Un impoverimento generale che dall’industria al commercio segue la logica della liquidazione, ma che influisce terribilmente sulla qualità delle nostre aree urbane, spopolando interi tratti di strade cittadine che, nel semiabbandono, rischiano spesso e volentieri di scivolare verso una condizione di degrado
di Antonella Magnoni, cittadina
Camminare a Bologna, per piacere o necessità, è un gesto quasi eroico per la temperatura torrida che da qualche giorno ci tiene tutti in scacco. Ma nonostante questo resta sempre piacevolissimo farlo anche se, di questi tempi, la città è piena di cantieri.
Questo incipit per dire che anche io mi sono fatta un bel giro in centro città, cercando l’ombra più che potevo mentre notavo che, approssimandosi il Ferragosto, si è proprio svuotata, a parte i turisti, e tanti sono i negozi già chiusi per ferie.
Fin qui niente di nuovo, ma c’è un particolare che mi ha molto colpita: sono tanti, troppi, i negozi chiusi definitivamente, alcuni ancora con i cartelli del “fuori tutto”, altri con vetrine ormai spoglie attraverso le quali si intravedono gli interni ormai tristemente disallestiti e altri ancora con i cartelli “affittasi”.
Questa constatazione l’ho fatta nell’area del centro storico, in strade che fino a poco tempo fa erano animate da negozi; una su tutte via San Felice che, nella parte che va da via Riva Reno verso il centro, accoglie da sempre molti negozi e che ora, invece, appare in alcuni tratti terribilmente desolata.
È presente su questa via il cantiere del tram, va rimarcato, che ha spinto i commercianti in massa a chiudere in agosto, per quasi tutto il mese; proprio qualche settimana fa una commerciante di un negozio di abbigliamento mi diceva, nel pieno di una liquidazione al 50% di capi di grande qualità, che data la presenza del cantiere era inutile limitare la durata della chiusura a qualche settimana in agosto e che era preferibile chiudere per tutto il mese. Ragionamento che, ho notato, accomuna altri suoi colleghi sulla strada, ma va detto che accanto a negozi momentaneamente chiusi ne ho visti tanti altri definitivamente chiusi.
Risalendo poi in via Ugo Bassi e addentrandosi nella laterale via Nazario Sauro non si può non constatare che la strada è ormai un susseguirsi di negozi chiusi “per cessata attività”, ma uno si distingue fra gli altri: è in affitto ma nel cartello c’è scritto “no food” con un formidabile atto di coraggio.
In via Indipendenza troviamo poi una situazione desolante nel suo ultimo tratto, quello verso la stazione, in cui i negozi chiusi definitivamente hanno determinato un abbandono di quella parte di via che ora è un bivacco. Anche per via Rizzoli, una volta blasonata strada bolognese, le cose non vanno bene, specie su un lato che ha parecchi esercizi serrati e desolatamente abbandonati. In via Santo Stefano infine molti sono i negozi ovviamente chiusi per ferie, ma troppi quelli che non riapriranno. Fra questi anche alcune botteghe di svariate categorie merceologiche che hanno una loro lunga storia e tradizione a Bologna e che per chi ci è nato costituivano quasi delle “istituzioni”.
Sono chiuse forse per mancanza di una nuova generazione che possa continuarne l’attività? È possibile, ma viene anche da pensare che, forse, chi gestiva questi negozi non sia riuscito nemmeno a cedere l’attività. O magari non è stato possibile far quadrare i conti nonostante Bologna sia diventata una città con una forte (a tratti esagerata) vocazione turistica? In effetti tutti siamo occasionalmente turisti da qualche parte e, salvo acquisti di necessità, difficilmente capita di dedicarsi allo shopping quando si è “in tour”.
Sono consapevole che sto formulando queste considerazioni senza un necessario approfondimento che analizzi le cause reali di queste chiusure, resta però un dato che come cittadina non mi lascia indifferente: molti negozi che ho visto nella mia passeggiata non riapriranno, e ritengo che questo sia un campanello d’allarme. Purtroppo, se questi ragionamenti tengono, le chiusure di cui stiamo parlando sono il termometro di una crisi economica strisciante che sta prendendo nettamente forma anche nella nostra città.
L’Emilia-Romagna è una tra le regioni italiane che trainano l’economia nazionale e la sua città capoluogo lo è per sua vocazione, ma anche Bologna sta abbassando molte serrande (il bolognese doc dice così) e lo sta facendo con un ritmo che tende ad aumentare. Questo triste processo è in corso da un po’ di tempo e quindi non arriva del tutto imprevisto, ma va sottolineato che ora si sta accentuando. Del resto gli attuali dati economici nazionali certificano che le cose non stanno andando bene e le previsioni di andamento del Pil non sono affatto incoraggianti.
In questo quadro, per me desolante, mi aspetterei un governo del paese che la smetta di raccontarci balle e registri questi fenomeni, ne analizzi le cause, cercando di porvi rimedio, astenendosi dal celebrare performance economiche che non ci sono. Ci stiamo tutti impoverendo, chi molto di più e chi meno, il carrello della spesa è sempre più costoso e dunque resta poco da spendere.
Ormai siamo rassegnati a questo: di anno in anno, sempre più persone riescono a permettersi di fare acquisti soltanto al momento dei saldi. Un impoverimento che dall’industria al commercio segue la logica della liquidazione, ma che influisce terribilmente sulla qualità delle nostre aree urbane, spopolando interi tratti di strade cittadine che, nel semiabbandono, rischiano spesso e volentieri di scivolare verso una condizione di degrado.
A giudizio di una cittadina comune come la sottoscritta, questi dovrebbero essere segnali importanti e imprescindibili per la politica, generativi di una seria riflessione sul futuro, sul dove si vuole portare la nostra economia e con essa le persone che la muovono e la animano. Per tutto questo, e per tanto altro purtroppo, urgerebbero risposte concrete e sostenibili.

Mentre leggevo questo articolo di segnalazione di un fenomeno che è in atto da tempo- anche da prima dei lavori per il tram-mi sono accorta che in cuor mio c’era più giubilo che rimpianto…Nessun rimpianto se nel nostro centro chiudessero certe vetrine, illuminate a giorno per esibire prodotti tutti uguali, identici tra loro e simili a quelli offerti sulle bancarelle della Montagnola!
Il rimpianto,invece, è vivo per i vecchi negozi con vetrine singole o doppie, ma
sobrie nell’esporre prodotti scelti non sull’onda pubblicitaria, ma per buon gusto o eccellenza; prodotti relativi a settori commerciali differenziati, non solo abbigliamento o cibo!
Attualmente le vie del centro sono occupate solo da offerte di cibo, di indumenti intimi, di scarpe di plastica, di marchi reclamizzati fino alla nausea.
Mi auguro che si prepari una nuova proposta commerciale all’insegna della sobrietà e del buon gusto.
Credo che della chiusura dei negozi dobbiamo “ringraziare” Amazon e tutte quelle company che vendono prodotti online recapitando le merci a casa. E, naturalmente, sottopagando chi lavora per loro. Tanto un disgraziato che non ha lavoro lo trovi sempre.