Non vi è certezza che il sepolcro del capitano di ventura di Scaricalasino, scolpito dal ferrarese Alfonso Lombardi, custodisca davvero le sue spoglie. Di certo fra’ Leandro Alberti, che ebbe pessimi rapporti con lui, lo trovò vuoto. La salma, secondo una teoria, sarebbe stata portata nella chiesa bolognese 50 anni dopo la morte, avvenuta in Toscana. Ma la scultura che lo rappresenta, secondo l’ostile domenicano, non rappresenta affatto il militare, che da vivo aveva corpo tozzo e testa enorme
di Angelo Rambaldi, giornalista e divulgatore di memorie storiche di San Michele in Bosco
Carissimo “Cantiere”, complimenti per aver pubblicato il contributo, eccellente (qui), di Alberto Candi sulla vita di Armaciotto da Scaricalasino, capitano di ventura che fra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500 fu al servizio, oltre che dei Medici, soprattutto di ben cinque pontefici, e su questo alcuni storici danno versioni diverse sul rapporto che l’avventuriero ebbe con papa Paolo III Farnese.
Il “Cantiere”, oltre che essere aperto, a tutti, nel dibattito politico cittadino, non è la prima volta che accoglie interventi sulla storia, che poi è l’anima di Bologna. Aspetto, questo della vera storia cittadina soprattutto tra ‘500 e ‘800, da tempo ignorato (perché rimosso o nemmeno conosciuto).
Immagino sicuramente che Alberto Candi ben conosca la chiesa di San Michele in Bosco, antico convento olivetano e sede storica dell’Istituto ortopedico Rizzoli. Approfitto tuttavia e mi permetto di invitare il già avvocato generale della Corte d’appello per un’altra visita sul colle, così avrei l’opportunità di segnalargli, se lui non li conosce già, tre piccoli segreti della storia di Armaciotto nella chiesa che domina dalla collina la città.
Il capitano di ventura fu spesso, per eventi
bellici come ben raccontati da Alberto Candi, a San Michele in Bosco. Fu in occasione di una delle sue presenze militari che decise di fare per sé in quella chiesa il suo sepolcro. E così avvenne, per opera dello scultore ferrarese Alfonso Lombardi. Come saprà sicuramente Candi, il mistero è se nella tomba ci siano veramente i resti di Armaciotto. Questo perché quando morì il capitano pontificio era esule nel Granducato toscano. C’è una teoria secondo cui, dopo mezzo secolo dalla sua morte, i parenti prossimi di Armaciotto avrebbero trasferito la salma a San Michele in Bosco. Ma non esistono a proposito fonti certe.
Tempo fa mi si presentò un signore che mi propose una soluzione: lui, senza aprire il sepolcro, aveva degli strumenti che avrebbero potuto rilevare se, al suo interno, vi fosse la salma del guerriero. Questo perché, mi spiegò, sicuramente Armaciotto era stato sepolto con le sue armi, e queste sarebbero state utili a segnalare la sua presenza. Gli risposi che avrei chiesto per suo conto l’autorizzazione a esplorare con il suo strumento la tomba (la Chiesa di San Michele è proprietà del Rizzoli) ma poi questo signore non si presentò più.
Lungo la scala che porta alla sommità del campanile, durante il periodo della restaurazione (prima metà dell’800) vi era, e vi è ancora, un’iscrizione che ricorda che dal campanile Armaciotto scrutava la città e la pianura per avvistare l’arrivo di eserciti
nemici.
I rapporti fra Armaciotto e Leandro Alberti – umanista, frate domenicano, storico, teologo e geografo – furono più che pessimi. Non mi dilungo in questa sede sui motivi. Quando però fra’ Leandro Alberti vide che il sepolcro di Armaciotto, opera del Lombardi, a quel tempo era vuoto (e pure lo sarà dopo!!), non si frenò. Scrisse che l’immagine di Armaciotto nel sepolcro era totalmente falsa rispetto alla realtà fisica del personaggio, perché, affermò il domenicano, almeno sicuramente al tempo della sua morte Armaciotto era una persona più larga che alta con un enorme e sproporzionata testa.
Insomma per fra’ Leandro Alberti non valeva la famosa frase «oltre il rogo non vive ira nemica».
Photo credits: Biblioteca Salaborsa

Ringrazio molto Angelo Rambaldi per quello che scrive e per i segreti su Armaciotto che non conoscevo. Molto mi fa ridere l’inimicizia tra l’uomo d’armi e Leandro Alberti. E altrettanto mi diverte il commento di Rambaldi per cui al livore che il domenicano nutriva per il soldato non s’attaglia la frase “oltre il rogo non vive ira nemica”. Pensando infatti che Leandro Alberti, oltre che frate predicatore, è stato anche inquisitore (con facoltà di mandare al rogo eretici e streghe) è davvero un’ironia che, dal suo mestiere, non abbia imparato a contenere la propria rabbia! Contatterò Rambaldi per conoscere le cause di tanta collera.