Non c’è un’unica strada per governare le trasformazioni urbane

Tre possibili alternative a disposizione delle amministrazioni pubbliche per gestire i cambiamenti delle città

di Gabriele Bollini, urbanista e valutatore d’impatto


La capacità del capitale finanziario di plasmare i processi sociali e organizzativi, a partire da quelli istituzionali, è stato forse il principale fattore di cambiamento della politica della città. Il capitale finanziario-immobiliare implica rapidità, tempestività, permanente capacità di adattamento, e più questo si fa tendenzialmente transnazionale – come effettivamente capitato a Milano negli ultimi anni – e più, naturalmente, è definito dalla sua mobilità, o ancora più precisamente, dalla propaganda della sua mobilità e dalla conseguente minaccia di andare altrove.

Di fronte a questa situazione (ma di fatto, da sempre), sebbene in un quadro assai costretto e con capacità d’azione assai limitata, chi “controlla” le amministrazioni locali, chi governa, può percorrere varie strade.

La prima è quella di lasciare che la logica di tale capitale sia fattore egemonico di governo sgombrando il campo da quasi qualsiasi mediazione, se non quelle rimovibili solo a condizione di un deciso e risolutivo cambiamento dell’ordine politico (è il motivo per cui, per esempio, le petro-monarchie costituiscono il contesto ideale per il grande capitale finanziario immobiliare).

La seconda, al contrario, è mobilitare le istituzioni locali per fare l’opposto di quanto la mobilità del capitale richiederebbe, ovvero rallentare, selezionare e diversificare. Che significa, essenzialmente, condizionarne e quindi contenderne l’egemonia: promuovendo discussioni pubbliche al fine di imporre criteri di selezione degli investimenti privati; istituendo contro-poteri istituzionali che possano contrastarne il monopolio dei processi di trasformazione urbana; imponendo forme di forte prelievo pubblico sul valore generato dalle trasformazioni urbanistiche per impiegarlo in investimenti che vadano in direzioni opposte a quelle che la sua logica di accumulazione inevitabilmente preferisce.

La terza e ultima strada consiste nell’impedire loro l’accesso, preservando il monopolio di attori immobiliari di vecchio tipo – quelli che potremmo definire palazzinari relativamente localizzati e non molto finanziarizzati – o percorrendo strade molto radicali come quelle del congelamento di qualsiasi attività edilizia. Questa terza strada può rivelarsi problematica, perché in quanto meramente difensiva può avere effetti distributivi paradossali: avere un sistema immobiliare dominato da palazzinari tradizionali, come è il caso di altre città italiane, non è garanzia di maggiore equità distributiva, e le politiche di decrescita attraverso il congelamento dell’attività edilizia – come dimostrano molti casi specie negli Usa – si sono spesso rivelate funzionali alle strategie di preservazione del valore immobiliare e dell’esclusività sociale di città e territori.

Per questa ragione, storicamente, quando le forze progressiste hanno ottenuto il controllo di amministrazioni locali, hanno solitamente battuto la seconda strada, diversificando il campo degli attori immobiliari in direzione del rafforzamento di attori pubblici e cooperativi, e contrastando i comportamenti speculativi sul mercato attraverso nuove regolazioni. E, attraverso tutto questo, rendendo visibili all’opinione urbana i processi dell’economia immobiliare e quindi i processi di pianificazione, al fine di renderli contendibili. Come si vede, sono queste strategie eminentemente politiche in quanto “istituenti”, nel senso che intendono modificare il campo degli attori e trasformare gli istituti e le logiche attraverso le quali si realizzano le trasformazioni urbane. Sono quindi strategie che affermano anche un determinato modello di governo, contestualmente a un diverso modello di accumulazione. 

In altri tempi, questo tipo di strategia sarebbe stata definita riformista, ma oggi sarebbe definita– specie in Italia – con pseudo-concetti quali “ideologica” o “massimalista”, circostanza che dà la misura di come si sia ristretto il campo delle opzioni politiche percepite come politicamente accettabili. Mentre, a essere definito riformista, è bizzarramente la scelta della passività politica di fronte al dispiegarsi delle logiche del capitale, piccolo, medio o grande che sia.


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