Fanno bene le associazioni del Pilastro favorevoli alla realizzazione del Muba a preoccuparsi profondamente «per il coinvolgimento dei giovani pilastrini negli scontri di questi giorni». Peccano invece un po’ di ottimismo le Istituzioni cittadine che sperano, dopo aver usato su di loro il manganello, che questi ragazzi muoiano dalla voglia di sedersi al tavolo con chi li mena per aprire un dialogo
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Leggenda vuole che tanto tempo fa, sprovvisti di patrimonio umano e con le tasche vuote, gli allora dirigenti dell’associazione sportiva dilettantistica Boca Pegaso (contrazione di Bolognina Casaralta) si misero a girare per i campetti e i cortili dei Quartieri Navile e San Donato-San Vitale in cerca di ragazzini che mostrassero un qualche talento per il gioco del pallone, ma che non avessero i mezzi economici o le conoscenze per aggregarsi a una società vera e propria.
Come l’assessora allo Sport Roberta Li Calzi certo ricorderà, ne nacque una squadra multietnica ed estremamente competitiva, formata da un gruppo di sbarbi che non aveva paura davvero di niente, neppure delle mirabolanti risse a tutto campo, con coinvolgimento della polizia locale, che di tanto in tanto il “girone della montagna”, famigerato raggruppamento che i frequentatori della Terza Categoria calcistica ben conoscono, offriva alle cronache sportive locali.
Il risultato più importante, tuttavia, quell’esperimento sociale lo ottenne fuori dal rettangolo verde. Perché oggi come allora, pur nelle differenze di censo, origine e durezza delle singole traiettorie esistenziali, quei ragazzini diventati uomini si vogliono ancora bene, si rispettano e quando si incontrano anche solo per caso, magari per strada o seduti a un bancone in Pratello, non mancano mai di sorridere per via di qualche bel ricordo. E anche se nessuno di loro ha mai realizzato il sogno di arrivare al calcio professionistico, per chi mise in piedi quel piccolo miracolo c’è tanto di cui andare orgogliosi.
Negli anni, sul nostro territorio, le società sportive che hanno adottato strategie simili, per scelta o per necessità, sono decisamente e fortunatamente aumentate di numero. Atletico Borgo, Hic Sunt Leones, Polisportiva San Donato, solo per citare alcune realtà cittadine, e tralasciando per brevità quel magico mondo di provincia da cui arriva, in questi giorni, l’ultimo esempio di cosa significhi fare davvero integrazione. Perché a meno di un forte e diagnosticato disagio psichico, non c’è altro modo di definire la scelta del Real Casalecchio, squadra di calcio dilettantistica del Comune omonimo, di chiedere e ottenere dalla Figc il posticipo di un’ora delle gare che la sua giovanile dovrà affrontare in concomitanza con il periodo del Ramadan, così che alcuni dei suoi giovani tesserati di fede musulmana possano allenarsi e giocare insieme ai compagni senza difficoltà (qui).
Se lo sport di base progredisce in consapevolezza rispetto alla complessità del presente, però, altrettanto non sembra possa dirsi della discussione pubblica cittadina sulle seconde generazioni e il disagio giovanile. Perché tra la fobia collettiva per i maranza – a modesto parere di chi scrive, unico movimento culturale odierno con qualche elemento rivoluzionario – e la repressione violenta recentemente operata dalle Istituzioni al Pilastro, la narrazione di noi Bolobene a proposito delle evoluzioni sociali e demografiche della nostra città si è fatta certamente via via più ansiogena, ma allo stesso tempo altrettanto carente nei contenuti.
A tal riguardo, fanno bene le associazioni del “virgolone” favorevoli alla realizzazione del Muba a preoccuparsi profondamente «per il coinvolgimento dei giovani pilastrini negli scontri di questi giorni» (qui). Peccano invece un po’ di ottimismo le Istituzioni cittadine che sperano, dopo aver usato su di loro il manganello, che questi ragazzi muoiano dalla voglia di sedersi al tavolo con chi li mena per aprire un dialogo. Perché come certi spogliatoi, anche certi quartieri sono palestre di vita vera, e molto spesso non quella latte&miele che ci piace tanto raccontare a sinistra. E sebbene non sia un assioma, è indubbio che dai bad boys del Boca Pegaso ai giorni nostri, per molti adolescenti, avere a che fare con la polizia o commettere qualche reato non è mai stato un conto così evidentemente salato da pagare. Dipende tutto da quanto rischi di perdere.
Ricordo ancora i commenti sdegnati di certo opinionismo nostrano – rigorosamente in camera caritatis – al personale racconto di quanto successe, per le strade della città, in quella notte di follia seguita all’uccisione del giovane milanese Ramy Elgaml (qui). Già allora, mi sembrò lampante che la nostra opinione pubblica non fosse attrezzata per affrontare la questione. Ma si spera sempre di migliorare.
Alle Istituzioni, che so un po’ più consapevoli del problema e volenterose di risolverlo, rivolgo invece l’invito sincero a dimenticare, in situazioni come quella che stiamo vivendo in questi giorni, dinamiche muscolari che sarebbe meglio lasciare in esclusiva a Matteo Piantedosi e soci, tentando piuttosto di fare squadra con la cittadinanza tutta – come suggerito da Andrea Femia nel suo splendido contributo sul tema (qui) -, con un riguardo particolare per quella non votante a causa di limiti d’età e discriminazione.
Certo la strumentalizzazione politica è lapalissiana, ma sappiamo anche come va a finire: un accordo si trova sempre, soprattutto con certo ecologismo. Ciò che non possiamo assolutamente prevedere, al contrario, è come finisce uno scontro tra manifestanti e polizia nel pieno della notte in un rione popolare. Checché se ne dica, infatti, il Pilastro non è viale Aldo Moro, sebbene si trovino nello stesso quartiere.
Quello di cui possiamo essere sicuri è che se qualcuno, magari adolescente, in uno di questi scontri si facesse male sul serio, la situazione potrebbe peggiorare di molto. E dopo diventerebbe assai difficile, anche per chi le conosce, spiegare alla rabbia quali siano le differenze tra Questura e Comune.
Photo credits: Il Resto del Carlino
