Il 12 dicembre alle 20:30, nell’auditorium “Le Scuole” di Pieve di Cento, l’Anpi locale organizza una serata di confronto tra Paolo Barabino, monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata, Yassine Lafram, presidente Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, Sara Taglioni della Rete degli Universitari-Udu Bologna e Giona Tasini, assessore alle politiche giovanili del Comune di Pieve di Cento. L’appuntamento cerca risposte dai giovani a proposito del loro diffuso impegno a favore della causa palestinese, coscienti del fatto che, oggi più che mai, parlare con loro significa soprattutto ascoltarli
di Nicola Cerpelloni, presidente sezione Anpi “Severina Ramponi” di Pieve di Cento
«Cosa succede, cosa succede in città?». Le parole di Vasco Rossi sintetizzano la domanda che molti analisti, sociologi e politici si sono posti descrivendo la vitalità delle piazze italiane attorno alla causa palestinese e all’azione civile, e civica, della Global Sumud Flotilla.
L’Anpi da tempo è impegnata sulla causa Palestinese e sui movimenti in suo sostegno, tanto da essere sempre presente con le proprie bandiere e i propri vertici politici, se non promotrice delle manifestazioni. E l’Anpi di Pieve di Cento, sezione dedicata alla partigiana Serverina Ramponi, si candida a promuovere questa riflessione organizzando una serata di confronto tra Paolo Barabino, monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata, Yassine Lafram, presidente Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, Sara Taglioni della Rete degli Universitari-Udu Bologna e Giona Tasini, assessore alle politiche giovanili del Comune di Pieve di Cento. L’appuntamento, moderato da Pier Francesco Di Biase, presidente dell’associazione Cantiere Bologna e caporedattore della rivista online che ospita il nostro articolo, è per il 12 dicembre alle 20:30 nell’auditorium “Le Scuole” di Pieve di Cento. Serata che, in metafora, nasce dai versi cantati da Vasco Rossi e cerca risposte dai giovani, coscienti del fatto che, oggi più che mai, parlare con i giovani significa soprattutto ascoltarli.

La domanda con cui iniziava l’articolo, allora, è forse una domanda da boomer (come chi scrive). In realtà erano le risposte, non le domande, quelle che scorrevano nelle chat e nei passaparola in fila alla mensa universitaria tra i Millennials e i GenZ: muoviamoci, mettiamo in moto un movimento. Movimento che poi ha preso forma in varie azioni: singolari, plurali, di massa.
Bandiere palestinesi alle finestre, coccarde al bavero della giacca o alla tracolla della borsa, orecchini “ProPal”, scritte sui muri, post sui social: prese di posizioni personali che, sostanzialmente, ripetevano e confermavano il buon vecchio “not in my name”. Tutto il contrario, ahinoi, di quanto successo troppo spesso nello spazio e nelle istituzioni pubbliche, dove molto spesso le proteste sono dovute passare attraverso autorizzazioni e permessi indirizzate ai terzi decisori: come il desiderio espresso dagli studenti delle superiori di poter convocare un’assembla per dibattere di Gaza martoriata dal genocidio israeliano, oppure la richiesta degli studenti universitari di interrompere i rapporti tra facoltà italiane e israeliane. Stanchi di dover sempre chiedere il permesso, allora, i giovani si sono messi in moto dando vita a un movimento di massa con un obiettivo ben preciso – “blocchiamo tutto” – che ha portato oltre tre milioni di persone, in grandissima parte giovani, a manifestare in tutta Italia tra la fine di settembre e metà dello scorso ottobre.
Ecco, gli antifascisti dell’Anpi propongono di approfondire la genesi e la vita di questi movimenti, confrontandosi democraticamente, nel corso di una serata nella quale rifletteremo coi giovani su quale sia il perimetro, quali siano i confini morali della loro comfort zone. E sempre in tema di confini, quale peso abbia avuto la mancanza di confini geografici della rabbia e dello sdegno contro il genocidio a Gaza. O ancora, la portata dell’azione contro i nuovi fascismi e l’ambigua posizione del governo italiano.
Lo chiederemo mettendo in congelatore ogni pregiudizio, votati all’ascolto se non addirittura aperti all’apprendimento: perché ogni apprendimento determina un cambiamento e non ci vuole una laurea per comprendere che sono i boomer a dover compiere lo sforzo di capire quali siano gli archetipi che muovono Millennials e GenZ. Ne discuteremo lungi dall’idea di apprendere per sfruttare, di conoscere per cavalcare un movimento o per condannare i policy maker in una protesta che appare senza leader. Ascolteremo per riparare a una cultura diffusa che considera l’impegno sociale dei giovani inferiore, per esempio, alla loro passione per i manga giapponesi come One Piece, di cui il cappello mugiwara del suo personaggio chiave Monkey D. Rufy è stato uno dei simboli della protesta.
Proponiamo questa riflessione perché il ritornello secondo il quale «i giovani sono il nostro futuro», che spesso anima le iniziative dei boomer verso i GenZ, in realtà scippa ai giovani l’attualità del presente lasciandoli nel limbo di in un indefinibile tempo che chissà quando sarà.
Gli equipaggi della Global Sumud Flotilla – e i giovani manifestanti come “equipaggio di terra che soffiava sulle vele” – avevano invece ben chiara non solo l’urgenza di vivere un tragico presente, ma anche quale fosse la parte giusta con cui schierarsi: L’Anpi li vede come partigiani del terzo millennio. Ascoltiamoli per imparare, parliamone per ascoltare da loro come porre in essere azioni di cambiamento sociale contro ogni forma di fascismo, vecchio e nuovo.
Lo facciamo per imparare, per permettere che il dibattito resti vivo, che non venga chiuso in base a una prematura emozione positiva di una presunta pace in Palestina. Perché ciò che è stato resta per sempre, soprattutto la violenza. E contro l’emozione della paura generata dalla violenza proponiamo un atteggiamento meno istintivo e più razionale.
Se temiamo il trasformismo fascista odierno, modernizziamo l’antifascismo. Se per esempio siamo indignati dal comportamento fascista alla base del genocidio o dal ruolo giocato dal governo italiano non chiudiamoci, parliamone con altri, pensiamoci, elaboriamo i brividi che ci procura, interpretiamo il batticuore che ne consegue, riflettiamo sulle conseguenze delle nostre azioni. Così facendo trasformeremo le emozioni in comportamenti coscienti. E l’antifascismo, per ciascun antifascista, è un comportamento cosciente e quotidiano.
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