Con pochissimi oggetti di scena, minimalissimi e poveri, lo spettacolo andato in scena a Teatri di Vita drammatizza il dolore e la profezia di Pier Paolo Pasolini e ci vuole un tocco di genialità per dare ancora forza propulsiva all’allegoria dello scrittore friulano sull’Italia svenduta al mito del progresso
di Cristian Tracà, docente e dottorando di ricerca
Dopo mesi di pausa torna la rubrica di Cantiere sul teatro. Finalmente c’è stato quel guizzo in più. Uscito da teatro, ho avuto la sana e consapevole libidine di impugnare la penna e raccontare. A procurarmi questo effetto è stato lo spettacolo andato in scena a Teatri di Vita: Ilva Football Club, nato dalla collaborazione tra Usine Baug & Fratelli Maniglio.
Platea delle grandi occasioni, nonostante la concorrenza del Festival arrivi fino alla sala accanto. Ci accoglie un palcoscenico spoglio, tra il lavico e il lunare, ricoperto di uno strato di materiale nero. È subito distopia e l’attenzione immediatamente si ferma su quello strato di polvere nera, correlativo oggettivo della condizione che vivono i tarantini da decenni. Tamburi da anni in Italia ha ormai solo l’accezione del quartiere martoriato.
Lo spettacolo sceglie una via insolita, racconta una famiglia del Sud come tante, ma avvolta e risucchiata dai destini dell’acciaieria. Prima ancora che lo spettacolo cominci scorrono le immagini e le voci di Taranto, i muri della città raccontano il dramma, lo urlano.
«O la vita o l’acciaio.
Meglio un figlio morto o disoccupato?»
Su questo palcoscenico povero s’innesta una storia tra la fantasia e il crudo dipanarsi dell’inchiesta sociale. Una famiglia che vive davanti allo stabilimento del disincanto, che lega a doppio filo la sua vita alla polverina tossica. Due figli su tre ereditano dal padre la condizione di operai in quella fabbrica, il terzo prende le distanze, ma i fratelli puntualmente gli ricordano che senza l’Ilva lui non avrebbe avuto il capitale iniziale per aprire il suo bar che vive nel bilico della sopravvivenza, come quasi tutte le attività commerciali nel Sud meno da cartolina. Questo non gli impedisce mai di dire che è tutto una merda.
In scena corrono due binari paralleli, a bordo campo il realismo, nel rettangolo di gioco il surrealismo. Le vite lasciano di tanto in tanto il posto al campo da calcio, senza che ci sia mai intenzione mimetica. Il football è sogno, utopia, frizzi e lazzi, circo.
Il calcio è la ginestra di Leopardi che invita gli uomini a unirsi per resistere al male? O solo l’illusione del successo e del denaro esattamente come la promessa di sviluppo economico dell’Italia del Boom?
La telecronaca della partita ricorda agli sguardi più sofisticati i romanzi di Galeano, ma non si sfugge all’immaginario pop dei cartoni che hanno segnato anche la generazione degli attori e dell’attrice presenti in scena. Come dimenticare la rarefazione emotiva del tempo in Holly e Benji.
Le maglie di cotone a un certo punto diventano luccicanti, come se avessero dei poteri magici. Un pallone illuminato nel buio incanta il pubblico mentre va in scena un’azione di attacco a ralenti. Di fiabesco c’è veramente poco, purtroppo. Scomparse le lucciole, sono arrivate le luci al neon e le ventole, con una vaga simbologia che richiama l’incubo delle esplosioni nucleari. Scopriamo che la luminosità alle maglie è data solo dalla polverina tossica che il mostro getta sui corpi dei tarantini. Sulle loro case, sui loro balconi, sui loro cuscini.
Con pochissimi oggetti di scena, minimalissimi e poveri, lo spettacolo drammatizza il dolore e la profezia di Pier Paolo Pasolini e ci vuole un tocco di genialità per dare ancora forza propulsiva all’allegoria dello scrittore friulano sull’Italia svenduta al mito del progresso.
Nel gioco accade anche che gli operai trovino una solidarietà di classe per ribellarsi al capo reparto, che non vuole concedere all’ariete del team il permesso per andare a giocare un turno fantomatico infrasettimanale di Coppa Italia con una big del calcio. Come se solo nel gioco e nella narrazione del gioco ormai sia possibile immaginare una presa di coscienza dell’alienazione.
Ma poi c’è la realtà: c’è il dato statistico freddo che lega l’incremento della mortalità e delle malattie, ma c’è anche il riflesso sulla vita vera, con la storia di uno dei tanti bambini vittima della diossina e dei veleni. Il focus è la martoriata Taranto, ma quel buio pesto, quegli scarti industriali neri sono i rottami del sogno del posto fisso dell’industria, per sfuggire alla dura incertezza dei cicli naturali, per la grande tentazione della modernità.
Un Paese che oggi non sa come uscire dal tunnel, tra sentenze che si smentiscono, carambole di svendite e delocalizzazioni, rimpalli e rimbalzi continui tra ministri, governi, magistrati, nuovi acquirenti. Un Paese che adesso vuole tornare al cibo sano, all’agricoltura locale, ai grani antichi, con un ritardo forse letale.
Il teatro è nudo, non c’è nessun sipario e la finzione scenica è circoscritta ai momenti della partita. Che non ci siano orpelli è denunciato sin dalle premesse. Gli attori cominciano a parlare dagli spalti, c’è un televisore che è megafono d’inchiesta (forse Pasolini non approverebbe).
Su quello schermo nel corso dello spettacolo scorreranno in modo straniante le immagini mirabolanti delle pentole e dei coltelli di acciaio inox delle televendite, le immagini della città, i dati, le frasi shock.
«L’Onu ha inserito Taranto nelle zone di sacrificio. I cittadini maledicono coloro che possono fare e non fanno nulla per riparare»
