Nato a Scaricalasino, antico nome di Monghidoro, fu capitano delle milizie cittadine sotto i pontefici Giulio II, Leone X, Adriano VI e Clemente VII. Un monumento funebre, scolpito da Alfonso Lombardi, lo ricorda a S.Michele in Bosco. Alcuni storici – tra cui Guicciardini – esprimono cattivi giudizi, dubitando della sua lealtà nei confronti del papa in occasione del sacco di Roma, e sostenendo che le sue scorrerie per il Mugello erano alimentate da fame di bottino. Altri lo portano sugli allori
di Alberto Candi, già Avvocato generale presso la Corte d’Appello di Bologna
Se entrate nella chiesa di S.Michele in Bosco passando dalla porta principale, sulla destra troverete una cappella con al centro il monumento funebre dedicato ad Armaciotto de’ Ramazzotti. Una statua scolpita da Alfonso Lombardi (eccellente artista, attivo a Bologna attorno alla fine degli anni venti del Cinquecento, cui viene attribuita – tra l’altro – la lunetta sulla porta sinistra della Basilica di San Petronio, raffigurante la Resurrezione).
La scritta in calce al monumento ricorda che Armaciotto fu capitano delle milizie bolognesi sotto i pontefici Giulio II, Leone X, Adriano VI e Clemente VII. Aggiunge che l’ufficiale sarebbe morto all’età di novantacinque anni. Quest’ultima informazione, però, è sbagliata: Giovanni Gozzadini, che curò una memoria storica del personaggio, afferma che Armaciotto morì nel 1539, quando aveva settantacinque anni.
Era nato nel 1464 a Scaricalasino, l’odierna Monghidoro. Dal nome del paese natio, l’altro appellativo con il quale è conosciuto: Ramazzotto di Scaricalasino. Ben presto il nostro deve allontanarsi dal paese d’origine: è ricercato per essersi vendicato, trucidandoli, degli uomini che gli hanno ucciso il padre. A diciott’anni, da fuggitivo, arriva alla corte di Lorenzo de’ Medici, che lo accoglie facendolo entrare tra le sue guardie personali.
Morto Lorenzo, nel 1495 passa al soldo di Ferdinando d’Aragona venuto in Italia per riprendersi il Regno di Napoli sottrattogli dalle truppe degli Angiò. Morto anche Ferdinando, Armaciotto entra alle dipendenze di Giovanni II Bentivoglio, signore di Bologna. Deve però allontanarsi anche dal nuovo committente e dalla città felsinea per una faida tra alcuni membri della sua famiglia e persone imparentate ai Bentivoglio.
Al termine di questi cambi di casacca, Armaciotto entra stabilmente nell’esercito pontificio. È il 1504 e in Vaticano regna il “papa guerriero”, Giulio II. Al secolo Giuliano della Rovere, è riuscito a farsi eleggere papa con il voto favorevole dei cardinali fedeli a Cesare Borgia. Ma, seguendo l’insegnamento dantesco per cui “lunga promessa con l’attender corto ti farà trïunfar nell’alto seggio”, appena eletto papa Giulio II muove guerra al “Valentino” (Cesare Borgia) e agli altri signorotti che governano sulla Romagna. Il legato pontificio, a capo dell’esercito papale, prende Forlì agli Ordelaffi, lasciando Armaciotto a presidiarne la rocca. Ma il capitano viene scacciato dai forlivesi.
Successivamente, però, Armaciotto è alla testa delle truppe papaline che muovono in direzione di Bologna per strapparla ai Bentivoglio. Sotto il proprio comando Armaciotto ha un migliaio di fanti. Vista la superiorità numerica delle forze nemiche, Giovanni II Bentivoglio abbandona la città insieme alla propria famiglia. L’11.11.1506 Papa Giulio II entra in gran pompa in città attraverso le porte rimaste aperte per accoglierlo. Armaciotto viene istituito capitano della guardia di Bologna, incarico che ricoprirà per diversi lustri.
Nel 1507 Armaciotto sventa un primo tentativo dei Bentivoglio di far rientro a Bologna e il pontefice lo ricompensa esentando lui e i suoi discendenti da ogni dazio, tassa o gabella di sorta. Poi, il capitano segue papa Giulio alla riconquista delle terre romagnole sottrattegli dai veneziani.
Modificate le proprie alleanze, nel 1511 Giulio II si trova ad affrontare i francesi di Lodovico XII, arrivato in Italia con pretese di conquista. Il re francese stringe alleanza con Annibale Bentivoglio e in cambio del suo appoggio gli promette di restaurare la signoria della famiglia su Bologna.
Nonostante la strenua resistenza delle truppe di Armaciotto, Lodovico sconfigge l’esercito papale e entra a Bologna rimettendola nelle mani dei Bentivoglio. È in questa occasione che i seguaci della famiglia restituita al potere tirano giù dalla facciata di San Petronio la statua in bronzo di Giulio II, opera di Michelangelo. La fanno a pezzi e ne regalano i resti al duca d’Este, che li fonde ricavandone una colubrina che, in spregio al papa, viene battezzata “la Giulia”. Sempre in questa occasione i sostenitori dei Bentivoglio distruggono la cittadella fortificata presso porta Galliera che viene così demolita per l’ennesima volta nella sua storia.
Un tentativo dell’esercito pontificio di riprendere Bologna fallisce. Poi, l’11.4.1512, le truppe del cardinal legato e degli alleati spagnoli subiscono una bruciante sconfitta nei pressi di Ravenna, in riva al fiume Ronco. I francesi sbaragliano l’esercito pontificio. Lo stesso Armaciotto rischia la vita e viene salvato dall’intervento dei fanti spagnoli sopraggiunti in suo soccorso all’ultimo minuto. Sull’argine del Ronco esiste ancora una stele in ricordo di quella battaglia: la colonna dei francesi.
Ma la guerra subisce un rapido ribaltamento. Attaccati da nord, i francesi sono costretti a ripiegare e abbandonare la Romagna. Vedendo che gli alleati si ritirano, i Bentivoglio non si sentono più sicuri a Bologna e lasciano la città. Nel febbraio 1513, morto Giulio II, il governatore di Bologna, dopo aver bandito dalla città alcuni fautori della famiglia fuoriuscita, chiama Armaciotto de’ Ramazzotti a presidiare la città insieme ad altri condottieri. Il senato bolognese riconosce al capitano e a tutta la sua prole la cittadinanza felsinea.
Nel 1515 Armaciotto riporta l’ordine pubblico in città dirimendo senza spargimento di sangue una controversia che oppone gli studenti al governatore di Bologna a causa d’un affronto mosso dagli universitari a sua eccellenza il bargello. Sempre in quell’anno, nel mese di dicembre, il nuovo pontefice Leone X incontra a Bologna Francesco I, da poco incoronato re di Francia. Quest’ultimo ha appena vinto la “battaglia dei giganti” in cui ha sconfitto le truppe degli Sforza e dei loro alleati svizzeri, minacciando d’invadere il territorio della Chiesa. L’accordo si conclude con la rinuncia del papa ai territori di Parma e Piacenza e il riconoscimento in favore del re di Francia del diritto di nomina di vescovi e abati. Il gallicanesimo viene confermato e alla Chiesa francese è concessa una larga indipendenza da Roma.
Prima di andarsene da Bologna, Leone X conferisce ad Armaciotto la podesteria di Castel Bolognese. A questo riconoscimento ne seguono altri, elargiti sempre come ricompensa per i servigi militari svolti. Tra i vari fregi, Armaciotto è insignito del “cingolo militare”.
Nel 1518 il capitano seda gli scontri insorti tra i seguaci dei Bentivoglio e i loro avversari dopo che Annibale Poeti ha ferito a morte il senatore Ercole Marescotti, antico rivale della nobile famiglia. L’ordine pubblico viene ripristinato da Armaciotto tramite l’impiego di cinquecento armigeri, la metà dei quali guidati dal figlio Pompeo, e di cento cavalieri che s’impadroniscono della piazza allontanando i responsabili dei tumulti.
Nel 1520 Leone X insignisce Armaciotto del titolo di conte e gli concede in feudo Sassiglione e la Rocca, attribuendogli altresì il potere di istituire giudici e notai.
Dopo la morte di Leone X, nel 1521, i Bentivoglio mettono in atto l’ennesimo tentativo di riprendersi Bologna. Hanno l’appoggio dei Rangoni di Modena le cui truppe ammontano a ottomila uomini, tra cui si contano molti mercenari svizzeri. Il governatore in carica a Bologna, Bernardo Rossi di San Secondo, è dalla loro parte e favorisce il progetto della famiglia in esilio. I Pepoli, i Malvezzi e i Gozzadini con altri senatori nominano i decemviri della guerra e affidano a Armaciotto la difesa della città. I Bentivoglio, dopo quattro giorni di assedio, muovono all’assalto della città, ma vengono respinti con gravi perdite. Per loro è una Pasqua tragica: nel giorno della Resurrezione, tra morti e prigionieri, perdono circa trecento uomini.
Recatosi a Roma davanti al nuovo papa Adriano VI a denunciare la condotta infida del governatore di Bologna, Armaciotto ottiene la destituzione di Rossi di San Secondo. Nell’occasione Adriano VI riconferma i titoli e i poteri di Armaciotto. Siamo all’inizio degli anni venti del ‘500 e ormai sono vent’anni che il conte originario di Scaricalasino tiene la guida degli armati di Bologna esercitando un’influenza decisiva sulla città.
Il potere – si sa – genera invidia e quella che Girolamo Pepoli nutre per Armaciotto è grande. Così, il maggiorente bolognese istiga i membri del magistrato dei confalonieri a denunciare al papa il pericolo che i vari incarichi e possedimenti attribuiti al capitano nel territorio bolognese determinino il collasso del potere cittadino. Una delegazione parte per Roma per chiedere a Adriano VI di destituire Armaciotto dalla carica di capitano della guardia di Bologna e castellano della fortezza di Strada Maggiore. Interrogato dal papa, il cardinal legato Giulio de’ Medici non si sbilancia e rende un parere contraddittorio per non inimicarsi né Armaciotto né i suoi detrattori. Ma non tutti a Bologna la pensano come il conte Pepoli e il senato invia al pontefice il senatore Galeazzo Castelli a perorare la causa di Armaciotto chiedendo che il capitano sia mantenuto nelle sue cariche. La missione va in porto e la decisione finale del papa è favorevole a Armaciotto. Il condottiero mantiene il suo posto con grande smacco dei confalonieri felsinei.
Nel 1523, morto Adriano VI, Giulio de’ Medici diventa papa col nome di Clemente VII. Armaciotto gli chiede udienza e ottiene la riconferma dei privilegi e dei feudi di cui gode. Non solo. All’inizio del 1524, Clemente concede al capitano nuovi feudi nel territorio imolese, tra cui Tossignano, Fontana, Valsalva e altri che vengono sottratti alla giurisdizione imolese. In cambio Armaciotto versa alla camera apostolica la somma di diecimila ducati. Sono terre che il capitano ha richiesto al posto del titolo di senatore che gli era stato offerto dal papa. Armaciotto sa bene che deve evitare questo titolo, se non vuole suscitare nuove invidie tra le famiglie che contano a Bologna.
Nel 1527, approfittando della debolezza delle forze pontificie a seguito del sacco di Roma, i Bentivoglio ordiscono un nuovo tentativo di ritorno in città con la complicità interna di Lorenzo Malvezzi. Questi, insieme a Ermete Marsili e Agamennone Marescotti, assalta il palazzo comunale, ma le truppe di Armaciotto, che presidiano l’edificio, respingono gli assalitori. Visto fallire anche questo tentativo, Annibale Bentivoglio desiste per sempre dall’idea di far rientro a Bologna, ritirandosi a Ferrara.
Armaciotto è devoto a San Michele, protettore del ramo della famiglia Michelini da cui proveniva il padre. Così nel 1528, attingendo agli ampi guadagni che la carriera militare gli ha procurato, fa costruire due monumenti. Il primo è la statua funebre che si trova all’interno di San Michele in Bosco eseguita, come detto, da Alfonso Lombardi; il secondo è il monastero di San Michele ad Alpes, a Scaricalasino. Un monastero destinato ad accogliere i monaci olivetani.
Dopo il sacco di Roma del 1527, i fiorentini, approfittando del momento, avevano restaurato il governo repubblicano detronizzando i Medici. Papa Clemente, essendosi riappacificato con Carlo V, chiede aiuto all’imperatore per restaurare il dominio della propria famiglia sulla città. Tra le truppe inviate in Toscana a questo scopo, oltre agli spagnoli e ai tedeschi, vi sono gli uomini di Armaciotto. I fiorentini si difendono strenuamente, ma alla fine devono cedere. Armaciotto ha egregiamente condotto in porto il proprio compito impossessandosi di Firenzuola e Scarperia, nel Mugello, e impedendo ai rifornimenti di raggiungere la città assediata. Caduta la repubblica, nel 1530 Alessandro de’ Medici sale al potere rispristinando la signoria a Firenze.
Passano alcuni anni di tranquillità per il capitano della guardia di Bologna. È la quiete che precede la tempesta. Una tempesta che non prende la forma dello scontro armato, ma quella della politica, il terreno più insidioso per il nostro condottiero. Il 25 settembre 1534 muore Clemente VII e il mese dopo sul soglio pontificio sale Alessandro Farnese, che prende il nome di Paolo III. Il nuovo papa, a differenza dei precedenti, si dimostra sensibile alle sirene dell’invidia che gli giungono da Bologna, dove Armaciotto ormai ha eguagliato, in potere, il senato cittadino. Il capitano è convocato a Roma, dove il pontefice lo accusa di aver condannato a morte ingiustamente alcuni suoi sudditi e non aver restituito alcuni castelli alla città di Imola, come gli era stato ordinato. Avendogli qualcuno consigliato di andarsene dalla città eterna, girando voce di un imminente arresto, Armaciotto fugge e si ritira nei suoi possedimenti imolesi. Ma anche da questi deve fuggire, colpito da confisca di ogni suo bene e braccato da monsignor Gregorio Magalotti, presidente della Romagna, che ricatta i sostenitori del capitano mettendoglieli contro.
Armaciotto cerca rifugio da Alessandro de’ Medici che, a Firenze, ha assunto il titolo di duca. Ma anche qui la sorte non gli arride, perché poco dopo, nel gennaio del 1537, Alessandro è trucidato a tradimento da Lorenzino de’ Medici e il potere viene affidato nelle mani di Cosimo I. Armaciotto si ritrova così tra gli esuli fiorentini che cercano di riprendere la città con la battaglia di Montemurlo. Ma gli esuli hanno la peggio. Il nostro è costretto a ritirarsi a Pietramala, dove vivrà ancora per due anni nella più stretta indigenza. La morte lo raggiunge il 14 agosto 1539.
Alcuni storici – tra questi Guicciardini – esprimono un cattivo giudizio su Armaciotto, dubitando della sua lealtà nei confronti del papa in occasione del sacco di Roma, e sostenendo che le sue scorrerie per il Mugello erano alimentate da fame di bottino, più che da fedeltà agli interessi pontifici. Altri storici lo difendono, portandolo sugli allori.
Armaciotto de’ Ramazzotti: capitano della guardia bolognese, perfetto esempio di chi, a quei tempi, esercitava il mestiere delle armi.
P.S. Nel mio articolo su Armaciotto, verso la fine, indicavo nel 1359 l’anno della morte del capitano. È un lapsus calami, poi corretto grazie alla cortese segnalazione di Guido Magnisi: l’anno della morte – come si legge anche nell’incipit del pezzo – è ovviamente il 1539.
In copertina: un dettaglio del monumento funebre dedicato ad Armaciotto nella chiesa di San Michele in Bosco, opera di Alfonso Lombardi. Photo credits: Fondazione Zeri Bologna

In tempi difficili come i nostri, ci potremmo consolare, ma le dimensioni dei nostri tempi sono ben maggiori e leggendo questa puntuale rievocazione storica cogliamo gli aspetti avventurosi e drammatici della vita di Armaciotto.