L’obiettivo era il recupero di 3.500 delle 5.863 case popolari sfitte censite ma solo 65 Comuni su 333 hanno presentato un programma. All’appello mancano Modena, Cesena, Rimini e nel Bolognese Casalecchio, San Lazzaro, San Giovanni in Persiceto, Imola. Forse hanno pesato sui sindaci valutazioni politiche e rischi finanziari. Timori che cesserebbero se il programma prevedesse che la ristrutturazione fosse a carico dei nuovi inquilini, non pagando il canone fino al totale recupero del credito
di Raffaele Lungarella, giornalista
La Regione Emilia-Romagna ha da qualche giorno pubblicato il bando (qui) per selezionare le persone singole e le famiglie interessate ad affittare a canone calmierato una delle 1.011 case popolari, individuate dai Comuni e ora sfitte, che hanno bisogno della messa a norma degli impianti o di essere ristrutturate per renderle nuovamente abitabili. Nel Comune di Bologna sono 157; in tutta la provincia 250 circa. Le persone interessate possono presentare, esclusivamente online, la loro candidatura dalle ore 12 del 26 febbraio alle 12:00 del 6 maggio 2026.
È questo l’esito della delibera (qui), approvata nel mese di settembre dell’anno scorso, con la quale la giunta regionale ha sollecitato i Comuni e gli altri enti proprietari a partecipare a un programma di recupero del loro patrimonio sfitto di edilizia residenziale pubblica, individuando gli alloggi che sono disposti a sottrarre, anche per trent’anni, alla normativa di selezione degli assegnatari e di determinazione dei canoni applicata alle case popolari. È previsto infatti che, a ripristino avvenuto, quelle abitazioni siano affittate a famiglie di lavoratori a canoni calmierati oscillanti da un minimo di 3,1 a 8,1 euro mensili a metro quadro di superficie, in base alla localizzazione dei singoli alloggi. Gli introiti derivanti dall’applicazione di questi canoni dovrebbero essere sufficienti per consentire ai singoli enti proprietari di ammortizzare la quota utilizzata del mutuo accesso dalla Regione per finanziare l’intero programma di recupero. Il programma, in teoria, dovrebbe autofinanziarsi e non costare niente ai Comuni.
Con questo meccanismo finanziario la Regione si era posta l’obiettivo di recuperare 3.500 delle 5.863 case popolari sfitte censite. La risposta dei Comuni e degli altri enti proprietari è stata al di sotto delle attese: i Comuni che hanno presentato un programma di recupero sono 65 su 333. Può darsi che non in tutti i Comuni ci siano delle case popolari sfitte, non di meno quelli che hanno risposto alla sollecitazione della Regione risultano una minoranza. All’appello mancano anche tre capoluoghi di provincia (Modena, Cesena e Rimini) oltre a tanti Comuni di ogni dimensione demografica (in provincia di Bologna, tra gli 11 comuni interessati all’iniziativa, mancano anche Casalecchio di Reno, San Lazzaro, San Giovanni in Persiceto e altri sopra i 15.000 mila abitanti; tra quelli di media dimensione c’è Imola).
Le ragioni per cui i sindaci mostrano poco entusiasmo possono essere di ordine sia politico sia finanziario. È comprensibile la preoccupazione di alcuni di essi per come l’opinione pubblica potrebbe valutare la sottrazione di un certo numero di case popolari dalla loro destinazione naturale di abitazioni per le famiglie più disagiate (quelle che sono nelle liste d’attesa per l’assegnazione anche da anni) per affittarle a famiglie in condizione economiche e sociali migliori. A ciò si affianca il timore che, almeno in parte, il costo degli interventi di recupero possa ricadere sui bilanci comunali, sia perché i canoni calmierati determinati con i criteri stabiliti dalla Regione possono risultare più bassi di quanto sarebbe necessario sia perché una parte degli inquilini potrebbe smettere di pagare il canone e diventare morosa.
La preoccupazione dei sindaci di dovere attingere al bilancio comunale non sorgerebbe, ovviamente, se il programma prevedesse che ogni inquilino si facesse carico di pagare direttamente le spese per il recupero dell’alloggio sfitto in cui andrà ad abitare. Potrebbe finanziarle come meglio gli riesce: con i propri risparmi, con una colletta tra amici e parenti, con un mutuo, con la cessione del quinto dello stipendio, con un anticipo sulla liquidazione ecc. Naturalmente, l’inquilino non pagherebbe il canone fino a totale recupero del credito, pari all’ammontare dele spese che sostenute, vantato nei confronti del comune. Il ricorso a questo meccanismo, peraltro già collaudato nella ristrutturazione delle case affittate dalle cooperative a proprietà indivisa, e sperimentato anche da qualche Comune, farebbe venire meno la preoccupazione dei sindaci per le conseguenze sui bilanci degli investimenti per il recupero. Il timore per le valutazioni politiche negative della sospensione dell’applicazione delle regole dell’edilizia residenziale pubblica agli alloggi recuperati non avrebbe più motivo di esistere se essi fossero affittati alle famiglie collocate nelle liste di attesa per l’assegnazione delle case popolari.
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È significativo che la ristrutturazione degli alloggi ERP non sia tra le priorità dei prprietari, cioè Comuni e Regione.
Non si costrruiscono più alloggi di edilizia,pubblica e quei pochi che ci sono vengono trasformati in ERS, cio dedicati ai “meno poveri”. Inoltre non è credibile che tra decine di anni lascino guegli alloggi: sarà una privatizzazione di alloggi pubblici.
A Bklogna 25 alloggi nel centro storico, Piano ERP di Cervellati sono traferiti alle imprese per loro lavoratori (dirigenti?), mentre in passato Guazzaloca e Cofferati ne hanno venduti a decine.
Una guerra tra poveri, in cui perdono i più poveri: davvero è “naturale”? Davvero non c è più niente da fare? Vincce sempre la rendita urbana?