Amministrazioni che possiamo considerare progressiste o municipaliste promuoveranno meccanismi di partecipazione proprio sulle poste in gioco più rilevanti, e nelle quali la riproduzione del potere dei network esistenti è particolarmente potente. Governi urbani che progressisti invece non sono, viceversa, apriranno questi canali su poste in gioco di minore rilevanza per l’economia politica delle città e per le quali i citati network sono scarsamente rilevanti e strutturati e quindi politicamente non molto contesi
di Gabriele Bollini, urbanista e valutatore d’impatto
Prima di parlare di coinvolgimento della comunità urbana, della popolazione, nelle scelte urbanistiche per la città, consentitemi di fare un esempio su che cosa comporta scegliere una strada piuttosto che l’altra per governare le trasformazioni urbane. E uso come esempio la vicenda dello stadio di San Siro a Milano.
Costruire un nuovo stadio in generale non è di per sé necessariamente un’idea malvagia. Per esempio, come scrive Luca Pisapia su “Il Manifesto” di mercoledì 1 ottobre alla luce della vendita dello stadio di Milano, «un nuovo impianto a San Siro avrebbe avuto senso se fosse stato accompagnato da una serie di misure: una vendita a prezzi equi, alle squadre a non ai loro misteriosi proprietari; la riqualificazione dell’area, con la costruzione di alloggi popolari a prezzi calmierati, di biblioteche e spazi sociali, e non di inutili centri commerciali; interventi di manutenzione e ampliamento del verde, non la piantumazione nel cemento di alberelli destinati a morire dopo pochi anni».
Ma non è andata così, e il nuovo stadio sarà deleterio sia per i tifosi sia per gli abitanti del quartiere.
Il tema che si apre è infatti quello della social cleansing: la pulizia sociale. Un termine che andrebbe utilizzato più spesso nel racconto degli sviluppi urbani delle città e che prevede lo spostamento in altri luoghi, sempre più periferici, di quei membri della società considerati indesiderabili perché dotati di basso potere d’acquisto. Questo tipo di operazioni sono sempre implementate attraverso la speculazione immobiliare, e nel caso di San Siro agiranno sia dentro sia fuori lo stadio.
Dentro, con la costruzione di palchi di lusso e l’aumento dei prezzi dei biglietti, sarà espulsa per questioni di reddito un’intera classe sociale di tifosi, sostituita da una nuova classe abbiente di spettatori. Fuori, l’arrivo del nuovo impianto, con il suo corollario di alberghi, ristoranti e negozi, alzerà il prezzo medio di ogni bene di prima necessità, dal pane al latte, fino agli affitti delle case. E costringerà i residenti a spostarsi in zone sempre più periferiche per essere sostituiti da chi può permettersi di vivere nel nuovo quartiere. In questo modo, antiche reti di relazioni costruite negli anni fino a formare una comunità saranno completamente disgregate.
Il tutto, come oramai capita sempre più spesso, in favore di un modello di città che per puntare al guadagno facile e immediato ha deciso di agire contro i propri abitanti.
La partecipazione debole, la partecipazione tradita
Questo processo, combinato con la crescente complessificazione e oscurità dei meccanismi e degli strumenti delle politiche pubbliche, contribuiscono a una progressiva alienazione dell’opinione pubblica dalle scelte urbane (e di certi ceti e gruppi sociali in particolare). Tutto questo può accadere mentre le stesse amministrazioni, anche a causa dell’indebolimento degli attori politici tradizionali, investono su politiche partecipative di cui tuttavia fanno un uso molto selettivo e strategico. Amministrazioni che possiamo considerare progressiste o municipaliste promuoveranno meccanismi di partecipazione proprio sulle poste in gioco più rilevanti, e nelle quali la riproduzione del potere dei network esistenti è particolarmente potente. Governi urbani che progressisti invece non lo sono, viceversa, apriranno questi canali su poste in gioco di minore rilevanza per l’economia politica delle città e per le quali i citati network sono scarsamente rilevanti e strutturati e quindi politicamente non molto contesi. In questa diarchia, in fondo, sta la natura insorgente o non insorgente del governo urbano, che per l’appunto risiede nell’aprire o viceversa chiudere campi e network degli attori urbani.
Purtroppo in tante nostre città “progressiste” (Bologna compresa, ovviamente), nonostante esse siano anche espressione di significative mobilitazioni popolari, è stata scelta la seconda strada, con politiche partecipative che hanno riguardato non la posta in gioco principale (l’urbanistica, il modello di sviluppo e di accumulazione della città) bensì oggetti meno rilevanti (per esempio, alcuni spazi pubblici) e che hanno coinvolto prevalentemente i ceti medi e superiori.
Quindi, la domanda fondamentale che occorre farsi è quali siano i gruppi sociali e gli interessi di cui, in negativo, si nota l’assenza in tutta la questione urbana. E non sono i cittadini, genericamente intesi. Sono soprattutto alcuni gruppi sociali – i nuovi ceti popolari, nella loro varietà e articolazione – i cui livelli di partecipazione al governo urbano sono giunti nelle nostre città progressiste al punto più basso. Non è sempre stato così, e non è un destino. Ma per fare in modo che non lo sia serve un lavoro sociale e politico di grande cura e di lungo periodo. E da cui dipende la possibilità che il governo delle città assuma caratteri insorgenti e non quelli tecnocratici.
Il tema dell’abitare e del governo dei processi urbani in generale rappresenta un terreno di mobilitazione e partecipazione molto difficile a cui tuttavia va riconosciuto, oggi più che mai, inevitabile centralità.
