Le parole dell’urbanistica – Parte I

A Bologna negli ultimi anni gran parte del dibattito pubblico ruota intorno allo sviluppo del tessuto urbano, con conseguente immissione di lemmi sempre più tecnici nel discorso collettivo. Ma le parole, soprattutto in urbanistica, conferiscono la capacità di decidere il futuro. Una capacità che ci troviamo tolta ogni volta che esse vengono svuotate di significato

di Gabriele Bollini, urbanista e valutatore d’impatto


Prima che tecnica, l’urbanistica è una questione politica. La sua nascita è infatti strettamente legata alle condizioni di miseria create dall’accumulazione capitalistica: «Decenni fa si pensava che, attraverso l’urbanistica, si potesse migliorare la città; l’urbanistica era vista come un bagaglio di conoscenze e di norme in grado di migliorare la qualità della vita. Questo è un fatto fondamentale: l’urbanistica non ha altro motivo di esistere» dice Giancarlo Storto, ex direttore generale del Ministero dei Lavori pubblici. «Negli anni Settanta nei comitati di quartiere si ragionava di urbanistica: si sapeva che se cambiava un indice cambiava la qualità della vita. Si ragionava di spazio pubblico, di quartieri, di attrezzature, come di un diritto» rincalza Vezio De Lucia, urbanista, anche lui ex direttore generale del medesimo Ministero (in Sarah Gainsforth, “Abitare stanca. La casa: un racconto politico”, Effequ edizioni, 2022).

L’urbanistica non è sempre stata materia puramente tecnica, appannaggio di esperti per lo più maschi. È stata invece al centro delle lotte popolari e uno strumento di emancipazione di vaste porzioni di popolazione. In particolare quella femminile, che sin dagli anni Cinquanta lottava per l’istituzione di servizi sociali. Un sapere rivolto alla trasformazione progettuale di spazio e società.

Il primo passo per apprendere in modo corretto i suoi fondamenti è riconoscere il nesso ineludibile che lega suolo, popolazione, potere e cultura e che assume forme determinate in ogni città del mondo. In risposta ai problemi dovuti all’uso capitalistico del territorio, gli urbanisti hanno proposto nel corso del tempo un repertorio di metodi, strumenti e modelli che sono ancora alla base del compromesso tra pubblico e privato nelle nostre città. In una condizione che vede la popolazione mondiale concentrarsi sempre più nelle aree urbane, la ricerca di un patto di convivenza è la ragione fondamentale per interessarsi a questa materia.

Quando si parla di urbanistica la maggior parte delle persone si spaventa, pensando che questa parola difficile nasconda dentro di sé definizioni e significati comprensibili solo agli addetti ai lavori. I quali, devo dire, tendono a confermare questo orientamento, facendo il possibile per non farsi capire da nessuno che non abbia almeno una laurea e che si esprima utilizzando strane parole, metà delle quali in inglese. Certo, il mondo ha bisogno di persone serie e specializzate nel proprio lavoro: di tuttologi ce ne sono già abbastanza!

Io nasco come urbanista e da giovane ho contestato l’urbanistica rispetto all’importanza della questione ambientale. Ma con il tempo ho maturato la convinzione profonda che essa debba essere spiegata in maniera più semplice, comprensibile a tutti, anche a chi si occupa di tutt’altro nella propria vita quotidiana, perché credo che la conoscenza di alcuni concetti e delle dinamiche legate ai processi di trasformazione urbana possano aiutare a comprendere la realtà che ci circonda e a esserne maggiormente partecipi.

Cosa voglio dire? Una risposta viene già dalla definizione stessa di Urbanistica, che per la Treccani è: «L’insieme delle misure tecniche, amministrative, economiche analizzate al controllo e all’organizzazione dell’habitat urbano».

Tre sono gli ambiti prevalenti di ricerca teorica e di applicazione pratica dell’urbanistica: le analisi dei fenomeni urbani; la progettazione dello spazio fisico della città; la partecipazione ai processi politici e amministrativi inerenti le trasformazioni urbane. Se i primi due hanno come oggetto i caratteri materiali e le modalità d’uso della città, nella terza accezione l’urbanistica viene vista come uno specifico campo di relazioni sociopolitiche in cui agiscono più soggetti: le forze politiche, gli amministratori locali, i tecnici, le rappresentanze sociali e sindacali, i mezzi di comunicazione di massa.

Quindi la pianificazione urbana non è solo per i tecnici! Se l’analisi e la progettazione spettano a chi studia e si forma, allora il terzo ambito di applicazione riguarda tutti i cittadini, senza distinzione di classe sociale, professione, età e genere.

Del resto, risalendo alle origini della moderna pianificazione urbana, si comprende chiaramente che la sua nascita come scienza deriva dai problemi pratici della vita quotidiana nelle città, ovvero dai problemi che affrontiamo ancora oggi. Così come d’altra parte è importante sottolineare che la città ha tre dimensioni: Urbs: città come luogo fisico; Civitas: città come società che vi abita; Polis: città come governo.

(Continua…)


3 pensieri riguardo “Le parole dell’urbanistica – Parte I

  1. Finalmente una riflessione senza ideologia!
    Da qui si capisce che cosa è cambiato negli ultimi 20-25 anni a Bologna: la terza fase quella della polis di un territorio altamente democratico. Fino ad allora, forse con un po’ di demagogia, le decisioni erano prese da tecnici che spiegavano e discutevano con gli abitanti nei diversi quartieri.
    Quando però è il tessuto sociale cambia anche gli abitanti rappresentano dei piccoli gruppi sempre più difficili da gestire così si dà, i politici danno, la parola solo ai tecnici, che magari si organizzano con le lobbies vedi Milano (solo?), e ai vari comitati spiegano che il Verbo è solo il loro.
    Ricordo bene i 4 incontri del laboratorio Nord-Ovest, organizzato dopo una raccolta di tantissime firme e in poco tempo, per non far costruire il teleriscaldamento sulla rotonda Romagnoli. Si diceva che solo i tecnici conoscevano il meglio da fare ed invece i cittadini (non organizzati in comitato e neppure divisi in gruppi nei quattro incontri pubblici svolti) ne sapevano alla fine più di loro, perché avevano competenze pregresse messe gratuitamente in comune ed avevano studiato. Si fece addirittura una ricerca sui consumi di appartamenti costruiti pochi anni prima con confronto fra resa del teleriscaldamento e dell’impianto autonomo. Solo alla fine uscì da parte del tecnico di Hera la conferma delle dispersioni di rete…
    Ponemmo allora una domanda che ancora non ha una risposta ufficiale e mai l’avrà, per esempio con il nuovo polo alla manifattura tabacchi, tanto energivoro: “Di quanto energia ha bisogno Bologna oggi?”

  2. Molto gradito questo intervento, tecnico e super partes. Da cittadina interessata alla vitalità della mia città, nel tempo ho verificato un affievolimento dell’ interesse e della corrispondente partecipazione degli abitanti, alle occasioni di informazione e dibattito sui progetti di interventi urbanistici. Il disinteresse aumentava in misura inversamente proporzionale alla politicizzazione degli interventi.

  3. Un piccolo rilievo di natura editoriale: nella definizione di “Urbanistica” presa dalla Treccani suppongo che al posto di “analizzati” debba leggersi “finalizzati”, giusto?

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