Una cabina di regia condivisa per il futuro degli Orti Comunali

Come Ancescao pensiamo che la collaborazione con il Comune di Bologna  su questi temi vada rafforzata per definire un progetto di largo respiro che rifiuti interventi contingenti e socialmente problematici rilanciando invece il ruolo delle aree ortive della nostra città

di Maurizia Campedelli, presidente Ancescao Bologna Aps


Di recente diversi media locali si sono occupati della situazione degli Orti urbani del Comune di Bologna (qui e qui). L’Associazione Nazionale dei Centri Sociali Culturali per gli Anziani e degli Orti (Ancescao) associa 16 delle 21 aree ortive comunali bolognesi, per un totale di 2.313  orti sui 2.799. Abbiamo perciò ritenuto opportuno esprimere le nostre valutazioni in merito al tema, indubbiamente complesso.

A nostro avviso la questione va affrontata sotto tre aspetti: quello strutturale, quello sociale,  quello politico. 

L’aspetto strutturale è sintetizzabile in pochi numeri: ad aprile 2025 in città gli orti, come già detto, erano 2.799 a fronte di 13.033 richieste. Cifre che stupiscono per dimensione e sproporzione, ma che secondo le nostre elaborazioni si riducono a 6.091 richiedenti effettivi se consideriamo che un aspirante ortista può fare domanda su due o su tre aree ortive.  Ciononostante restano ancora molti, anzi troppi rispetto alla dotazione di orti esistente. Per essere almeno mitigata, la situazione richiede un insieme di azioni coordinate e proiettate nel tempo, tra le quali va sicuramente compresa l’apertura di nuove aree ortive.

Analizzando i numeri vediamo come le richieste non si distribuiscono uniformemente tra le varie aree ortive ma, anzi, presentano difformità in alcuni casi eclatanti: si va dagli Orti Salgari, dove a fronte di 427 appezzamenti vi sono 106 richieste, per arrivare all’opposto agli Orti Saragozza, dove le domande sono 1.341 su 50 lotti. In generale siamo di fronte a una distribuzione delle domande che tiene conto dei bisogni che spingono le persone a iscriversi alle graduatorie, in base a proprie valutazioni – vicinanza, presenza in quell’area di parenti o amici, appeal dell’area stessa – una migliore distribuzione certo non aumenterebbe gli orti disponibili ma ridurrebbe in modo significativo, almeno per alcuni, i tempi di attesa.

Si è molto parlato del fatto che il Comune di Bologna stia valutando l’eventualità di togliere l’orto a tutti coloro – circa 700 – che l’hanno in concessione da 12 o più anni, come previsto dal vigente “Regolamento  comunale per le aree ortive” che fissa a un massimo di quattro i rinnovi triennali di assegnazione. Chi sono questi ortolani “in scadenza”? Circa il 75% ha almeno 67 anni – che dovrebbe essere l’età in cui, almeno in teoria, si va in pensione -, il 56% circa ha dai 75 anni in su e il 17% più di 85.

E qui emerge l’aspetto sociale: gli orti, fin dalla loro creazione negli anni ’70, hanno svolto una funzione importantissima per la popolazione anziana come luoghi in cui mantenersi attivi fisicamente e mentalmente, costruire relazioni, condividere l’impegno per la gestione dell’orto e per la sua apertura alla comunità locale – si pensi, a tal proposito, alle iniziative con le scuole, agli eventi culturali e conviviali, ai rapporti con università e altre istituzioni per sperimentare nuovi approcci alla coltivazione. La funzione sociale degli orti si esplica, quindi, su più livelli: verso la collettività, verso la comunità degli ortolani e verso il singolo ortolano; per molti assegnatari, specie i più anziani, l’orto è un luogo di scelte, di impegno quotidiano, di gratificazione per i risultati ottenuti. Possiamo dire, senza tema di smentite, che è un luogo di cura della salute fisica e mentale.

Certo, gli orti nel corso del tempo sono cambiati, così come è cambiata la società: adesso sono aperti non più solo agli anziani ma a persone di ogni età, sono cresciute al loro interno presenze portatrici di culture e colture nuove, si è sviluppata una nuova consapevolezza ecologica che vede gli orti come luoghi di tutela dell’ambiente. Ma quella funzione sociale rimane un elemento fondamentale. Togliere gli orti a persone che li considerano in questo modo significa, sotto l’apparenza di un’operazione burocratica di avvicendamento, andare a infrangere uno dei principi fondativi dell’esperienza ortistica bolognese, determinando una situazione di disagio sociale.

È qui che la questione diventa politica e si potrebbe riassumere: gli orti comunali sono oggi per il Comune ancora una priorità, come luoghi di cura e di socialità, di relazione intergenerazionale e interculturale, come presidi ambientali, come parte, a tutti gli effetti, del welfare cittadino e parte delle azioni di sostegno a una popolazione anziana in crescita? Oppure sono considerati un’esperienza in esaurimento, marginale, non più parte di un disegno organico di gestione della città?                                

È evidente che la risposta alla prima domanda non possa che essere positiva; occorre  quindi lavorare insieme, Comune di Bologna, Orti e Ancescao per la messa a punto di un piano organico e di prospettiva per, se non risolvere, almeno attenuare il problema. Le ipotesi che emergono sono molteplici.

In questo periodo stanno partendo numerosi grandi progetti di riqualificazione urbana in cui potrebbero trovare posto nuove aree ortive o ampliamenti di aree esistenti riconoscendo il valore  immateriale di queste esperienze pluriennali. 

Occorre rendere più celeri sia le procedure di assegnazione sia, soprattutto, quelle di esclusione di assegnatari inadempienti – orti incolti, mancato rispetto dei regolamenti, ecc. – modificando il Regolamento Comunale e rendendo così disponibili molti appezzamenti.  Al contempo, bisognerebbe rendere più omogeneo il ruolo dei Quartieri, anche attraverso apposite azioni formative  relative alla gestione degli orti.

1.300 domande per un’area ortiva con 50 appezzamenti sono prive di logica e si rischia di aspettare 10 o 15 anni prima di avere l’orto. I Quartieri potrebbero fare un’azione di orientamento segnalando le aree dove le probabilità di assegnazione sono più alte e si potrebbero fare revisioni periodiche delle liste di attesa. E ancora, è pensabile che una volta raggiunto un certo rapporto numerico tra lotti e domande la lista di quel singolo orto venga bloccata?

Si potrebbero poi fare sperimentazioni di orti a gestione collettiva, in particolare per persone più giovani. E, dopo l’apertura delle domande a cittadini di ogni età, sarebbe utile valutare il tempo di permanenza per fasce di età, visto che per chi lavora e, magari, ha anche impegni familiari la gestione assidua di un orto può risultare nel tempo problematica.

Come Ancescao pensiamo che la collaborazione con il Comune su questi temi vada rafforzata per definire un progetto di largo respiro che rifiuti interventi contingenti e socialmente problematici rilanciando invece il ruolo delle aree ortive della nostra città.


3 pensieri riguardo “Una cabina di regia condivisa per il futuro degli Orti Comunali

  1. Confesso di ignorare da sempre il tema degli orti, che, per contro, ha una forte valenza sociale.
    Mi piacerebbe seguire le eventuali modifiche allo statuto o al regolamento.
    Dove trovare, pertanto, informazioni o discussioni pubbliche?

  2. Sono socio ancescao e da tempo frequento la comunità degli orti comunali e di conseguenza mi ritengo un ortolano.Vorrei anch’io partecipare alla discussione pubblica sul tema degli orti. Credo che occorra aggiornare il regolamento introducendo modifiche in alcuni punti critici che nel tempo hanno sollevato problemi di natura applicativa. Occorre quindi rivedere le norme applicative per rendere più semplice la loro applicazione, omogeneizzando le varie norme su tutte le aree ortive.

  3. Il direttivo di Ancescao Bologna ha organizzato una serie incontri con le aree ortive, in modo da portare delle soluzioni all’amministrazione comunale, che sta mettendo mano alla revisione del regolamento comunale degli orti urbani. Purtroppo solo poche aree ortive hanno aderito all’iniziativa che cmq impatterà su tutte, malgrado siano state tutte informate delle riunioni.

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