Bologna 2026: il coraggio che serve, oltre la paura

La città affronta un clima di insicurezza e sfiducia economica e sociale sempre più diffuso. La distanza tra amministrazione e cittadini richiede un cambio di passo. Per il 2026 la parola chiave è una sola: coraggio, nelle scelte e nel dialogo

di Maurizio Morini, imprenditore e innovation manager


La fine del 2025 consegna a Bologna un clima complesso, attraversato da sentimenti contrastanti. Da un lato, la città continua a essere riconosciuta come uno dei contesti italiani più vivaci sul piano culturale, sociale ed economico. Dall’altro, serpeggia una percezione crescente di distanza tra i cittadini e chi governa la città. 

La parola dell’anno secondo Treccani è Fiducia, ma è difficile ignorare che a Bologna, come altrove, la fiducia di una parte consistente di cittadini nei confronti dell’attuale Giunta non appare particolarmente solida.

Il Corriere della Sera ha invece indicato come parola dell’anno “Paura”, e questa scelta risuona nella realtà bolognese più di quanto vorremmo ammettere: paura per la crisi occupazionale che tocca fasce importanti della popolazione e arriva alle filiere strategiche per il territorio (ne abbiamo scritto qui più volte nel corso del 2025), paura per la scarsità di alloggi accessibili, paura per una sicurezza percepita come sempre più fragile. 

Non si tratta di stati d’animo passeggeri: sono i termometri di una comunità che sente vacillare alcune certezze che per anni hanno rappresentato l’identità della città.

In questo scenario, il 2026 non può essere un anno di semplice amministrazione ordinaria: deve essere un anno di Coraggio. Non il coraggio retorico, ma quello concreto, politico e civile, che nasce dalla capacità di affrontare ciò che oggi spaventa e divide.

Serve coraggio per riconoscere cosa non ha funzionato. Serve coraggio per non rifugiarsi solo in iniziative simboliche che generano più discussione che valore. I Wagumi di dicembre e gli alberi in vaso dell’estate 2025 sono stati esperimenti estetici: iniziative istantanee, non radicate, che non colgono il bisogno reale di un coinvolgimento vero. 

Bologna non chiede effetti speciali, chiede ascolto. Non chiede decorazioni, ma direzioni.

Il 2026 deve diventare l’anno in cui l’amministrazione e le forze che la sostengono scelgono la strada dell’ascolto attivo e della partecipazione effettiva, superando la logica dei tavoli formali e dei processi che includono solo chi è già abituato a partecipare. La città ha bisogno di una nuova stagione di confronto aperto, capace di coinvolgere davvero chi vive i quartieri, chi lavora ogni giorno, chi cerca casa, chi teme di essere lasciato indietro.

Il coraggio che serve è quello di mettersi in gioco senza difese, senza autosufficienze. È il coraggio delle relazioni e della verità: riconoscere i problemi, spiegare le scelte, assumersi responsabilità, accogliere critiche fondate, cambiare direzione quando necessario.

La Bologna che verrà si gioca su due assi. 

Primo: la conclusione delle opere già avviate. La città è da anni un grande cantiere: mobilità, spazi pubblici, rigenerazioni urbane. Il 2026 deve essere l’anno in cui questi interventi si chiudono, con qualità e con comunicazione trasparente. Le persone non chiedono promesse nuove, chiedono esiti concreti.

Secondo: una nuova alleanza con i cittadini. Questo è il punto più urgente. Senza un patto rinnovato di fiducia, nessuna opera pubblica basterà. La comunità è pronta a partecipare – Bologna ha una tradizione civica che molte città non possiedono – ma vuole che la partecipazione sia reale, non un esercizio formale. Serve un metodo rinnovato anche negli strumenti già messi in campo: più incontri nei quartieri, più cabine civiche tematiche, più percorsi generativi in cui ascolto e confronto siano strumenti quotidiani e non eccezioni.

In fondo, la paura è un fatto. La fiducia è un obiettivo. Ma il Coraggio è la scelta che può unire le due cose.

Bologna ha il tempo per cambiare passo. Ma deve usarlo bene: con lucidità, con visione, con quella forza che nasce solo dall’umiltà di riconnettersi con le persone. Il 2026 può essere l’anno della svolta, se si smetterà di temere il confronto e si tornerà a credere nel potere delle comunità attive.

Perché il futuro non arriva da solo: si costruisce. E Bologna, più di ogni altra comunità metropolitana, ha le energie per generarlo. Se avrà il coraggio di farlo insieme ai suoi cittadini.


6 pensieri riguardo “Bologna 2026: il coraggio che serve, oltre la paura

  1. Maurizio la tua è una speranza (termine francescano di moda oggi). Nel non-luogo che è diventata Bologna, solo consumata e soprattutto attraversata da individui, che solo a volte fanno comunità frammentate, vedo tutto difficile. Il coraggio può arrivare da piccoli gruppi magari non ben identificati e senza la storia della ex città.

  2. Complimenti, analisi lucida, condivisibile e ben impostata. Due commenti tra i tanti che si potrebbero fare. 1) La conclusione delle opere già avviate, che certamente verranno concluse nei tempi. Domanda: sono ciò che serve veramente alla Città? Il tram, quella più rappresentativa e impattante, sarà utile a colmare quella “Paura” di cui ben si è detto? Dubito fortemente. 2) Una nuova alleanza con i cittadini. Qui la cifra del governo della Città mostra tutta la sua inadeguatezza: proclami su proclami, inaugurazioni parziali, partecipazione per annunciare decisioni già prese. Forse il tutto non è una questione di mancanza di “Coraggio”, e neanche di strategia. Ma, temo, di incapacità. E questa, drammaticamente, se così è, non è neanche ascrivibile come colpa. Cordialmente.

    1. Il signor Fabio mi sembra bastian contrario “a prescindere”. Non va bene niente che sia legato al sindaco, se va dal Papa e non si fa il segno della croce, su 5 giorni di megaliti in Piazza Maggiore e per dire solo delle ultime cose. Ma sicuramente ha una ricetta miracolosa in tasca ! La vedremo sicuramente a breve.

  3. Questo articolo ha dei contenuti pienamente condivisibili. Purtroppo non c’è comunicazione tra amministrazione e cittadinanza, e non può esserci perché la cittadinanza non ascolta più, non ha più fiducia perché a sua volta non si è mai sentita ascoltata… È un serpente che si morde la coda. Ci sarà una soluzione? Non lo so. Da quando ero giovane ho sempre visto l’amministrazione comunale che imponeva delle scelte e non ammetteva i propri errori. Se si continua così non si può lamentare una scarsa fiducia da parte dei cittadini, questi hanno le loro ragioni, perché la fiducia va meritata!

  4. Fiducia mi pare ne sia stata offerta anche troppa.
    Finta partecipazione a valle di decisioni già prese, coinvolgimento di realtà associative aderenti al modello, iniziative sistematiche di distrazione di massa, svendita di spazi e territori comuni con prioritaria attenzione al profitto, propaganda sul rispetto per l’ambiente e devastazione nei fatti.
    Come se tutto questo fosse normale.
    Bologna, oggi.
    Il coraggio serve per accettare questa situazione.

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