Esistono, lo sappiamo, sistemi socioeconomici più ingiusti di altri. Ma una collettività che rinuncia a essere solidale è in ogni caso destinata a fallire, qualunque sia il suo schema valoriale di riferimento. Per questo, prima di attaccare chi sfama i bisognosi e pretendere più controllo, come accaduto martedì scorso durante l’incontro tra volontari Caritas e residenti di via Santa Caterina, forse dovremmo fermarci un istante e chiedere più umanità. Innanzitutto a noi stessi
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Ci sono occasioni in cui anche l’amore più intenso, per quanto sincero e determinato possa essere, viene messo alla prova dalle circostanze o da comportamenti che, se assunti da soggetti diversi rispetto all’amato, ci manderebbero su tutte le furie inducendoci, senza troppe esitazioni, a concludere amaramente che il nostro sentimento sarebbe meglio riposto altrove.
Una sensazione simile, almeno per un innamorato fisso della sua città come il qui scrivente, la si poteva decisamente provare lo scorso martedì sera assistendo allo spettacolo, indecoroso, offerto da concittadini residenti di via Santa Caterina e limitrofe nel corso della riunione convocata dai volontari della mensa Caritas – che come noto lì ha sede (qui) – per discutere delle problematiche insorte dopo l’aumento esponenziale delle utenze.
Senza avere alcuna intenzione di bestemmiare, dirò subito che il responsabile della struttura, don Matteo Prosperini, di certo non merita ancora la beatificazione ma è indubbiamente dotato di santa pazienza. Perché a sentire certi toni e certe volgarità, soprattutto verso chi come i volontari in fin dei conti non fa null’altro che del disinteressato bene, la voglia di mandare tutti al diavolo e cacciarli da quel tempio di solidarietà verrebbe eccome…
Pur sforzandosi di comprendere le ragioni di tutti, infatti, viene difficile non catalogare come ributtanti le parole di chi, senza mostrare il benché minimo velo di pudore, arriva ad accusare la Caritas di negligenza per aver avuto tra i suoi ospiti occasionali, negli scorsi anni, quel Marin Jelenic arrestato per l’omicidio del giovane capotreno Alessandro Ambrosio (qui). Così come si fa fatica a non vedere il più becero classismo in coloro che, previo riconoscimento “tattico” della meritoria attività caritatevole, non hanno potuto fare a meno di confessare che una mensa Caritas la vedrebbero assolutamente di buon occhio, ma «più fuori» e non certamente sotto casa loro.
Certo questi sono soltanto alcuni esempi – indubbiamente tra i peggiori – del ventaglio di umanità che l’altra sera si è ritrovato nella sala di via Santa Caterina 8. Altri, seppur sparuti, hanno fortunatamente mantenuto toni e impostazione decisamente più umani, per quanto spesso e volentieri contestati dalla rabbiosa maggioranza. Resta forte, in chi ha osservato, la sensazione che ad andare in scena davvero sia stata la disintegrazione totale in cui è ormai avviluppata la società contemporanea. Una società in cui rabbia e paura fanno la voce grossa e impediscono non solo il perseguimento di una qualunque soluzione di ampio respiro, ma addirittura l’individuazione del problema reale, che ne è prerequisito fondamentale.
Risulta infatti evidente, almeno a chi tenta di mantenere comunque e sempre un approccio critico sistemico, che la tragedia non stia solo nella violenza o nella sporcizia eventualmente prodotte da chi vive sul margine, ma anche se non soprattutto nel fatto che sia questo nostro sistema sociale, culturale ed economico il principale responsabile del doloroso abbandono in cui versa una fetta sempre più consistente di popolazione, anche in luoghi e realtà tradizionalmente più attente come la nostra.
Per invertire la rotta, allora, comincerei col chiederci se l’emergenza, in realtà, non stia soltanto nell’aumento delle povertà, ma anche nella reazione sempre più violentemente aporofobica che queste generano in chi invece ce la fa o in quelli che, ancora, riescono in qualche modo a rimanere a galla.
Perché com’è vero che esistono, lo sappiamo, sistemi socioeconomici più ingiusti di altri, lo è anche il fatto che una collettività che rinuncia a essere solidale è in ogni caso destinata a fallire, qualunque sia il suo schema valoriale di riferimento. Per questo, prima di pretendere da chi ci governa più soldi, più pattuglie, più telecamere e in definitiva più controllo, forse dovremmo fermarci un istante e chiedere con decisione più umanità. Innanzitutto a noi stessi.
Cantiere Bologna invita i lettori a sostenere gli sforzi quotidiani della Mensa Della Fraternità di via Santa Caterina. Chi desidera, può effettuare una donazione immediata inquadrando direttamente il Qr Code in copertina o visitando il sito ufficiale di Caritas Bologna (qui).

Ero presente anch’io martedì sera alla riunione di cui si parla nell’articolo, un po’ perchè residente in zona ho trovato sul portone di casa l’avviso per intervenire e un po’ perchè avendo sempre lavorato nel sociale mi è anche capitato di collaborare con l’ambito delle mense e degli empori solidali che ho imparato un po’ a conoscere, mensa Caritas compresa.
Vorrei aggiungere alcune considerazioni che per brevità elenco per punti
– la prima è che è vero che ci sono stati 3/4 interventi (tra i circa 70 presenti) da cui dissentire fortemente per i contenuti, ma francamente di questi tempi ci si poteva anche aspettare di peggio e tutto sommato la riunione, seppur in maniera molto scoordinata, ha fatto emergere le problematiche reali presenti e alcuni possibili correttivi nel breve e nel medio periodo.
– tornando agli interventi da cui dissentire quello già citato, poi quello che più che correttivi invocava il “trasloco” della mensa in quanto via S,Caterina “…aveva già dato per anni” e infine quello di chi proponeva di filtrare gli ingressi affiancando agli operatori Caritas anche qualcuno della Questura che valutasse…cosa non si sa bene (precedenti penali? se era straniero irregolare? se faceva uso di sostanze o avesse un tasso alcolemico da ritiro patente? se non era appena uscito dalla doccia?
Del tutto fuori luogo anche il vociare contrariato dopo l’intervento del giovane e ancora inesperto volontario a cui è scappato il termine “inumano” (lo dico non perchè elementi di “inumanità” di varia intensità non fossero emersi qua e la, ma ai fini della economia della riunione, per non offrire il destro…a chi è già orientato a destra…mi si perdoni la battuta). E’ una fortuna, anche per chi ha rumoreggiato, che esistano ancora ragazzi che desiderano avere “uno sguardo sull’altro” e mettono tempo ed energie su questo. e hanno tutto il diritto di fare esperienza, maturare il loro sguardo e il lessico che lo interpreta. Sono gli adulti che debbono avere l’intelligenza di comprendere questo.
– le problematiche concrete di disagio dei residenti sono reali; code per ore sotto il portico dati i due turni di mensa in una strada stretta (Caritas è l’unica mensa cittadina aperta per cena, le altre cinque attive in città aprono solo a pranzo e questo ha determinato negli ultimi tempi un flusso di circa 250 persone ogni giorno sui due turni, quasi il doppio di non troppo tempo fa a dimostrazione di come l’area della povertà i allarghi) , persone che fanno bisogni per strada, i rifiuti lasciati per terra, presenza di persone a volte ubriache, qualche danno anche alle auto parcheggiate. Molto ha inciso anche il recente episodio pre natalizio di rissa a bottigliate sfociata anche nel ferimento di una persona.
– Tra le soluzioni prospettate quelle più sensata parrebbero:
Attivare altre risorse di mense in orario serale onde dimezzare almeno l’afflusso e tornare magari all’unico turno.
Evitare che gli ospiti escano dalla mensa con contenitori di cibo.
Presidiare meglio e con continuità gli orari di entrata e uscita (La caritas ha responsabilità dentro ai suoi locali, ciò che accade in strada compete ad altri), non necessariamente con le sole forse dell’ordine, ma anche responsabilizzando in materia gli stessi ospiti e/o organizzando un servizio d’ordine che non si limiti a gestire “la fila”.
Provare a studiare soluzioni logistiche e organizzative (pur con tutte le difficoltà che la via e l’immobile, confinante con i locali della Parrocchia e con impianti sportivi e giardini privati, presentano) per mitigare le altre criticità segnalate dai cittadini.
– Gli attori coinvolti evocati (…alcuni evocati di più, altri meno), cittadini residenti, ospiti della mensa, caritas, altre mense, comune, quartiere, questura, si spera facciano fronte comune e che, come scrive Di Biase non accada di trovarsi in “…una società in cui rabbia e paura fanno la voce grossa e impediscono non solo il perseguimento di una qualunque soluzione di ampio respiro, ma addirittura l’individuazione del problema reale, che ne è prerequisito fondamentale”.
La “brevità” che auspicavo all’inizio non mi è riuscita, ma spero siano considerazioni e informazioni, assieme a quelle dell’articolo, di una qualche utilità.