Se la Provvidenza dovesse accordare a Emily Clancy una fortuna equivalente anche solo a metà del suo talento, non ho dubbi che alla fine dei giorni potrà dirsi soddisfatta del contributo che avrà dato a una causa più grande di lei e di tutti gli insulti che avrà ricevuto
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Immagino che salendo al Golgota con la sua croce in spalla, deriso e sanguinante, il figlio di Dio abbia avuto, anche solo per un istante, la tentazione di abbandonarsi alla rabbia e chiedersi «ma chi me lo ha fatto fare?». Del resto la collera è un sentimento divino e il cristianesimo, come dimostra il Concilio di Gerusalemme e sanno bene uomini e donne di fede ebraica, prima che un movimento mistico è un progetto politico pensato da uomini per altri uomini, e dunque inevitabilmente soggetto agli umori e alle debolezze che la nostra natura limitata sfortunatamente comporta.
Immagine suggeritami dal clima pasquale, ovviamente, ma soprattutto dall’incipit del bell’articolo con cui Andrea Femia, ragionando sulla violenza social piovuta per l’ennesima volta su Emily Clancy, si chiedeva se non fosse il caso, tanto per la nostra vicesindaca quanto per tutte «le persone perbene», di ribellarsi «iniziando a chiedere risarcimenti corposi per porre un freno politico a questa decadenza incivile» (qui). Una tesi che condivido in generale – la legge si può rispettare o infrangere, a patto di assumerne sempre e in entrambi i casi la responsabilità personale – ma che non sono sicuro possa aggiungere qualcosa alla causa, ben più nobile, che la vicesindaca rappresenta.
Chi nasce all’ombra dei portici sa, anche solo per osmosi con l’ambiente, che governare questa città è un onere e un onore paragonabile, per i meteci, a quello di un ministro o di un capo di Stato. Una follia collettiva, senza alcun dubbio, ma anche una delle tante manifestazioni del metro con cui i bolognesi misurano se stessi: non è l’universo a informare Bologna, bensì la città a indicare la via all’universo. Se poi sei nata il 25 aprile, l’idea che il tuo mandato sia espressione della volontà del volksgeist petroniano diventa, per chi osserva e commenta, più di una semplice suggestione.
Arrivati a questo punto qualcuno avrà pensato che la mia è un’esagerazione, qualcun altro che è un delirio, qualcun altro ancora che non ho colto il punto politico della questione, cosa che tenterò di fare adesso. Perché Emily Clancy non è soltanto la vicesindaca di Bologna – e come tale espressione istituzionale di tutti noi – ma anche la rappresentante di un genere, il femminile, e soprattutto di un’ideologia, il Femminismo, destinate per biologia e per struttura a influenzare con decisione il secolo che stiamo vivendo. Va da sé, in quest’ottica, che tanto nella buona quanto nella cattiva sorte le sue azioni, così come la sua immagine, non sono e non saranno soltanto il frutto della sua parabola personale ma la dimostrazione, o la sconfessione, delle idee buone e giuste che incarna.
Ora, se tutto quello che ho detto fin qui vi risuona, non vi sarà difficile comprendere perché non mi convince granché il pensiero che queste idee possano essere “declassate” in un’aula di tribunale, magari a discapito di uno di quei pensionati orrendamente misogini ma pur sempre incarogniti dalle difficoltà della vita citati da Femia. Il peso di certe lotte – o se preferite, certe croci – non lo alleviano le sentenze e non lo sconfessano le parole, per quanto volgari e disoneste possano suonare. Il peso di certe lotte lo determina soltanto la Storia, e il sacrificio delle persone che le combattono.
Certo nessuno può prevedere il futuro, dunque sapere come andrà a finire. Ma se la Provvidenza dovesse accordare a Emily Marion Clancy una fortuna equivalente anche solo a metà del suo talento, non ho dubbi che alla fine dei giorni potrà dirsi soddisfatta del contributo che avrà dato a una causa più grande di lei e di tutti gli insulti che avrà ricevuto.
Rabbia e frustrazione sono umane, e perciò assolutamente comprensibili. Ma per chi ambisce ad andare oltre, non c’è vittoria più grande di quella ottenuta senza far soffrire altri che se stessi.
Photo credits: LaPresse

Il suo articolo mi lascia perplesso. Premesso il poco comprensibile riferimento al fatto che per i Bolognesi Bologna sia il centro del mondo, che si spiega molto più prosaicamente con un sentimento che accomuna gli abitanti “autoctoni” di qualsiasi città dalla notte dei tempi e che si riduce a semplice campanilismo che sono sicuro, almeno in parte, lei stesso proverà per la sua città d’origine e che può avere momenti di bassissimo o altissimo valore ma che non può essere la cifra di un ragionamento di questo tipo, rimane comunque un dato di fondo che non serve a mio modesto parere alla causa del femminismo: condannare l’odio social, usando lo stesso linguaggio e gli stessi strumenti degli odiatori a mio modestissimo parere risulta controproducente. Cerco di spiegare meglio. Le opinioni espresse dalla vicesindaca rispetto ai manifesti dell’associazioni padri divorziati possono essere condivisibili o meno ma rientrano completamente nelle logiche di un confronto democratico e nella libertà di mandato e di espressione di chi svolge un incarico pubblico. Gli insulti gratuiti e sessisti degli odiatori assolutamente no. In questo semplicemente e con meno enfasi forcaiola di quella espressa dal suo collega ci sono delle leggi al riguardo e suppongo che la polizia postale indagherà spero anche su sollecitazione di una denuncia da parte di Clancy. Anche questo rientra nelle logiche democratiche e dello stato di diritto. Quello che non rientra in questo meccanismo è martirizzare la figura di Clancy e renderla una paladina della storia futura del femminismo. A cosa serve il suo articolo a parte ad esprimere oltra ogni ragionevole dubbio le sue lodi sperticate per quest’amministrazione? Dove sta il metro razionale dell’attenersi a contestare i fatti forse anche i reati commessi? Qui mi spiace ma siamo alla propaganda social fatta all’incontrario. Laddove siamo a contestare il metodo becero usato dal maschio medio cisgender, eterosessuale incattivito che usa il social per banalizzare e sfogare odio represso, finiamo per fare la stessa cosa esaltando Clancy a nuova Giovanna d’Arco vittima dell’oscurantismo machista, finendo in un ginepraio di emotività social che ha gli stessi meccanismi della curva da stadio. Clancy a mio modo di vedere, ed è un parere mio, rimane una giovane politica inesperta e piuttosto contraddittoria nel momento in cui paladina del green, tram e Bologna 30 fa orecchie da mercante sull’eco mostro del passante che si farà o meno chissà, vicina ai centri sociali e al movimentismo bolognese stenta a esprimere una chiara opinione nelle repressioni poliziesche dei fatti delle scuole Besta o nello sgombero di XM ecc, giustamente in prima linea nel suo diritto di difendere come donna il suo diritto ad esprimersi manca nell’esercizio di tale diritto tacendo sulla ridicola gestione degli ex-spazi del collettivo Atlantide di porta Santo Stefano regalati alla lobby degli architetti bolognesi. Clancy insomma è prona ad un gioco politico gestito in maniera molto più sapiente e furba da parte del sindaco e deve rimanere la possibilità di contestare e criticare, anche duramente, il merito di queste scelte o non scelte politiche. Non si fa un buon servizio né alla stessa Clancy, né al femminismo banalizzando tutto ad una logica del dividere la questione tra le curve del “nazifemminista” da un parte, e del “santa subito” dall’altra. Impariamo ad esprimere la complessità, stiamo ai fatti e soprattutto facciamo analisi più profonde che informino ed “educhino” l’opinione pubblica. Solo così forse si può contrastare lo squallido machismo degli insulti social ma anche rendere i cittadini più consapevoli del loro diritto a criticare democraticamente chi li governa.