Reperto è un termine che sa di archeologia, che rimanda a scavi fatti alla ricerca di civiltà perdute. “Reperto 1” è il nome dato a una scatola di cartone contenente quello che è rimasto dell’esperienza creativa più oscena del Novecento, scatola rimasta per lungo tempo chiusa in uno sgabuzzino. L’esperienza è quella della Traumfabrik (Fabbrica dei sogni), «laboratorio creativo senza scopo di lucro – e in realtà senza nessuno scopo dichiarato», di stanza a Bologna, in via Clavature 20, dal 1976 al 1983
di Antonio Trezza
The Traumfabrick Experience è il libro, edito da Edizioni Pendragon, che, attraverso testi e immagini, testimonia quell’oscena esperienza. Ve ne racconto la storia, che è storia individuale, personale ma, come si usava dire a quel tempo, di un personale che è politico e che si fa storia di una città, Bologna, attraversata dai moti studenteschi e in continua lotta.

La storia è questa. Nella primavera del 1976, una ragazza e due ragazzi, Dadi Mariotti – «eterea poetessa» -, Giampietro Huber – «studente Dams, senza una vocazione precisa se non quella di accumulatore compulsivo di rottami e scarti vari» – e Filippo Scozzari – «disegnatore di fumetti rampante, in lotta per affermarsi sul mercato editoriale milanese» – occuparono, seguendo un drappello di compagni, un piccolo appartamento in via Clavature 20, al primo piano di uno stabile, completamente sfitto, di proprietà di Angelo Schiavio, ex campione del Bologna (che, a quanto pare, non si interessò minimamente della cosa, tanto lo stabile non gli serviva al momento; altri tempi mi viene da dire).
È così che Gianpietro Huber racconta l’ingresso nell’appartamento: «Fu Filippo, grazie a non si sa quale ispirazione che decise di battezzare la casa Traumfabrick; dipinse la porta di un bel rosso comunista e ci vergò sopra a pennello il nome. In seguito, Dadi non mise radici e non divenne una residente fissa. La casa rimase così in mano a Huber e Scozzari, scenario della fraterna battaglia su come concepire quello spazio. Per Filippo, si trattava pur sempre di casa sua e la porta della sua stanza veniva chiusa a chiave quando si assentava (i suoi preziosi e costosi pennarelli Pantone erano strumenti di lavoro e non potevano certo entrare a far parte della fornitura aperta a tutta la massa di scocomerati che Huber cominciò a portarsi a casa). Tutto questo, per quanto legittimo, era in contrasto con l’idea di concepire la casa come uno spazio aperto, una zona liberata in cui il concetto di proprietà non aveva corso. Alla mia stanza si accedeva senza porta ed era lì che ci si riuniva. L’arredamento era integralmente frutto della benevolenza della strada: transenne da cantiere, divani trovati al cassonetto, lampade fatte con i coni spartitraffico etc. Tutto era gratis, tutto era un dono. O un furto».
Così l’appartamento diventa luogo di incontro per soggetti creativi (e tra di essi Andrea Pazienza) che si mettevano a fare arte, a disegnare soprattutto, e lo facevano «con quello che trovavano a disposizione, fossero risme di fogli aziendali, moduli postali, volantini sindacali, poster, usando penne a sfera, pennarelli, acquerelli, tempere, riviste da ritagliare etc. Alla fine nessuno si portava via quello che faceva, lo lasciava lì, magari per essere appeso al muro, ma sicuramente senza nessuna idea di farne o ricavarne qualcosa».

The Traumfabrick Experience è soprattutto questo, racconto visivo di quei segni, di quei lavori grafici («Il materiale del Reperto 1 appare il prodotto di uno strano organismo, una specie di artista Frankenstein formato da diverse personalità, fuse in un’azione che difficilmente riesce a essere separata dal suo contesto. Un’entità dallo stile unico, inimitabile e che ha prodotto anche i suoi classici. Humor nero, blasfemia, apologia dell’eroina, alcuni dei temi tipici. Si passa dal grafismo fumettoso, alla Pop Art espressionista, al surrealismo, fino alla Raw Art da manicomio criminale. Mostri, drogati, suicidi, macchinari, supereroi, cyborg i soggetti preferiti») ma è anche racconto, testimonianza resa attraverso manoscritti che definiscono perimetri e introducono all’apparato iconografico.
Nel frattempo, si faceva man bassa di sostanze varie («Via Clavature si trova inoltre a due passi dalla piazza principale di Bologna, Piazza Maggiore e a quel tempo, ogni sera, la piazza si riempiva di gioventù che si dava appuntamento lì per organizzare la serata e spesso anche per comprare droga. Questo è senz’altro uno dei motivi dell’immediato successo che l’appartamento ebbe sugli “amici (e amiche) di Huber”, che in questo modo disponevano di un comodo rifugio in cui consumare la grande varietà di esotiche droghe che allora circolava in città») e di musica. La musica, diffusa dalle casse del giradischi di casa, era la migliore. Per farsene in parte un’idea, si può scorrere l’indice del libro, diviso in 10 capitoli, ciascuno dei quali porta il titolo di una canzone, Cap. 2: Blitzkrieg Bop (Ramones) ad esempio. Del resto, ospite della casa erano anche Gianluca Galliani e tutti i futuri Gaznevada.

Si va avanti così fino al 1983 quando lo stabile venne poi venduto: «L’apocalisse in effetti si realizzò per noi con l’arrivo degli anni Ottanta e in stile Burroughs: eroina, epatite e un virus nuovo di zecca decimarono l’eroica pattuglia e l’impeto rivoluzionario del Movimento si sciolse come il brown sugar nei cucchiaini anneriti. Il mondo continuò a girare, la tecnologia elettronica impose la sua corsa sfrenata all’aggiornamento, Radio Alice partorì Canale 5 e la Traumfabrick venne seppellita in discarica e se ne perse la memoria. Poi per uno strano gioco del destino, il riemergere del Reperto 1 sembrò realizzare quella che i resident avevano coniato come Teoria dell’Oscurità: l’opera non va pubblicata prima che gli autori dimentichino letteralmente la sua esistenza.»
Ecco quello che è rimasto.

L’articolo è stato realizzato per Cubo-Rivista del Circolo Università di Bologna, diretta da Massimiliano Cordeddu. Tutte le citazioni sono tratte da “The Traumfabrik Experience – Bologna 1976-1983. Quello che è rimasto dell’esperienza creativa più oscena del Novecento“, AA.VV., Edizioni Pendragon, 2025. Photo credits: Traumfabrick Experience.

Sì…. creatività….arte…sesso..droga e rock&roll…etc..etc.. peccato però che chi non si assimilava a queste dimensioni “spirituali🤨” ma “soprattuttamente” ed “infattamente” ipermodaiole avrebbe dovuto, stando al “sentimento” di lor Signori novelli Jack Kerouac e dintorni, sprofondare nell’abisso colpevole della “normalità”: l’Inferno insomma o poco più. C’era molta molta stupidità e presunzione tra quelle mura. Mura peraltro che non erano le sole in giro per Bologna. C’erano quelle Maoiste…che se non compulsavi il libretto rosso come un breviario…eri un borghese controrivoluzionario , etc. etc…c’erano quelle lisergico/buddiste/induiste, che se non leggevi i RingVeda eri una merdaccia, etc.