Il 7 maggio alle 21.15, alla Casa della Cultura di Calderara di Reno, ultimo appuntamento della rassegna “Resistenze” 2025. Luigi Manconi, già senatore e sottosegretario, racconterà in prima persona l’esperienza della progressiva perdita della vista e di come questa gli abbia imposto modalità nuove di interazione con il mondo
di Vincenzo De Girolamo, giornalista
Mercoledì 7, alle 21.15 alla Casa della Cultura di Calderara di Reno ci sarà l’occasione per incontrare un intellettuale noto anche per le sue battaglie al fianco di chi è deprivato della libertà e dei carcerati. L’ultimo appuntamento dedicato alla rassegna “Resistenze” propone, infatti, la presentazione del libro “La Scomparsa dei Colori”: un racconto intimo e politico.

Luigi Manconi, già senatore e sottosegretario, ci racconta in prima persona l’esperienza della progressiva perdita della vista che, nel giro di quasi vent’anni, l’ha portato da una forte miopia alla cecità totale. E lo fa non attraverso un racconto che potrebbe avvicinarsi al diarista, ma mettendo sul banco degli imputati la progressione che lo ha condotto alla cecità, un mondo lattiginoso che gli ha cambiato il modo di percepirlo, la memoria e l’identità.
La narrazione si muove tra l’accettazione della disabilità, definita una grande sciagura, e la lotta per mantenere una vita attiva e piena di significato. Il libro unisce il racconto personale alla riflessione sulla condizione umana, mettendo in luce la bellezza e la resistenza della vita anche in situazioni difficili. La cecità nel testo è definita come uno stato immobile, la lotta, invece, un metodo che cammina verso un vivere pieno del proprio tempo, fatto di momenti che possono diventare anche umoristici, attimi che si danno nelle situazioni materializzate nella goffaggine della postura del cieco, nel suo brancolare o stare ginocchioni per terra a cercare qualcosa che ha perso. Non mancano riflessioni su come gli altri e lui stesso percepisce il suo corpo, sul suo inseguire il piacere della bellezza e della possibile autonomia toccata in alcune occasioni incontrate nella quotidianità.
Manconi ci porta anche a esplorare il suo nuovo mondo, una realtà fatta di suoni che percepisce, per esempio in una partita di basket, con la ricostruzione che se ne fa nell’assistere a un incontro. Oppure non lesina echi fatti di ricordi che rimandano all’infanzia o alla vita milanese e romana. Tutto con uno stile riconosciuto nel rigore dell’esposizione. Una pratica questa, che gli permette di rifuggire dal pietismo e dal sentimentalismo sempre in agguato nel raccontare situazioni simili. E lo fa con una prassi messa in essere attraverso la resistenza, che si rende concreta in un moto di lotta, l’antidoto all’immobilità.
La lotta come movimento vitale che può far concepire anche la fragilità non come debolezza, ma proprio com’è raccontato nel passaggio in cui è menzionata la storia di Michele Strogoff di Jules Verne. Nel libro si riporta anche come ha dovuto “imparare” a scrivere oggi, e la scoperta della reciprocità nei rapporti con gli altri. Si parla del rapporto con Sergio Staino, anch’egli scivolato nella cecità, della dissolvenza della vista di Monet e di altri due scrittori quali Edith Bruck e Maurizio Maggiani.
E nel gioco di finzioni che può nascere tra il cieco e chi gli sta attorno, nella menzogna che lui racconta a se stesso quando fa finta di vedere, non può mancare una citazione di Jorge Luis Borges, tanto che il libro si apre con un suo richiamo: «Vivo tra forme luminose e vaghe/ che ancora non sono tenebre».
