Leggendo commenti e dichiarazioni di chiusura totale verso la proposta di modifica avanzata dal governo regionale mi sono venute varie curiosità. Le propongo, sperando che qualcuno su questo giornale abbia il piacere di continuare il ragionamento
di Cristian Tracà, docente e dottorando di ricerca
Cinque giorni, cinque. Distribuiti tra settembre e giugno, per dare una pausa agli studenti, alle studentesse, a chi insegna e a chi lavora nella scuola per evitare che arrivi a fine maggio senza energie. Nessuna rivoluzione, al massimo una piccola riforma. Una sperimentazione.
L’idea attorno a cui la Regione Emilia- Romagna sta preparando una proposta da discutere in un tavolo allargato è questa. Nessuno stravolgimento. Un tavolo per capire se ci sono margini per avvicinarsi al calendario delle altre regioni italiane o se invece va tenuta questa diversità, su cui qualche riflessione pedagogica forse dovrebbe essere sviluppata, con la possibilità, legittima, poi di lasciarsi con la scelta di non cambiare nulla.
In questi giorni si è letto di tutto: scuola prolungata a fine giugno o addirittura a luglio. Numeri alla mano, e con un occhio alle normative e agli impegni, si può vedere che in campo non esiste nessuna intenzione di questo tipo: forse nelle sintesi dei titoli e nel passaparola si è creato qualche malinteso, che per il bene del dibattito è meglio chiarire subito, specificando che altro non è se non una pausa a Carnevale per spezzare il lungo serpentone che si verifica soprattutto quando Pasqua arriva ad aprile inoltrato.
Per ogni altra proposta che prevede allungamenti più forti sarà necessario un adeguamento importante delle strutture didattiche, aspetto su cui il mondo della scuola sta chiedendo da tempo degli interventi. È una richiesta costosa, certo, ma su cui presto si dovrà fare un grande investimento, visto che sono rimasti tra i pochi ambienti chiusi pubblici senza impianti di aria condizionata.
La Regione, sollecitata in tal senso da una petizione e da alcune riflessioni che si trascinano da tempo, ha pensato di mettere il tema sul tavolo, al fine di avere elasticità di anno in anno nell’incrocio con ponti e feste, andando a inserire una pausa, concessa quasi ovunque, all’altezza del periodo di Carnevale. Di tre, quattro, cinque giorni è da discutere, anche in base a come si incastrano i 205 giorni previsti.
In Liguria e Toscana le lezioni quest’anno finiranno il 10 giugno, pur avendo avuto inizio come in Emilia- Romagna. Lombardia, Sicilia, Sardegna, Piemonte, Umbria hanno recuperato tre o quattro giorni per le pause intermedie aprendo tre giorni prima che da noi. E anche il Piemonte è andato sulla stessa linea. Una flessibilità che oggi nei nostri territori non può esserci, vista la famosa delibera che fissa date inamovibili e che costringe ogni anno a decisioni rocambolesche anche sul 23 dicembre, che è una data in cui le famiglie sono già in viaggio o a destinazione.
Non stiamo nemmeno a citare Bolzano dove la scuola nel 2024/2025 è iniziata il 5 settembre e finirà il 13 giugno con tantissime soste in itinere. Non prendiamo in considerazione l’Europa, anche se forse buttare un occhio servirebbe. Ci fermiamo ai casi precedentemente elencati. Partirei da vicino per capire quale modello possa rendere più praticabile la didattica e l’apprendimento.
Leggendo commenti e dichiarazioni di chiusura totale mi sono venute varie curiosità. I cambiamenti portano con sé una cifra di indeterminatezza che può agitare e sicuramente ci sono una serie di incastri complessi su cui dare informazioni puntuali: uno su tutti l’intervento compensativo del welfare nel break che si va a introdurre.
Volendo restare nel cuore vivo della proposta, mi sono tornate in mente le dieci domande e il format che per un po’ ha tenuto banco sui grandi dibattiti pubblici. In questi anni ho sentito colleghi e colleghe auspicare un cambiamento e ho visto alunni e alunne fragili molto provati dal tempo scuola così organizzato, ma è interessante che ci sia uno scambio di punti di vista.
Le propongo, sperando che qualcuno su questo giornale abbia il piacere di continuare il ragionamento.
- Davvero non si può nemmeno discutere una proposta di leggera revisione sui tempi della nostra scuola e sui ritmi naturali dell’apprendimento?
- Perché in molte regioni si può avere una variazione di due o tre giorni in partenza o in coda senza che sia considerata un’ipotesi inaffrontabile e indigeribile?
- I giudizi espressi contro la mini-riforma del calendario scolastico emiliano-romagnolo sono l’antipasto di una richiesta di un passo indietro alle altre regioni o solo nelle nostre zone è impraticabile un cambiamento?
- Possiamo per una volta chiedere anche agli studenti e alle studentesse come immaginano il loro tempo scuola?
- È utile al dibattito mettersi nei panni di chi si sveglia sei volte la settimana alle 6 per andare a scuola e nei periodi più densi non ha una pausa, se non la domenica in cui deve studiare? Aggiungiamoci che possono esserci tre mesi e mezzo senza pausa come è avvenuto quest’anno: pensate che possa esserci piacere dell’apprendimento con un ritmo di questo tipo?
- È possibile dare al corpo docente e al personale Ata (e alle loro rappresentanze) due calendari comparati e chiedere che si esprimano su due proposte alternative concrete?
- Sarà positivo dal punto di vista didattico il primo quadrimestre del prossimo anno senza alcuna pausa dal 15 settembre all’8 dicembre, considerato anche che in alcuni casi si fa scuola pure al sabato?
- Non sarebbe più utile, per esempio, usare un margine minimo di elasticità per evitare situazioni in cui la scuola apra di venerdì e chiuda di lunedì?
- La pausa di Carnevale non può diventare un’occasione per sperimentare una città educante diffusa con le associazioni culturali, i teatri, i cinema aperti per accogliere gli studenti e le studentesse?
- Possiamo almeno ascoltare la proposta formativa ed educativa che la Regione ha pensato per le famiglie che lavorano e non possono allontanarsi dalla città durante questo break di cui si sta parlando?

Appezzo il proposito di alleggerire la fatica del lavoro scolastico.
Ma nella mia aspirazione ad una scuola avvolgente e trascinante, vorrei vedere soprattutto proposte di tempo pieno -per ogni livello- e di fabbrica di lavoro per gruppi variabili.
Detto molto in sintesi: sui modelli Codignola , Barbiana ecc.
dopo quarant’anni e più d insegnamento in un sistema di scuola statale che inizialmente cercava di applicare faticosamente i dettami costituzionali devo dire che piano piano si sono disapplicati questi principi.
Ora si vuole frammentare ancora di più una necessaria continuità didattica del poco lavoro ancora non invaso da progettualità casuali di agenti esterni, di precarietà del personale interno soprattutto nelle scuole più marginali e di interventi sul territorio di educatori ugualmente precari e disorganizzati in mille rivoli?
Le ore curricolari stabilite da norme difficilmente ormai vengono raggiunte in tutte le materie scolastiche alla fine dell’anno scolastico e la didattica è spesso ristretta soltanto al momento valutativo.
A questo punto basta chiedersi se la scuola, come istituzione moderna, è ancora utile alla società e chi di noi non l vuole più; certo il bilancio dello Stato ne godrebbe.