Questo antico paradosso (la triremi, di continuo restaurata, non aveva più nulla dell’originale eppure continuò a essere adorata) può offrire un ottimo spunto per riflettere sulla questione su cui sembra si sia arenata la messa in salvaguardia della torre: che ha il nome, la struttura è stata analizzata in ogni dettaglio e il materiale originario è tutto riutilizzabile, fatta eccezione per i leganti. Perché non fare tesoro dell’antica saggezza greca per uscire dallo stallo decisionale?
di Piero Dall’Occa, architetto
Più cerco di capire, tra le righe degli articoli apparsi in questi ultimi giorni, i prossimi sviluppi del cantiere della Garisenda, che a tutti gli effetti appare fermo da troppo tempo, e più temo che sia sempre più attuale il monito latino errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Non è mia intenzione riprendere quanto già detto in un mio precedente articolo (qui), ritengo però utile, per incoraggiare una serena e onesta analisi dei fatti senza il peso di pregiudizi poco oggettivi, ricordare la vicenda della Nave di Teseo, una reliquia dello Stato Ateniese.
L’eroe-re Teseo, dopo aver ucciso con l’aiuto di Arianna il Minotauro e aver salvato i giovani ateniesi destinati a essere a lui sacrificati, fece ritorno da Creta a Atene su una nave, una trireme, che subito venne adorata come un sacro cimelio. A mano a mano che si deteriorava gli ateniesi provvedevano a restaurarla, sostituendo le parti vecchie e marcie del legname con legno robusto e buono, fino al punto che della trireme originaria non c’era più nessun elemento. La sua identità era sorretta esclusivamente dal nome perché Teseo non aveva di fatto toccato nessuno degli elementi presenti.
Come scrivono Alexander Nagel e Christopher S. Wood nel loro libro edito da Quodlibet, “Rinascimento Anacronico”, una lettura che ho trovato folgorante, «la Nave di Teseo è un paradigma dell’oggetto definito dalla sua struttura piuttosto che dalla sua costruzione materiale. Il tempo d’origine delle parti sostitutive è accidentale, essenziale è la forma».
I filosofi greci hanno amato molto discutere su questo paradosso: si può sostenere che sia ancora la Nave di Teseo pur non avendo più nulla dell’originale, oppure bisogna ammettere che non è più la sua stessa nave?
Questo antico paradosso può a mio avviso offrire un ottimo spunto per riflettere sulla questione sulla quale sembra si sia arenata la messa in salvaguardia della Garisenda. La Garisenda ha il nome, la struttura è stata analizzata nel minimo dettaglio e riguardo al materiale quello originario è tutto riutilizzabile, fatta eccezione per i leganti. Perché non fare tesoro dell’antica saggezza greca per uscire dallo stallo decisionale che si è venuto a determinare?

Finalmente un articolo intelligente logicamente le persone che dovrebbero recepirlo non lo sono e continueranno nella loro follia per infiniti anni bloccando una parte della città per la loro OTTUSITÀ
Ho letto con interesse gli articoli del collega ed amico Piero Dall’Occa riguardo alla Torre Garisenda.
Vorrei aggiungere una variabile alle tante questioni poste.
In ogni lavoro di restauro i valori da preservare sono essenzialmente tre:
– il valore dei materiali originari;
– il valore simbolico che l’oggetto rappresenta;
-il valore della cultura materiale contenuta nell’oggetto.
I primi due temi sono stati esplorati nelle riflessioni di Piero e sono totalmente condivisibili.
Smontare e rimontare la torre salvaguardebbe i materiali e garantirebbe la sopravvivenza dell’identità che il manufatto rappresenta.
Si perderebbe però il lavoro di chi originariamente pose tutti i mattoni uno sull’altro.
Ma in ogni lavoro di restauro si pone una domanda fondamentale:
“che cosa sei disposto a perdere?”
Nel senso che qualunque intervento successivo è una compromissione dell’oggetto originario (come nei casi della Nave di Teseo o della Reggia di Katsura, opportunamente citati).
Ma se la posta in gioco è il crollo (che due anni fa ci fu annunciato imminente, ma non sappiamo ancora in base a quali dati), e il congelamento del cuore della città (coi container che sbarrano sicuramente la vita quotidiana, ma non sappiamo se potranno arginare tonnellate di macerie in caduta), allora , forse, bisogna agire per priorità.
E quindi, smontare e rimontare filologicamente la Garisenda potrebbe salvare almeno due dei tre valori fondamentali.
Per capire se vale la pena di perdere il terzo valore, attendiamo di conoscere la situazione reale.
Michele Ghirardelli, architetto.