Se l’educazione vive nel difficilissimo equilibrio tra il calore della cura e la necessità di dare autonomia, e lo Spirito delle Leggi sbilancia il ragionamento solo verso un istinto di protezione che congela ogni potenziale confronto con i limiti del proprio corpo rispetto alle cose del mondo, il lavoro educativo diventa sempre più in salita
di Cristian Tracà, dottorando di ricerca
L’algoritmo, che mediamente sa bene dove bussare anche d’estate, mi segnala una notizia di scuola. Ad agosto di solito sono assegnazioni, tagli di organico, burocrazie. Leggo invece che il “Corriere di Bologna” racconta la storia di una sentenza (qui), che apre un importante dibattito educativo e rende sempre attuale la necessità di ripensare qualche normativa che intreccia i luoghi dell’educazione.
Una Secondaria di primo grado della città viene condannata al risarcimento per un episodio molto singolare. La vicenda riguarda un ragazzo, tenuto a riposo durante l’ora di scienze motorie. L’alunno, reduce da un infortunio, venendo meno alla prescrizione si è lanciato nella mischia, facendosi male di nuovo. La colpa dell’insegnante? Non aver predisposto un’alternativa che avrebbe potuto contenere la voglia del giovane di aggregarsi.
Un po’ di esperienza nei luoghi istituzionali raccomanda prudenza nel commentare la decisione, anche perché le normative sulla sicurezza nei luoghi scolastici sono particolarmente stringenti e non si ha visibilità di tutti gli elementi di contesto. Mi interessa di più fermare il ragionamento su come si stanno disegnando le relazioni degli spazi e dei corpi in ottica futura.
Era il 2006 quando veniva pubblicato un testo dal titolo “Educare alle connessioni-mente-corpo-significati-contesti”, che raccoglieva le riflessioni di Mariagrazia Contini, Maurizio Fabbri e Paola Manuzzi. Già in quella sede si parlava di come il dualismo tra corpo e mente, e la svalutazione ai danni del primo, avesse cancellato la visione olistica della persona: in medicina significava occuparsi della parte del corpo coinvolta, perdendo l’aspetto complessivo del benessere.
Sulla didattica, soprattutto nella Scuola Secondaria, l’effetto era la rimozione del corpo dal discorso educativo. Il bisogno di muoversi, le diverse modalità di restare concentrati, le intelligenze multiple. Nel tempo sono arrivati a cascata obblighi sempre maggiori per i Dirigenti Scolastici (e di riflesso per tutto il personale) per prevenire e contenere ogni possibile rischio, elemento che si è tradotto nella chiusura di ogni aula, cortile, biblioteca quando anche un solo elemento potesse diventare causa di problemi.
A ruota la necessità di adottare regolamenti via via più stringenti sull’uso degli spazi, sul come stare in aula, su quando andare in bagno, sulla predisposizione di servizi di sorveglianza con le postazioni indicate nelle circolari, in modo tale che ogni alunno e alunna potesse essere visto in qualsiasi momento. Come in un effetto domino, questo dispositivo ha colpito tutto l’ecosistema che ruota attorno alla Scuola.
Chi legge, richiamando alla mente l’immagine dell’edilizia scolastica italiana, può immaginare quanti divieti possano richiedere le strutture più datate. La spada di Damocle della culpa in vigilando, l’effetto panopticon, una produzione di cultura securitaria che ha ridotto enormemente la libertà di insegnamento, le possibilità di una didattica sperimentale, le uscite dalla classe e le possibilità di incontro col mondo. La logica banco-cattedra, normata rigidamente, come prevenzione di ogni male.
Mille corsi sul cooperative learning, ma il docente si deve prendere la responsabilità se altera la posizione dei banchi. Giocare con gli spazi è bello, stimolante, didatticamente produttivo e interessante ma “c’è la sicurezza, bellezza!”. Come l’adozione di protocolli possa rendere una classe più simile a una centrale nucleare o come spesso possa escludere qualcuno, pur di metterlo in sicurezza, poco importa.
Il ragionamento corre al Foucault del “Sorvegliare e punire”, alla premonizione sullo scivolamento dei luoghi pubblici verso dinamiche di divieto. Come se una grande logica anestetica prendesse il sopravvento. Dato che non ci sono più gli anticorpi per sopportare il dolore, evitiamo i contatti, eliminiamo alla radice ogni possibile emozione perché prima o poi potrebbe sabotarci.
La punizione è la sensazione di essere sempre dentro un dispositivo, dell’essere tracciati, controllati, senza la possibilità di trovare il proprio equilibrio nella sperimentazione autonoma degli spazi e dei confini. Se l’educazione vive nel difficilissimo equilibrio tra il calore della cura e la necessità di dare autonomia, e lo Spirito delle Leggi sbilancia il ragionamento solo verso un istinto di protezione che congela ogni potenziale confronto con i limiti del proprio corpo rispetto alle cose del mondo, il lavoro educativo diventa sempre più in salita. Così come il lavoro culturale sull’urbanistica per l’autonomia rischia di diventare utopico, se non velleitario.

il primissimo ostacolo sono le scuole cosi come dono costruite
il secondo è il Rado Rapporto tra Genitori e Docenti negli Istituti Superiori
Occorre Sentire la necessità di Sperimentare percorsi in un patto Coollettivo tra Genitori Studenti Docenti in cui si Riconosce la Scuola come il Luogo in cui si apprende in una Relazione di Reciprocità Soddisfacente l’Emozione del frequentare e il Sapere stesso