Alla Bolognina scompare la svolta

La storia della lapide di Piazza dell’Unità è nazionale. Posta nel 2009, commemorava la decisione di Occhetto di cambiare il nome al Pci; dopo vari vandalismi, è stata sostituita con altra targa, a data falsa, che ricorda la Battaglia partigiana della Bolognina (evento già commemorato da altrae due lapidi). Sorge la domanda: il testo è stato cambiato (nessuno rivendica) per evitare l’accusa di revisionismo? Se non è così, si tratta di un cedimento ai vandali. E ora, come dice Lepore, siamo tutti “fragili”

di Nicola Pedrazzi, giornalista e editor


25 aprile 2019, Piazza dell’Unità

La storia che state per leggere parla di Bologna, ma non soltanto. Parla della sinistra italiana, dell’Italia e del momento politico in cui ci troviamo. Delle nostre debolezze, delle nostre paure, dei nostri problemi. L’ho ricostruita da semplice cittadino, con il beneficio di non avere interessi nella vicenda. Non ho nascosto il mio punto di vista – di persona innamorata di un monumento che abbiamo rimosso senza pensare, ma non per caso – perché non avrei saputo come altro scriverla, ma non è il mio punto di vista che merita la vostra attenzione. Merita questa storia. 

Capitolo primo. L’accaduto

Fino a poco tempo fa, chi arrivava in Piazza dell’Unità da sud, passeggiando da via Matteotti, si imbatteva in questa lapide. Sollevata ad altezza occhi da un ruspante piedistallo di mattoni, sul suo marmo bianco erano incise queste parole:

Il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino,
nel 45° anniversario della battaglia qui avvenuta,
Achille Occhetto annunciò il cambiamento politico
che prese il nome di “Svolta della Bolognina”.
La Germania, sconfitta dagli Alleati contro il nazismo, smembrata
dalla Guerra Fredda, si riunificava senza ostacoli ed in pace,
anche grazie al rifiuto del Presidente Sovietico
Michail Gorbaciov di usare la forza contro la volontà popolare.
I partigiani della Bolognina caduti in battaglio o fucilati
dai nazisti nel 1944 non morirono invano.
Il loro sacrificio ci ha lasciato un mondo migliore.
Nel loro ricordo salutiamo la Liberazione dal nazifascismo, la democrazia e la Costituzione della repubblica italiana,
sereno baluardo di pace e di progresso in Europa e nel mondo

L’Anpi Bolognina, il Comitato antifascista, il Quartiere Navile ed il Comune di Bologna posero nel 65° anniversario. 15 novembre 2009

Fu questo monumento ad accogliermi nel quartiere Navile, quando mi ci trasferii con la famiglia nel 2018. La prima volta lo lessi di fretta, con le borse della spesa in mano, ma la forza di quel ragionamento, capace di tenere insieme l’Italia e l’Europa, la Resistenza e la Costituzione, la Bolognina e il mondo, mi fece subito sentire parte di qualcosa di grande e di complesso.

Ricordo il senso di gratitudine che provai nei confronti non solo dei partigiani, ma dei loro eredi, autori e firmatari del testo: l’Anpi, il mio Quartiere, il mio Comune. Ricordo il campanilismo con cui ricacciai la sorpresa per una politica memoriale così particolare, ma così saggia e vicina alla grande Storia: «Di che ti stupisci, stupido, siamo o non siamo bolognesi?». Ogni volta che, dopo aver subito idioti atti vandalici, vedevo quella lapide risorgere restaurata come fosse un segno vivo e tangibile della nostra intelligenza di comunità, rimuginavo proprio questo, con orgoglio un po’ fanciullesco: «Di che ti stupisci, siamo o non siamo a Bologna?».

Oggi quelle parole non sono più su quel piedistallo. Non si sa con esattezza da quando, ma non ci sono più. Passando di lì, come sempre con le “sportine” della spesa in mano, mi sono accorto che sul marmo bianco è stata giustapposta una placca di rame, sulla quale è inciso questo altro testo:

In memoria dei 6 partigiani uccisi e dei 5 partigiani catturati e fucilati dai nazifascisti nel corso della battaglia della Bolognina del 15 novembre 1944.
Il loro sacrificio è un esempio per tutti coloro che si battono per la pace e contro le dittature e le ingiustizie.
Il loro ricordo vive nei principi della Costituzione e nella Repubblica democratica che contribuirono a costruire

Bruno Camellini “Slavo” Caduto
Daniele Chiarini “Diavolo” Caduto
Gino Comastri “Rolando” Caduto
Amos Facchini “Joe” Caduto
Edgardo Galetti “Bufalo” Caduto
Mario Ventura “Sergio” Caduto
Arrigo Brini “Volpe” Fucilato
Franco Dal Rio “Bob” Fucilato
Ardilio Fiorini “Primo” Fucilato
Rossano Mazza “Franco” Fucilato
Riniero Turrini “Maresciallo” Fucilato
L’Anpi Bolognina e il Quartiere Navile posero in occasione del 65° anniversario. Bologna, 15 novembre 2009

A essere cambiato, lo vedete, è l’oggetto del ricordo: non più la “svolta della Bolognina” nell’anno della caduta del Muro di Berlino (1989), ma la battaglia partigiana della Bolognina del 1944. A ben vedere cambiano anche gli appositori, ora ridotti a due: “L’Anpi Bolognina e il Quartiere Navile”. Rimane invece uguale la data (15 novembre 2009): una scelta che impedisce di conoscere il reale giorno di apposizione della nuova targa, e che rappresenta un falso memoriale, perché nel 2009 altri soggetti posero un’altra lapide, per ricordare un’altra cosa.

Infine, il nuovo testo è ripetitivo, perché ricalca la lapide che dal 1964 commemora i caduti della Battaglia della Bolognina: si trova a pochi metri di distanza, sul lato sud-ovest di Piazza dell’Unità. La vedete qui sotto.

Il fronte degli Alleati era fermo
Alexander aveva ordinato ai partigiani
Tornate a casa
aspettate la primavera
Nessuno obbedì
I diciassette gappisti
della Bolognina
furono di quell’esercito
che continuò a combattere
il nemico nazi-fascista.
Ne avevano mille contro.
Il solo difendersi
fu una vittoria.

15 novembre 1944 – 15 novembre 1964

Caddero: Chiarini Daniele, Camellini Bruno, Galletti edgardo, Comastri Gino, Facchini Amos, Ventura Mario

Non sto a riprodurne la foto, ma dal 1994 a questa lapide ne fa eco un’altra, messa per il cinquantenario e oggi collocata dietro il campo da basket di Piazza dell’Unità: «Cittadino che passi se volgi lo sguardo vedi il fabbricato al civico 5 dove caddero 6 giovani patrioti… A cinquant’anni da quel giorno il ricordo accomuna tutti i caduti civili, deportati, militari…».

In sintesi, a ricordare la Battaglia della Bolognina e i suoi caduti, oggi abbiamo tre lapidi nella stessa piazza: l’originale del 1964 (peraltro, va notato: scritta in un italiano solenne e meraviglioso), quella per il cinquantenario che rimanda a quella del 1964, tenendo insieme la resistenza di partigiani e dei militari (sempre firmata anche dal Comune), e infine quella “attuale”, ma fintamente del 2009, a copertura di un testo cancellato (su cui il Comune però non mette la firma). 

La nuova targa ha il merito di ricordare anche i nomi dei cinque partigiani fucilati, su cui la lapide del 1964 tace, ma l’oggetto della memoria è lo stesso, solo ricordato peggio. A essere uscita dal perimetro del ricordo della nostra piazza è invece la svolta della Bolognina.

Perché? Che cosa è cambiato dal 2009 a oggi?

Capitolo secondo. Il Partito

Da umarell in erba quale sono, ho subito deciso di andare a fondo della questione. Per prima cosa ho scritto alla presidente del quartiere Federica Mazzoni, che è anche la segretaria del Pd Bologna, chiedendo tre informazioni di base: quando è stato deciso il cambio di lapide, con quali motivazioni, e soprattutto: perché una volta scelto di cambiare memoria non si è però cambiata la data dell’apposizione.

La prima risposta mi è arrivata dalla sua segreteria, con argomenti non propriamente a prova di bomba, cioè di umarell. In sintesi, il cambio risalirebbe al 2022, e sarebbe stato fatto (cito direttamente dalla mail) «in accordo con Anpi Bologna per contestualizzare meglio l’evento storico legato alla Resistenza e alla liberazione dal Nazifascismo. La versione definitiva che trova incisa sulla lapide è stata scritta proprio da Anpi di concerto con il Quartiere e l’Amministrazione Comunale. La scelta di mantenere la data del 2009 è motivata dalla volontà di valorizzare l’anno in cui si è deciso di commemorare per la prima volta i partigiani caduti nella Battaglia della Bolognina, con l’apposizione della lapide originaria».

Ora, lo abbiamo detto sopra: la prima volta che il Comune ha deciso di commemorare i caduti della Bolognina non è nel 2009 – sarebbe stato grave – ma nel 1964 (il sindaco era Giuseppe Dozza), quindi la motivazione sul mantenimento della “data originaria” è falsa. Ma il ragionamento non regge in generale, perché il nuovo testo non “contestualizza meglio” l’evento resistenziale, al contrario isola quell’evento dal contesto che prima lo includeva e ne fa l’unico oggetto della targa, senza timore di ripetere una lapide già esistente.

Allarmato dalla superficialità della risposta istituzionale, busso alla sezione del Pd di Piazza dell’Unità (quella stessa che nel 2022 ha tesserato la segretaria nazionale Elly Schlein, di ritorno nel partito in vista delle Primarie che l’hanno eletta) per capire se il partito nato dalla svolta ne sa qualcosa. E qui mi si spalanca dinanzi il Novecento: la storia politica cui noi, nati dopo la caduta del Muro, apparteniamo anche senza saperlo. 

Ad accogliermi è, per fortunato caso, uno storico: il gentilissimo Giuseppe Giliberti, che in qualità di responsabile cultura della sezione proprio in quei giorni sta lavorando alla ristrutturazione della sala conferenze. Giuseppe mi ascolta con attenzione, capisce la mia angoscia civica, e con l’autorevolezza del militante che della svolta ha memoria diretta compie due azioni tranquillizzanti che poi troverò ricorrenti nel corso di altre interviste a tesserati Pd della Bolognina: da un lato mi rassicura sull’importanza che per “il partito” continua ad avere la svolta e la sua commemorazione, dall’altro mi invita (al pari di quanto faceva la mail ricevuta dal Quartiere) a riflettere sul ruolo centrale dell’Anpi nella scrittura della lapide: sia nel 2009, quando a seguito di un lungo confronto interno, «già allora per nulla semplice», Armando Sarti, allora presidente Anpi della Bolognina scrisse e “fece passare” il testo ampio che io trovavo tanto saggio; sia oggi, quando altre discussioni interne all’Anpi hanno portato a scrivere una lapide diversa, incentrata sulla battaglia partigiana.

Insomma, da un lato quella lapide è, nella sostanza, da sempre, una «scelta dell’Anpi», dall’altro «che il Pd sia figlio della svolta non ci sono dubbi e non va ricordato a noi». Così dice Giuseppe, indicandomi due cimeli appesi alle pareti: sulla destra la bandiera del Partito Democratico della Sinistra (PdS) firmata da Achille Occhetto (al suo fianco, in due cornici più piccole, le foto di Enrico Berlinguer e di Elly Schlein), e sulla sinistra il manifesto di un incontro sui “Venti anni dalla svolta” che ebbe luogo alla presenza di Occhetto il 12 dicembre 2009, ovvero tre giorni prima dell’apposizione della mia amata lapide. Una targa dorata ricorda l’iniziativa, con parole che fanno comprendere quel momento politico e culturale: per intenderci, siamo a soli due anni dalla nascita del Pd con il discorso di Veltroni al Lingotto, un Veltroni che l’anno dopo avrebbe perso le elezioni contro Berlusconi:

“Nel ventesimo anniversario della svolta gli iscritti al Circolo della Bolognina ricordano questa coraggiosa scelta politica che ha reso possibile l’incontro delle esperienze migliori del riformismo italiano”.

Torno a casa rimuginante, e ci penso un po’ su. A ben vedere, scrivo poi su WhatsApp a Giuseppe che mi ha lasciato il suo numero, è proprio questo il problema: il riformismo. È questa la ragione per cui la lapide veniva ripetutamente vandalizzata da sinistra, con l’accusa di tradimento. Siamo dinanzi all’antica accusa di “revisionismo”: un classico nella storia della sinistra italiana nel lungo cammino che per il Pci va dall’Unione Sovietica alla svolta di Salerno, dalla Costituente all’Eurocomunismo. 

In effetti, il 25 aprile del 2019 fu proprio questo percorso storico a essere sfregiato attraverso il corpo della nostra lapide, e non per caso il segretario del sedicente Partito Comunista Marco Rizzo di quel gesto si fece “mandante morale”, dichiarando: «Non sappiamo chi sia stato, ma di certo non piangeremo per la targa di Occhetto imbrattata alla Bolognina. Un monumento al revisionismo/svolta che ha portato a cancellare il Pci fino a ritrovarci Renzi. La sinistra di oggi, che ha tradito i lavoratori è figlia di quella scelta».

La domanda sorge spontanea: vuoi vedere che nel 2022, trentatrè anni dopo la fine del comunismo internazionale, abbiamo cancellato un monumento per risparmiarci le accuse di revisionismo?

Intermezzo. Cosa accadde il 15 novembre 1989. Il discorso di Occhetto alla Bolognina, dalle colonne de «l’Unità»

Ma cosa accadde esattamente il 15 dicembre 1989? Sulla svolta della Bolognina sono stati versati fiumi di inchiostro. Se stiamo a quel giorno puntuale, la cosa fondamentale da sapere è che per lasciar trapelare la notizia sul cambio del nome del partito, il Segretario Achille Occhetto scelse volutamente il contesto della 45a commemorazione della Battaglia della Bolognina. Il suo obiettivo era ricalcare quanto fatto da Gorbaciov: così come lui si è rivolto ai veterani, io mi rivolgo a voi partigiani italiani, per dirvi che la seconda guerra mondiale non è stata vinta per conservare, ma per continuare a cambiare.

I giornalisti presenti erano pochi (Walter Dondi de «l’Unità» e Giampaolo Balestrini dell’Ansa), non si presumeva che sarebbe stato un incontro epocale. Il direttore de l’Unità al tempo era Massimo D’Alema, che – dichiarerà poi – si rese subito conto della portata di quelle parole appuntate da Walter Dondi, ma per prudenza preferì metterle a pagina 9, dedicando la prima pagina al nuovo presidente del Consiglio della Repubblica democratica tedesca (sarebbe stato il penultimo).

Il modo migliore per ripassare il discorso politico con cui Occhetto salda, per sempre, la Bolognina al nuovo corso, la Resistenza al futuro del partito, è leggere direttamente le sue parole. Sono quei contenuti, vent’anni dopo, a essere messi sul marmo in Piazza dell’Unità. Non perché quelle parole vennero pronunciate in piazza (il discorso Occhetto lo tenne in via Tibaldi, nella sede del quartiere), ma perché il contesto scelto per quelle parole fu la Resistenza, e subito dopo averle pronunciate Occhetto si recò sotto alla lapide del 1964 per deporre la corona di fiori. È in quel momento che la Resistenza e Piazza dell’Unità si saldano alla “svolta”.

BOLOGNA. Un’“improvvisata”. Così l’ha definita lo stesso segretario generale del Pci. Ieri mattina Achille Occhetto si è presentato, ospite inatteso quanto gradito, nella sala del quartiere Navile alla Bolognina, dove si svolgeva la manifestazione celebrativa del 45° anniversario della battaglia partigiana della «Bolognina»
Tutti gli anni i combattenti antifascisti bolognesi e i cittadini del quartiere si ritrovano per ricordare lo scontro che i partigiani ingaggiarono in piena città con fascisti e tedeschi. Un combattimento impari (che avveniva dopo otto giorni dalla più nota e vittoriosa battaglia partigiana di Porta Lame) con da una parte 17 uomini della 7a Brigata Gap “Gianni” e dall’altra 900 nazifascisti appoggiati da carri armati e autoblindo. I partigiani lasciarono sul campo cinque morti, non senza avere inflitto forti perdite al nemico.
Da tempo gli ex partigiani di Bologna e il Comitato unitario antifascista della “Bolognina”, del quale fanno parte tutte le forze politiche democratiche del quartiere, avevano invitato Occhetto a intervenire alla loro annuale manifestazione. Ieri mattina la “sorpresa”. Insieme al segretario della federazione bolognese del Pci, Mauro Zani, Occhetto è entrato nella sala del quartiere accolto dagli applausi dei numerosi presenti. Una breve cerimonia di ricordo dei caduti alla memoria dei quali è stata coniata una medaglia d’argento consegnata ai familiari (la stessa medaglia verrà donata anche al segretario del Pci), Occhetto ha quindi preso la parola:
«Ho voluto fare questa Improvvisata perché ritengo giusto andare tra la gente che si unisce per ricordare le grandi battaglie democratiche e di libertà». Un’occasione - ha affermato il segretario del Pci - per richiamare la necessità che tutte le forze democratiche diano il proprio contributo affinché «i valori della lotta di Liberazione nazionale vengano trasmessi alle nuove generazioni. E questo è tanto più importante – ha detto Occhetto – in giorni decisivi per l’Europa quando crolla il muro di Berlino. La costruzione di questo muro non era nello spirito della Resistenza – ha affermato con forza il segretario comunista – e ora con la sua caduta finisce davvero la seconda guerra mondiale».
Occhetto si è quindi rivolto direttamente ai “gappisti” e ai veterani della lotta di Liberazione. «Voglio ricordare che viviamo tempi di grande dinamismo. Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in Urss incontrò i veterani e gli disse voi avete vinto la seconda guerra mondiale, se ora non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni». Il segretario del Pci ha quindi aggiunto: «Da questo traggo incitamento a non continuare su vecchie strade ma a inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. Dal momento che la fantasia politica in questo fine ‘89 sta galoppando nei fatti è necessario andare avanti con lo stesso coraggio che allora fu dimostrato nella Resistenza».
Prima che si avviasse insieme agli ex partigiani presenti (che lo hanno a lungo festeggiato), a deporre una corona al monumento che ricorda i caduti della «Bolognina», Occhetto è stato avvicinato dai giornalisti presenti i quali gli hanno chiesto se le sue parole lasciassero presagire un cambiamento del nome del Pci. «Lasciano presagire tutto». ha risposto Occhetto. «Stiamo realizzando grandi cambiamenti e innovazioni, in tutte le direzioni».

Capitolo Terzo. Il Quartiere

Dinanzi alle dichiarazioni di Rizzo, tutti i militanti Pd che ho intervistato si sono mostrati indignati. Un “fascio-comunista”, è la definizione più diffusa, sempre accompagnata da ampi scossoni del capo, con il disappunto che si riserva agli ex compagni che dopo tanti anni «non hanno ancora capito». E tuttavia l’impressione è che la tesi per cui quella targa fosse più una “targa di Occhetto” che un monumento di respiro nazionale abbia fatto breccia anche dentro al Pd.

Me lo conferma una piacevole telefonata che ricevo da Federica Mazzoni, cui altrettanto non era bastata la risposta un po’ elusiva data dalla sua segreteria. Mazzoni, come si dice, «ci mette la faccia»: mi fa presente lo sforzo che il Quartiere ha profuso in anni di continue vandalizzazioni («da destra e da sinistra»), e ammette che unitamente al tema dei costi di manutenzione che un amministratore deve guardare, come presidente di quartiere aveva raccolto diverse segnalazioni sul carattere “controverso” di un testo che non metteva più d’accordo, decidendo così di lasciare all’Anpi, già promotrice della prima targa, di pensare a una soluzione alternativa.

Anche Mazzoni tiene a ribadire che «senza la svolta» non sarebbe qui nel Pd, ma anche Mazzoni, al dunque, tende ad archiviare il testo originario della lapide come eccessivamente «di partito», come qualcosa che ha senso ricordare «in sezione più che in piazza». «Considera – mi dice Mazzoni senza sapere che ho letto l’Unità del 1989 – che il celebre discorso Occhetto non lo tenne nemmeno in Piazza dell’Unità, ma in via Tibaldi, in una sala del Quartiere, oggi c’è un parrucchiere cinese…». Avrei una pletora di obiezioni, ma siccome è una coetanea (ci riconosciamo dai pianti dei figli piccoli in sottofondo), mi limito a farle presente che i militanti che furono testimoni dei fatti possono anche non aver bisogno di una lapide per ricordare, ma che noi che nel 1989 avevamo tre anni forse ne avremmo bisogno. Da qui però la telefonata deraglia in una piacevole complicità generazionale, e tra i primi ricordi delle biciclettate dell’Ulivo e l’ammissione che noi millennial sulla storia del Novecento non ce la caviamo benissimo ci lasciamo con la generica promessa di riparlarne (come vedi Federica ho tenuto fede!).

Due cose però ormai mi sono chiare: in mancanza di delibera comunale (che pare non esserci stata, forse non ci fu nemmeno nel 2009, certamente non c’è stata nel 2022: almeno io non l’ho trovata, se c’è scrivetemi), è stato il quartiere a dire all’Anpi di preparare un nuovo testo anti-vandali e a giustapporlo al precedente. D’altronde, «vuoi non affidarti all’Anpi quando si scrive di partigiani?» (per citare un’altra argomentazione ricorrente tra i militanti Pd).

Se così stanno le cose allora è all’Anpi che bisogna andare: da Anna Cocchi, presidente dell’Anpi provinciale, e Giovanni Iannantuono, presidente dell’Anpi Bolognina. 

Capitolo Quarto. L’Anpi

Anna Cocchi mi riceve nella sede dell’Anpi di via San Felice 25. È cordiale e affettuosa, mi racconta di quanto lavoro c’è da fare in Anpi: «Da sindaco di Anzola lavoravo di meno», confessa.

Ho stampato la foto della lapide cancellata, ne rileggiamo insieme il testo, ed entriamo nel vivo della conversazione. «Io penso che questa lapide era sbagliata già nel 2009, perché ha usato i partigiani a scopi di partito. Sono sincera, non ricordavo bene questo testo, ma ricordo bene quante contrapposizioni interne generò la scelta di metterlo». Cocchi mi conferma che al tempo fu il fumantino Armando Sarti, dell’Anpi Bolognina, a imporsi sull’allora presidente provinciale ed ex partigiano di Porta Lame  William Michelini. «Già allora pensavo che la memoria dei Partigiani non poteva appartenere a Occhetto, perché i partigiani sono multicolore, erano di diversi partiti».

Le dico che questa argomentazione è molto buona per decidere di non mettere un monumento fatto così nel 2009, ma non è sufficiente a toglierlo nel 2022, perché in questo contesto storico le implicazioni sono superiori, soprattutto se viene tolto nel silenzio, facendo finta di niente; e soprattutto se si dà l’impressione che le argomentazioni non siano il pluralismo dell’Anpi, ma il ripudio della svolta di Occhetto. Quando le mostro la data falsa della nuova targa Cocchi se ne dissocia: «Questo è sicuramente un errore, andava messa la data reale e spiegato serenamente, senza malizie, che si è voluto separare ciò che è partito da ciò che è Resistenza. Se questa targa è dell’Anpi non dobbiamo ricordare la svolta, non spetta a noi, spetta alla sede del PdS, oggi Pd».

Le chiedo allora se esista un testo formale con cui l’Anpi ha chiesto questo al Quartiere, e chi sia l’autore del nuovo testo. Cocchi qui si fa più vaga, risponde che in Anpi era noto che questa targa generava «malcontento tra le persone» – «gli imbrattamenti ci dicono anche questo, che quel testo catturava sentimenti negativi» –, ma su chi ha scritto il testo non sa dirmi e promette indagine: «Sarà stato il Quartiere su consiglio dell’Anpi Bolognina, l’Anpi provinciale sicuramente non l’ha scritto”.

Insomma tutti – dal Pd al Quartiere all’Anpi – concordano che l’avvenuto dipende dal cambiamento delle valutazioni in Anpi: dove le posizioni di Sarti nel tempo sono divenute minoranza – ma sebbene mi trovi nella sede dell’Anpi l’autore del testo e il momento della decisione continuano a non trovarsi. Mentre ci salutiamo Cocchi mi invita a non metterci «troppa malizia», mentre io la invito a rileggere il testo del 2009, che mi sembra molto più “multicolore” della scelta di cancellarlo, che invece è «monocolore e molto poco resistenziale». Alla fine tra non detto e gesti del capo finiamo per convenire sul fatto che siamo dinanzi a un pasticcio, Cocchi promette di sentire il Presidente Anpi Bolognina Iannantuono per conoscere la genesi esatta del testo e di vedere cosa si può fare per la data falsa; mentre mi congeda ho l’impressione che mi consoli: «Dinanzi all’imbrattamento continuo dei partigiani della Bolognina qualcosa andava fatto; eliminare la targa non si può, perché non possiamo cancellare la memoria partigiana, né possiamo appostarci di notte in piazza per far ragionare gli imbrattatori su un testo discutibile, forse si è rimediato male, ma l’errore è del 2009».

Capitolo Quinto: il momento della riflessione

Se così sono andati i fatti, cosa pensare al riguardo? Dobbiamo essere seri e solidali tra di noi bolognesi, e ammettere due cose importanti.

La prima è che è vero che si poteva anche non dedicare alcuna lapide alla svolta della Bolognina. Quella scelta è senza dubbio figlia anche della concezione che il Pci e i suoi militanti hanno sempre avuto della loro importanza. Se ti ritieni molto importante, ritieni molto importante il giorno in cui hai cambiato nome. E quando le persone che ritengono molto importante quel giorno sono maggioranza nell’Anpi, allora la scelta retorica di Occhetto di saldare Resistenza e svolta si fa monumento.

Insomma, la lapide del 2009 è senza dubbio figlia di un preciso momento politico, che poteva anche svolgersi senza che quella lapide “di partito” venisse incisa, nel tentativo di divenire memoria collettiva. Ma se così è, a maggior ragione dobbiamo interrogarci sulle caratteristiche del nuovo momento politico che ha portato alla rimozione di quel tentativo, e sul perché proprio il tentativo di saldare la Resistenza alla caduta del Muro di Berlino venga oggi sentito così tanto come “di parte”. Certo fu Occhetto, un leader di partito, a dire che «quel muro non era nello spirito della Resistenza», ma al tempo quelle parole erano molto poco partitiche, servivano per risolvere la doppiezza del Pci (partito sovietico o partito costituente?) all’interno della storia della democrazia nazionale ed europea. Io in quella lapide leggevo la capacità, nei momenti alti della Storia, di guardare, come fecero i partigiani, come fece Gorbaciov, oltre al proprio orto, per costruire una pace nuova. Ci vedevo altruismo più che partito. Dopodiché il problema dei monumenti pubblici è sempre lo stesso: bisogna pensare cento volte prima di metterli, perché se un giorno poi li togli, a contatto con un nuovo contesto la rimozione assume un significato cento volte di più grave della scelta di erigerli. E questo soprattutto se la cancellazione avviene con modalità non trasparenti.

La seconda realtà da ammettere molto chiaramente è che a prescindere dalla opinabilità della scelta fatta nel 2009, la scelta di “tornare indietro” ha messo in luce la fragilità odierna di tutti gli attori coinvolti: le istituzioni comunali, il Partito Democratico bolognese, l’Anpi provinciale e di quartiere, i media locali, noi semplici cittadini bolognesi.

Si mostra fragile il Comune, che in questo caso non elabora la sua memoria pubblica, delegando al quartiere che delega all’Anpi la riscrittura di un frangente della storia cittadina, dimenticando ciò che, firmandosi come apponente, aveva rivendicato nel 2009, cioè che quella storia non è né “di Occhetto” né “di partito”, ma civica e nazionale, perché la storia del Pci che diviene Pd si dipana all’interno dell’inveramento del dettato costituzionale e dei sui valori.

Si mostra fragile il Quartiere, altra istituzione fondativa del nostro carattere cittadino, che stando rasoterra negli anni vede montare il vandalismo e alla fine prende una scorciatoia, senza comprendere che un potere pubblico che toglie un monumento che per anni ha restaurato ai cittadini non trasmette l’impressione di avere una nuova politica memoriale, ma di cedere agli imbrattatori.

Si mostra fragile il Pd bolognese, che ancora non riesce a unire i pezzi della sua storia politica: nemmeno in una città medaglia d’oro della Resistenza che al tramonto della Guerra Fredda diventa il laboratorio dell’Ulivo, l’unica vera alternativa politica al berlusconismo, nel ventennio in cui il berlusconismo era pressoché imbattibile. Nel 1989 fu il mondo a travolgere il Pci. Imitando Gorbaciov, Occhetto scelse di abbracciare il cambiamento radicandolo in una battaglia partigiana, nella città più comunista d’Italia. Vent’anni dopo questo parallelo politico, nasce il Pd, e questo discorso pacificante viene inciso sulla pietra per raccontare un percorso decennale e connettere il passato al futuro. Che dinanzi a marxisti-leninisti adolescenziali armati di bomboletta, il Pd bolognese accetti senza proferir obiezioni di richiudere l’adultità della propria storia dentro a una sezione di partito, invece di rivendicare il rango costituzionale delle parole che, in un altro periodo, avevano conquistato la piazza, è una miopia politica.

Infine, si mostra fragile anche l’Anpi, cui alla bisogna i poteri pubblici chiedono di intervenire, ma più per togliersi di impaccio e avere una copertura di autorevolezza che per una sana cooperazione, che andrebbe fondata sull’autonomia delle rispettive funzioni, non sull’appalto all’Anpi del compito della memoria pubblica. La duplicazione dei nomi dei partigiani della Battaglia, replicati a difesa dei vandali (che ce l’hanno con Occhetto e non con la Resistenza, quindi problema risolto) è intrinsecamente debole, e contribuisce a trasformare la Resistenza in un feticcio buono per tutte le stagioni. Il meccanismo è simile a quello che sta mandando in cortocircuito le società dell’Est europeo: meno riusciamo ad andare d’accordo nel presente, meno riusciamo a costruire un discorso politico condiviso sul passato recente, e più gli eventi lontani, cristallizzati nel mito, diventano l’unico denominatore comune. La memoria della Resistenza e dei partigiani, cui l’Anpi lavora con tanto impegno, merita di più dell’utilizzo che ne abbiamo fatto in questo frangente.

Conclusioni. La Bolognina siamo noi

Se siete arrivati sino a qui avrete capito che in questo giallo la pistola fumante non c’è: il bel monumento in realtà non è stato rimosso da nessuno, non esistono delibere comunali in cui si affermi che i suoi contenuti sono superati, non esistono militanti del Pd che vogliano tornare a Rifondazione, non esistono articoli di giornale prima di questo che analizzino una scelta fatta, perché in fin dei conti non esiste chi ha fatto la scelta. Esiste solo una somma di considerazioni superficiali e apparentemente di “buon senso” fatte da persone sostanzialmente ben intenzionate. Al termine di questa catena però un buon discorso politico che esisteva non esiste più. 

Queste cose non accadono per caso. Accadono perché nella catena dei rapporti reciproci che tiene insieme un quartiere, una città e un Paese, a un certo punto i legami si allentano e la qualità complessiva si abbassa. Nel rapporto tra elettori ed eletti lo vediamo tutti i giorni: si allenta l’esigenza, e al contempo si allenta l’empatia. Chi governa non si controlla più, si detesta e basta, poi faccia quello che vuole, tanto sappiamo già che farete schifo.

La scomparsa della lapide della Bolognina merita attenzione perché racconta di tutti i nostri problemi contemporanei: del distacco dalla cosa pubblica e della crisi dei partiti, della fatica che facciamo a sostituirli con nuove forme di partecipazione. Racconta della fine dell’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale. Racconta di cosa accade in tempi di guerra, quando grandi potenze come la Russia dimenticano figure come Gorbaciov (è tremenda, in questo senso, la data del 2022: sempre “per coincidenza”, certo, ma abbiamo rinunciato a ricordare la pace europea seguita alla caduta del Muro di Berlino nell’anno in cui Putin ha aggredito l’Ucraina).

Su questo terreno incerto, inquieto e dissestato, cresce e si espande, vaga e riconoscibile insieme, fintamente curativa, la nostalgia per il Pci. Un sentimento intergenerazionale, che attecchisce nei vecchi militanti ma particolarmente in chi non c’era, in persone che mitizzano volentieri la Prima Repubblica, perché deluse dalla Seconda. È un sentimento interclasse, che si riscontra nella solitudine degli strati popolari come nelle velleità intellettuali della borghesia alta. È una nostalgia diffusa, tenace e piacevole, che è capace di prendere varie forme. Può sfociare in realizzazioni artistiche, come un film o una mostra dedicata a Berlinguer; può assumere neo-forme politiche, come nel caso del Movimento 5 Stelle, la cui miscela populista e giacobina eredita diversi ingredienti del comunismo italiano (basti pensare alla “questione morale” o all’antiamericanismo); o può rimanere un vago sogno di purezza dinanzi a ogni “ingiustizia” (parola non per nulla comparsa nella nuova lapide), un sentimento di civile fastidio per tutto ciò che ha la forma del compromesso, dell’interesse economico o dell’America.

Raramente la nostalgia per il Pci viene dichiarata o argomentata da chi ne è portatore, e raramente chi la prova sa farne qualcosa di utile nella sfera pubblica: si tratta di un sentimento latente, minoritario, talvolta anche nobile, ma sempre infantile, che come tutti i romanticismi è incline al rigurgito identitario, allo scatto di rabbia, e non desidera comprendere, solo essere compreso. In fin dei conti, non desidera partecipazione, ma soltanto sdegno.La regressione della memoria della “svolta” è evidentemente l’esito locale di questo fenomeno molto più ampio. È sano dirselo. Perché la Bolognina siamo noi. Siamo noi il Comune, siamo noi il Quartiere, siamo noi l’Italia. Siamo tutti noi a essere soli e polarizzati. Per dirla con un’espressione cara al nostro sindaco Matteo Lepore: siamo tutti noi a essere fragili.


6 pensieri riguardo “Alla Bolognina scompare la svolta

  1. Iconoclastia politica.La distruzione di manufatti, targhe statue, che non siano offensive della memoria collettiva è sempre da condannare, come qualsiasi atto violento. Così avvenne per le effigi del fascismo e ce n’era ben ragione, così è avvenuto per le statue di Stalin e Lenin al crollo dell’URSS, come più di recente le statue di Saddam Hussein e di Gheddafi, da poche settimane quelle di Assad,tutte abbattute. In America, dopo la morte di George Floyd si tiravano giù le statue di Colombo quale emblema del colonialismo originario. La lapide (congeniale) che ricordava la svolta occhettiana della bolognina non l’ho mai notata, non sono in frequentatore abituale del quartiere. Il testo mi sembra soffra di una certa retorica resistenziale dal momento che non c’entra la memoria partigiana con lo scioglimento del PCI. Si dovrebbe se mai affrontare una seria riflessione su quella scelta e le conseguenze che determinò. Un esercizio accantonato, forse per questo si cerca di fornire motivazioni formali.

  2. LUIGI PEDRAZZI SAREBBE ORGOGLIOSO DI UN TALE EREDE
    BOLOGNA MERITA PIU’ CANTIERE

  3. Buona la tesi che descrive il percorso della lapide posta nel giardino di Piazza dell’unità.
    A questo punto io distinguerei tra il ricordo della battaglia partigiana alla bolognina che deve rimanere con la data corretta, e la svolta da PCI a PD di Occhetto che deve rimanere esposta all’interno e all’esterno della sezione PD della Bolognina.
    Così si evita la confusione degli avvenimenti.

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