Marco Bonamico, piantare un albero sarebbe un modo per ricordarlo

Il Marine, storica ala della Nazionale e della Virtus (una stagione anche in Fortitudo) è mancato il 4 agosto all’ospedale Bellaria, dove era ricoverato da qualche giorno per una fulminea malattia. Genovese, trapiantato giovanissimo a Bologna, è uno di quei personaggi che meritano un posto nella storia soprattutto della città, non solo per il ricco palmarès: una betulla ai Giardini Margherita, dove si gioca “il basket sotto le stelle” come lui, sarebbe un bel modo per celebrare un grande uomo

di Giampiero Moscato, direttore cB


La notizia si è diffusa in un baleno. Non solo a Bologna. Ovunque si ami il basket. Marco Bonamico, 68 anni, nato a Genova ma diventato bolognese per meriti sportivi e per scelta di vita, è morto nella notte tra domenica e lunedì all’ospedale Bellaria, dove era ricoverato per una malattia violenta e rapidissima.

La notizia l’ho appresa attorno alle 9 del 4 agosto dalla pagina Facebook di un comune amico, Mario Martini, campione della Virtus come il Marine, il soprannome che fu coniato per descrivere aspetto e potenza della fortissima ala della Virtus (una stagione la fece pure in Fortitudo) e della Nazionale. Martini lo ha annunciato con poche, sobrie, commosse parole: «Ciao, Marco, ci hai lasciato troppo presto ma rimarrai sempre con noi ❤️».

Incredulo, ho scambiato qualche parola con Mario, sconvolto. Mi ha chiesto: «Scrivi un bel ricordo di Marco. Era un grande anche come amico». Lo faccio con commozione e con dolore. Noi tre, insieme ad altra gente messa attorno alla loro tavola all’Elba da Lella Zanotti e Michele Valle, abbiamo passato qualche giorno insieme alcuni mesi fa. Marco l’ho poi rivisto un paio di volte all’Osteria del Sole, dove portava – tappa d’obbligo – i turisti americani ai quali faceva da guida, negli ultimi tempi. Mai avrei pensato che sarebbero state le ultime volte.

Con Marine siamo amici (odio dire eravamo) dal 1973, credo, quando la Virtus del grande Porelli lo fece venire a giocare a Bologna. Andò ad abitare in un edificio a due passi da PalaDozza, sede della società bianconera, e si iscrisse al mio Liceo, il Righi di Porta Saragozza, insieme a Piero Valenti e ad altri grandi giocatori. Roba da college Usa. Infatti non c’era storia nei tornei tra le scuole superiori. Quei due ragazzi, allora solo promesse poi splendidamente realizzate, divennero cari amici miei e di mio fratello Duccio. Avevano più soldi da spendere e compravano vinili in quantità. Soprattutto ce li prestavano. Tanta della buona musica che ho imparato a memoria da adolescente la devo a quei due biondi talenti generosi. Mica c’era Internet all’epoca. Chi poteva comprava dischi. Noi altri ci arrangiavamo. Soprattutto registravamo microcassette.

Valenti più avanti negli anni aprì due locali poi molto alla moda. Bonamico cambiò più volte casacca, mandato in giro a fare esperienza dall’Avvocato. Dopo essere emerso nelle file delle due metà del cielo bolognese, passò a Siena, Milano, di nuovo alla Virtus, poi Napoli, quindi ancora in bianconero, Forlì e infine Udine.

Nel suo palmarès ci sono scudetti, Coppe Italia, l’argento alle Olimpiadi di Mosca nel 1980, l’oro agli Europei a Nantes nell’83 e grandi imprese anche nelle coppe europee, come hanno cominciato a raccontare da subito tutti i mezzi di informazione, dando risalto alla terribile notizia e all’importanza dell’uomo di sport che abbiamo perduto. Nel tempo, dopo che aveva appeso il canestro al chiodo, ebbi modo di interloquire professionalmente con lui, lavorando all’Ansa, nella sua veste di presidente della Lega Due e di rappresentante dell’associazione dei giocatori di basket. E di ascoltarlo in tv, magari di incontrarlo nei palazzetti, in occasione delle telecronache che faceva sulla Rai insieme a Franco Lauro.

Era un uomo di intelligenza acuta e di una cultura non comune, soprattutto tra chi, come lui, ha dovuto dedicare gran parte delle sue giornate giovanili al duro allenamento per diventare un grande cestista. Ma leggeva e studiava molto comunque, senza mai smettere. Apparentemente burbero, era in realtà un gentiluomo generoso e positivo. Alcune sue scelte di vita sono state dettate anche dall’accudimento di altre persone. La sua vicinanza alla madre era encomiabile.

Credo che la città (le due società che ha onorato, magari il Comune) potrebbero erigere un monumento vivente in suo nome. Potrebbero piantare un albero, possibilmente ad alto fusto come lui (chessò, una betulla) in un parco cittadino, magari ai Giardini Margherita. Vicino ai campi dove d’estate si gioca il “Basket sotto le stelle” di quel cielo in cui dal 4 agosto brilla anche la sua. Marco, che fece ombra persino al grande Bob Morse, continuerebbe a farla in altro modo. Regalando frescura e ossigeno alla gente. Sarebbe un bel modo per celebrare un grande uomo e un grande sportivo. Anche io pianterò un albero in suo ricordo. In amicizia.


3 pensieri riguardo “Marco Bonamico, piantare un albero sarebbe un modo per ricordarlo

  1. Cosa si potrebbe ancora dire di Marco Bonamico che non hanno già scritto tutti i colleghi possibili e immaginabili del basket italiano? Niente. E non é neppure il mio compito parlare di pallacanestro, tanto che io lo intervistai in radio per parlare della città, Bologna, che lui amava e di cui si interessava, anche se era spesso in America per lavoro, sempre indaffaratissimo.

    Ma ieri é stato il giorno dell’ultimo saluto: la messa alla Certosa, in San Girolamo; una chiesa piena stipata, cosi come il cortile gremito, lì dove sostano i feretri pronti per la dipartita. I compagni di squadra, il giro del basket, gli amici di sempre che dicevano che si dovrebbe piantare un albero per ricordarlo; il pubblico affezionato che fu, le istituzioni, ma non voglio fare nomi, nessuna cronistoria qui, solo un ricordo. Perché tutti noi che eravamo lì abbiamo vissuto una grande sconfitta: Marco se n’é andato in un lampo, tenendosi tutto dentro, e nessuno di noi si aspettava la fine. Nessuno sapeva quanto male aveva e quanto si sarà sentito impazzire dal dolore di un destino che non gli dava più tempo.

    Le parole di Elena, sua amata figlia che tanto gli somiglia, hanno riassunto alla perfezione com’era percepito questo gigante buono di 2 metri, detto il Marine. “Dolce, incasinato” e sempre disponibile per gli amici. Verissimo. Marco era una persona buona, rara. Sapeva essere molto acuto, a volte brusco ma sempre sincero: se ti doveva dire qualcosa non usava tanti giri di parole, anzi.

    Ironico, forse tutto d’un pezzo, ma in fondo era proprio questo che si apprezzava di lui, oltre alla sua simpatia: la sua onestà, sportiva e intellettuale – perché Marco era sempre molto informato sull’attualità e ovviamente aveva molte conoscenze che gli permettevano di approfondire diversi argomenti. Era anche molto curioso, chiedeva tante cose e gli piaceva apprendere, confrontarsi, parlare. Come fa un amico sincero, come dovrebbero fare tutti gli amici. Aperto al mondo. Era questo che piaceva di lui, la sua sincerità e anche la sua disponibilità verso il prossimo. Personalmente mi mancheranno le nostre chiacchierate domenicali divenute appuntamento fisso dopo lo sport, un po’ su tutto: gastronomia, turismo, politica. Vita, che amava.

    Te ne sei andato troppo in fretta, amico mio, quaggiù ti rimpiangeranno tutti, tutte le persone riunite in San Girolamo ieri mattina, e anche tantissimi altri che non sono potuti venire. Perché eri una persona vera, un uomo grande e famoso ma che sapeva apprezzare l’amicizia. Non le mandavi a dire, vero, ma in fondo era il tuo lato più bello quando diventavi rosso e sbottavi secco come un fulmine; adesso lo scrivo sorridendo, guarda che ricordo che hai lasciato. Indelebile, Marine.

    Ciao Marco

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