni dai cattivi e gli italiani dagli stranieri senza occuparci davvero di chi vive dietro le sbarre, questa spirale di disagio, frustrazione e violenza, dentro e fuori il carcere, continuerà ad autoalimentarsi rischiando di diventare, prima o poi, una vera bomba sociale.
Sappiamo quanto il Comune di Bologna sia impegnato sui temi dell’adolescenza e della detenzione minorile e non, in coordinamento con tante realtà territoriali, istituzionali e associative, cui credo si debba tributare la nostra riconoscenza collettiva. Dobbiamo insistere e investire sempre più tempo, energie e risorse su questo versante, perché ne va davvero del futuro della nostra comunità cittadina. Un futuro che non siamo già più noi, tanto meno chi scrive, ma quello che stiamo lasciando indietro non occupandoci appieno dei più giovani.
Photo credits: Associazione Antigone Onlus
