I numeri del settore sono terribili anche per l’Emilia-Romagna. La lettura dei dati ancora non tiene conto dell’effetto domino causato da quell’immagine di inizio aprile che vedeva Donald Trump tenere in mano un’enorme cartella incomprensibile sui dazi. Sarebbe anche carino, ogni tanto, ricordarsi che governare dovrebbe essere un fatto serio e non uno sport per chiunque decida di improvvisarsi
di Andrea Femia, digital strategist cB
A leggere i dati sull’inizio d’anno per l’industria dell’Emilia-Romagna, viene spontaneo domandarsi non solo dove stia andando il Paese, ma anche come. Tra gennaio e marzo 2025, la produzione delle piccole e medie imprese della regione – storicamente il motore industriale d’Italia – è scesa del 3,2%, confermando la tendenza negativa già vista a fine 2024. In calo anche il fatturato (-3%) e gli ordini (-2,5%), mentre vendite e commesse provenienti dall’estero sono rimaste pressoché stabili – un dato che segnala come il mercato interno stia soffrendo più di quello internazionale, che sembrerebbe un dato concordemente letto con ottimismo, se non fosse che quella sparata abnorme che ricordiamo tutti, quella di Trump con la tabellona dei Dazi, era del 2 aprile 2025. Questi dati fermano la lettura, ribadiamolo, a marzo.
È un segnale allarmante. Se anche l’Emilia-Romagna rallenta, regione tradizionalmente solida, trainante per l’intero sistema produttivo nazionale, allora significa che la crisi industriale italiana non è più un fenomeno isolato o settoriale: è sistemico. E hai voglia a dire che la lettura negativa delle cose è figlia di gufaggini o simili, non fa neanche più ridere leggere la realtà con queste categorie. Le difficoltà non riguardano più soltanto le aree tradizionalmente più fragili del Paese, ma si stanno estendendo al cuore pulsante della manifattura italiana.
Non ci si riesce a capacitare di quanto il governo nazionale, che da mesi – se non anni – appare incapace di mettere in campo una politica industriale coerente e lungimirante, sembri quasi del tutto non scalfito da questi dati. Gli annunci e le promesse si sono moltiplicati, ma all’atto pratico mancano interventi strutturali che possano ridare fiato alle imprese: semplificazione normativa e investimenti pubblici strategici.
Mi rendo perfettamente conto che a scriverle su un foglio di Word pesino meno che a metterle su un piano strategico con la tabella dei costi da far quadrare. Non si capisce, però, come sia possibile che stiamo ancora a contare l’ennesima deroga tra balneari e cartelle stralciate, ma non si possano mettere dei danari su questioni capaci di smuovere per davvero l’economia generale, piuttosto che concentrarsi sull’ennesima posizione particolare da salvaguardare.
Il problema non è soltanto economico, ma politico. Perché ignorare il segnale che arriva dall’Emilia-Romagna significa sottovalutare la portata di una crisi che, se non affrontata con decisione, rischia di diventare cronica, sempre ammesso che non lo sia già. Il rallentamento della “locomotiva d’Italia” è un campanello d’allarme che dovrebbe spaventare tantissimo Palazzo Chigi. Perché se si ferma la locomotiva non è particolarmente plausibile che i vagoni vadano avanti belli dritti.
Vero che oramai la politica pare fatta solamente per capire quanti punti percentuali guadagnino taluni rispetto a talaltri. Però sarebbe anche carino, ogni tanto, ricordarsi che governare dovrebbe essere un fatto serio, e non uno sport per chiunque decida di improvvisarsi.
