Leonardo restaura da Bologna a Washington: «Difendiamo il nostro primato dalla IA usandola»

L’impresa bolognese lancia l’allarme per la progressiva perdita di sapienza artigianale: «Gli italiani sono i numeri uno al mondo nel restauro. Dobbiamo governare l’intelligenza artificiale per difendere quest’eccellenza Made in Italy: se fuori dall’Europa sono più bravi a creare gli strumenti, dobbiamo restare i più bravi a sapere cosa chiedergli». Possono le nuove tecnologie riconoscere il valore della patina che il tempo deposita sulla materia? Può farlo bene personale formato sul campo

di Emilio Marrese, giornalista


Nella capitale italiana dei cantieri, dove meglio di “Cantiere Bologna” e chi meglio di Leonardo srl – che vive sulle impalcature – può parlare di cantieri? Quelli di Leonardo però non sono cantieri che costruiscono aggiungendo, ma restaurano l’esistente, non squartano strade ma restituiscono bellezza ai monumenti architettonici allungando loro la vita con interventi radicali o di semplice (si fa per dire) make up periodico. Sono i cantieri che difendono e lucidano lo splendore della nostra città. Da un quarto di secolo, appena festeggiato.

L’impresa bolognese che è ormai un’eccellenza nazionale (Pinacoteca di Brera e Reggia di Caserta hanno beneficiato della sua competenza) e vanta prestigiosi interventi internazionali – come il “Thomas Jefferson Memorial” di  Washington o la Moschea di Süleyman a Istanbul – ha lanciato un allarme in occasione della tavola rotonda con cui ha celebrato i suoi 25 anni di attività: «Sull’Intelligenza Artificiale se il settore delle costruzioni è indietro, il restauro lo è ancora di più – ha avvertito la dottoressa Rossana Gabrielli, socia di Leonardo srl insieme all’architetto Francesco Geminiani -. Gli italiani sono i numeri uno al mondo nel restauro, ma rischiano di perdere questo primato».

A Bologna la scelta di rinunciare ai fondi del Pnrr per l’intervento sulla Garisenda ha deviato i finanziamenti verso il patrimonio ecclesiastico e gli effetti, dice l’architetto Geminiani, si sentono perché ora Leonardo è al lavoro su San Domenico. All’avanguardia sia sull’uso delle moderne tecnologie sia sulla sostenibilità ambientale dei materiali, Leonardo ha rilanciato dal suo panel tra autorità del settore anche l’allarme per la progressiva perdita di sapienza artigianale italiana e l’importanza della interdisciplinarietà “acquisita” nelle emergenze post-sisma, quando tutto gli attori in campo sono stati costretti a collaborare superando le diffidenze e i pregiudizi atavici.

Leonardo ha garantito la messa in sicurezza e il restauro post-sisma su opere di altissimo valore, come la Basilica di Tolentino e il campanile della Cattedrale di Ferrara, mentre dopo il terremoto del 2012 emiliano ha rimesso in piedi e ridato alla comunità Santa Maria Maggiore a Pieve di Cento e l’Oratorio della Natività a Crevalcore. Gli ultimi interventi stanno ridando salute e futuro al Duomo di Firenze, al Duomo di Siena, al campanile del Duomo di Ferrara, ad alcuni edifici simbolo dell’architettura moderna italiana quali la Tomba Brion e l’Archivio Centrale di Stato a Roma e alle basiliche di San Domenico e San Petronio a Bologna (dove già avevano lavorato su tutto il patrimonio di piazza Maggiore, da Palazzo d’Accursio a Palazzo Re Enzo, Palazzo de’ Notai e Fontana del Nettuno).

Uno dei punti di forza di questa eccellenza bolognese che ha ormai un centinaio di collaboratori è la trasmissione delle competenze sul campo, aspetto invece che si sta indebolendo in modo preoccupante a livello nazionale. «Servono cantieri-scuola dove imparare il mestiere sul campo – ha affermato infatti Maria Adelaide Ricciardi, architetto della Presidenza del Consiglio intervenuta alla tavola rotonda “Come cambia il restauro”, organizzata da Leonardo lo scorso 5 dicembre -. Da oltre trent’anni non si formano le maestranze in modo organico e sistematico a tutti i livelli e manca un confronto sul campo. Nessuno insegna a un operaio o a un carpentiere come si lavora su un’opera d’arte. Il valore della memoria passa attraverso la materia ed è necessario tornare alla capacità del saper fare».

«Il primo mese e mezzo in cantiere – ha confermato l’architetto Francesca Brancaccio, progettista di restauri di rilevanza nazionale quali il Colosseo, l’ex Albergo reale dei poveri di Napoli e l’Insula dei Casti Amanti a Pompei – lo si passa a spiegare alla manodopera che viene definita qualificata cosa deve fare. Non c’è formazione. Come si taglia una pietra o si posa un mattone è una competenza che abbiamo perso, a differenza dei francesi».

L’architetto Antonino Libro dell’Agenzia Regionale Ricostruzioni Emilia-Romagna ha rimarcato l’imprescindibilità delle sinergie: «Siamo sempre stati tutti bravissimi nel chiuso dei nostri studi, ma solo il sisma del 2012 ha scardinato una struttura e aperto le porte alla contaminazione: è fondamentale continuare ora a parlare la stessa lingua e adoperare un vocabolario comune offrendo anche iter autorizzativi abbastanza snelli. Il patrimonio culturale va censito e monitorato costantemente, e non conosciuto solo dopo il danno: si devono mettere a disposizione i dati scientifici».

«Il 60-70% dei lavori vengono effettuati sul patrimonio già esistente – ha sottolineato l’architetto Sergio Bettini dell’Accademia di Architettura di Mendrisio (Svizzera) – e gli studenti ora si rendono conto dell’importanza del restauro. Mendrisio non ha una cultura del restauro, il mio è il primo corso di studi sul tema, ma i docenti sono professionisti, a differenza delle università italiane che a volte sembrano fare di tutto perché i professionisti non insegnino. Bisogna saper leggere il costruito e saperlo ascoltare ed è necessario sviluppare una reazione critica all’Intelligenza Artificiale che oggi consente agli studenti di lavorare con strumenti straordinari a disposizione. Ma l’IA può riconoscere il valore della cosiddetta patina che è il tempo depositatosi sulla materia, sa riconoscere l’impronta sul marmo delle mani dei fedeli su una statua o una colonna? Capisce cosa è da salvare e cosa no?».

«La necessità di lavorare con materiali più salubri ci è nota da tempo ed è un dovere etico impellente trovare alternative a solventi, consolidanti e polimeri – ha illustrato la professoressa Elisa Franzoni, docente di Chimica dei materiali all’Università di Bologna e direttrice del Centro ceramico di ricerche di Sassuolo –. Inoltre è importante studiare soluzioni per il restauro dei materiali più recenti: quelli del Rinascimento resistono da secoli mentre calcestruzzi, compositi o cementi decorativi usati successivamente no».
Il tema dei materiali e dell’attenzione all’ambiente per Leonardo è centrale da molto tempo, infatti nel 2018 ha ricevuto al Louvre a Parigi il premio “Gest d’Or” e nel 2019 il “Gest d’Argent”, “Grand prix du patrimoine” e ancora prima il “Premio Economia Verde” di Legambiente già nel 2013.

«L’interazione e il dialogo tra gli attori in campo – ha concluso la dottoressa Rossana Gabrielli di Leonardo – consolidatisi dopo il sisma del 2012 consentono di trovare le soluzioni migliori per ogni intervento quando possono operare imprese specializzate. Abbiamo ormai un approccio scientifico consolidato sul campo e non dobbiamo perdere il saper fare artigianale. Bologna ha precorso i tempi sull’importanza della manutenzione che è l’intervento più sostenibile che ci sia sotto ogni aspetto, anche economico, come insegnano i cosiddetti “cantieri snelli” evocati da Mario Cucinella, e il restauro dovrà riguardare sempre di più anche gli edifici moderni. L’Intelligenza Artificiale fa ormai parte della nostra vita e se il settore delle costruzioni è indietro su questo piano, il restauro lo è ancora di più. Gli italiani sono i numeri uno al mondo nel restauro, che è un’eccellenza fondamentale del Made in Italy, ne abbiamo conferma ogni volta che lavoriamo in Europa. Dobbiamo sfruttare l’opportunità di governare queste nuove tecnologie per difendere questo primato nel mondo: se fuori dall’Europa sono più bravi a creare gli strumenti, noi dobbiamo restare i più bravi a sapere cosa chiedere a questi strumenti».


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