Chi frequenta la nostra montagna vede subito due cose. La prima è che questi non sono luoghi spenti. Bar che resistono, alberghi che lavorano nei momenti giusti, ristoranti pieni d’estate e d’inverno, sagre, iniziative culturali e sportive che tengono accesa la comunità. La seconda è che una parte importante di questa vita viene dalla città. È un flusso naturale, non scontato, e proprio per questo rischiamo di non riconoscerne il valore
di Lorenzo Berselli, consulente del lavoro
Abito a Casaralta, lavoro in centro. Ogni giorno attraverso la Bologna che corre: autobus, cantieri, biciclette, studenti e lavoratori in fila per il caffè. L’Appennino è spesso solo una linea azzurra in fondo al cielo, nelle strade che vanno in direzione opposta a Piazza Maggiore.
Poi, quando arriva il weekend o una giornata libera, quella linea si può fare concreta. Una curva prima di Monghidoro, una salita verso Lizzano in Belvedere, le luci di Porretta Terme che si accendono.
Non parlo da esperto di territorio, ma da consulente del lavoro che incontra imprese e persone ogni giorno, e da frequentatore affezionato della montagna. Da questo sguardo quotidiano mi sembra chiaro che tra Bologna e la sua Montagna esiste già una relazione viva. La domanda non è quindi se c’è, ma se vogliamo trasformarla, con calma e serietà, in un vero patto di prossimità economica.
Chi sale in Appennino vede subito due cose. La prima è che questi paesi non sono luoghi spenti. Bar che resistono, alberghi che lavorano nei momenti giusti, ristoranti pieni d’estate e d’inverno, sagre, iniziative culturali e sportive che tengono accesa la comunità. La seconda è che una parte importante di questa vita viene dalla città. È un flusso naturale, non scontato, e proprio per questo rischiamo di non riconoscerne il valore.
Franco Arminio dice che i paesi bisogna prima di tutto andarli a vedere. C’è chi sostiene che la prima forma di rispetto sia lo sguardo, decidere se attraversare quei luoghi distrattamente o con un moto di attenzione. Prima dei bandi e dei piani strategici c’è la scelta semplice di salire o non salire, di considerare l’Appennino un altrove o un vicino di casa.
Dal mestiere che faccio ho imparato che la distanza non si misura solo in chilometri, ma in opportunità. Dietro una piccola impresa, un agriturismo, un albergo, c’è quasi sempre qualcuno che ha attraversato momenti difficili e ha scelto di restare. Un laboratorio o uno studio sono luci sulla strada, un negozio è un presidio, una bottega è anche un luogo di relazione. Qui aziende e comunità si tengono insieme.
La qualità delle relazioni è forse il capitale più prezioso. In un paese ci si chiama per nome, ci si incontra dentro e fuori dalle attività, il rapporto tra chi offre servizi e chi li usa è diretto. Sul piano economico significa fiducia, passaparola, una certa capacità di resistere. È un patrimonio che in città, in molti quartieri, talvolta guardiamo con un po’ di nostalgia.
Le strade che collegano Bologna a Monghidoro, Lizzano e agli altri paesi sono il simbolo perfetto di questo legame. Sono belle, a volte bellissime, ma raccontano anche una fatica, fatta di neve, pioggia, tempi che si allungano. Per chi va su da visitatore è parte del fascino, per chi ci vive e lavora è organizzazione concreta di vita e di impresa. Una strada curata, un trasporto pubblico affidabile, connessioni digitali adeguate non devono essere lussi, ma condizioni minime per poter scegliere l’Appennino senza sentirsi penalizzati.
Quando parliamo di economia di prossimità parliamo proprio di questo. Immaginare che una parte stabile del cibo nelle mense cittadine venga da collina e montagna. Che le aziende, per un corso o un incontro, pensino più spesso alla nostra montagna.
Anche la Città Metropolitana può fare la sua parte con gesti misurati ma concreti, per esempio usando la leva degli acquisti pubblici per coinvolgere le imprese dell’Appennino quando è possibile. È una riflessione che include in realtà tutti i territori che appartengono alla nostra Bologna. Pensare i collegamenti come diritto di cittadinanza e non solo come servizio minimo, includere la montagna nel racconto ufficiale, non come scenario di sfondo ma come pezzo autentico della propria identità.
Un bosco curato, un sentiero segnato, un ristorante che non chiude, una piccola azienda agricola che investe, una strada panoramica praticabile anche nei mesi difficili. Tutto questo è benessere anche per chi resta in città, tra via Marconi, via Indipendenza e le periferie.
Arminio invita a salvare i paesi prima di tutto con gli occhi. Forse il primo passo è semplice quanto questo. Ricominciare a guardare l’Appennino bolognese come una parte di noi.
Il resto, le decisioni politiche, le scelte economiche, i comportamenti quotidiani, verrà di conseguenza, come una responsabilità tranquilla. Trattare la montagna non come un altrove, ma come un vicino di casa con cui costruire un legame.
Sorridendo penso a Renzo, che mi saluta sempre, e ai suoi due amici della città. Alle storie di montagna.
In copertina: Porretta Terme (Photo credits: Claudio Beduschi/Getty Images)

Queste considerazioni, giustissime, si fermano appena fuori dall’anello dei viali di Bologna, dove un Piano Urbanistico Generale privo di idee, gonfio di ideologie e conformato solo in modo difensivo, imposta le sue regole guardando solo ai comportamenti aggressivi se non illeciti , e pone una serie di divieti e/o paletti cervellotici che colpiscono invece chi vorrebbe riqualificare, insediare o reinsediare attività tradizionali e innovative.
Come se ogni intervento fosse sempre guidato da intenti speculativi.
Così, chi è animato da idee migliori perde la voglia, mentre i “palazzinari veri” (di solito più assidui nei loro intenti) continuano a spuntarla.
Basta guardarsi intorno.
A Bologna ed in tutta l’Emilia (dati di pochi giorni fa) crescono la cementificazione ed i reati ambientali, nonostante le regole asfissianti.
Regole scritte da anime belle che non capiscono che, in un territorio comunque antropizzato, la vera tutela viene dall’interazione tra uomo e ambiente e non dal “non fare” o dal “lasciare tutto com’è” (anche i problemi).
Ne parlo da architetto con oltre trent’anni di impegno, e che oggi più che mai vede avvilite le energie proprie e dei committenti.
I collegamenti come diritto di cittadinanza e non come servizio minimo e’ la affermazione clou di questo articolo. Perche l’Appennino sopravviverà solo ed in quanto i collegamenti – ferroviari, stradali, telematici – saranno tali da consentire di vivere in montagna anche a chi studia o lavora in città. Scolpiamolo ovunque questo concetto – gli scalpellini in montagna non mancano – anche in fronte a Lepore e De Pasquale.