Venerdì 13 marzo, insieme a rappresentanti di Comune e Regione, l’Aser ha ricordato l’attentato alla vecchia sede di via San Giorgio che causò la morte della collaboratrice domestica di una famiglia che viveva nello stesso edificio. L’obiettivo era far male all’infrmazione, uccisero una lavoratrice. Crimine dei “Gatti selvaggi”, 49 anni dopo ancora ignoti gli autori
di Associazione Stampa Emilia-Romagna
«I giornalisti stanno attraversando un momento delicato, con il contratto nazionale che non viene rinnovato da dieci anni e le loro retribuzioni erose dall’inflazione. Lo scenario nazionale non è edificante circa la libertà di stampa, con intimidazioni e minacce a vari livelli che avvengono anche a Bologna. E il panorama mondiale è preoccupante come non mai. È per questo ancora più importante fermarsi un momento a riflettere in questo luogo, dove 47 anni fa tre terroristi assaltarono la sede del sindacato dei giornalisti per fare tacere la stampa (qui), causando la morte di Graziella Fava».
Lo ha ricordato il presidente dell’Aser (Associazione della stampa Emilia-Romagna) che ha aperto venerdì 13 marzo 2026 la celebrazione del 47° anniversario dell’attentato davanti all’edificio di via San Giorgio 6 a Bologna.
All’appuntamento per la deposizione di una corona di fiori, organizzato dalla vicepresidente di Aser, Barbara Musiani, sono intervenute anche l’assessora regionale alla Legalità Elena Mazzoni; la delegata alla Legalità democratica e lotta alle mafie e memoria di Comune e Città Metropoliana di Bologna, Giulia Sarti; la tesoriera dell’Ordine dei giornalisti, Serena Bersani; Emilio Baravelli (figlio di Graziella Fava) con la nipote Asia e diversi esponenti del sindacato dei giornalisti fra cui l’ex presidente della Fnsi, dell’Aser e dell’Ordine, Giovanni Rossi; la vicepresidente regionale dell’Unione nazionale dei giornalisti pensionati, Maria Luigia Casalengo e il revisore dei conti dell’Aser Stefano Gruppuso.
L’assessora regionale ha ricordato che Graziella Fava è stata «vittima di quella strategia della tensione che mirava a destabilizzare il Paese attraverso la paura e che purtroppo in molti casi come questo è rimasta senza colpevoli». La delegata del Comune di Bologna si è associata all’invito alla riflessione sulla stagione del terrorismo, sui cronisti uccisi o minacciati e sulle intimidazioni rivolte anche oggi a chi lavora nel campo dell’informazione». Serena Bersani, che ha a lungo studiato quei terribili fatti, ha ribadito l’importanza che l’inchiesta venga riaperta. «Lo si deve – ha sottolineato Amadasi – a una famiglia che piange ancora quella tragica morte, ma soprattutto lo si deve alla città intera».
Era il 13 marzo del 1979 quando Graziella Fava perse la vita a seguito di un attentato compiuto per colpire la libertà di stampa. Un gesto contro i giornalisti a tutt’oggi impunito, anche se fu rivendicato dalla sigla “Gatti selvaggi”, messo in atto per contestare la narrazione da parte della stampa dell’epoca del conflitto a fuoco in cui rimase uccisa a Torino la terrorista bolognese Barbara Azzaroni. Tre terroristi assaltarono la sede bolognese del sindacato dei giornalisti e appiccarono una bomba al fosforo dopo aver chiuso in un ripostiglio l’impiegato dell’Associazione della Stampa e un’altra persona che si trovava negli uffici per il disbrigo di alcune pratiche. Le fiamme si propagarono nel palazzo e il fumo invase i piani superiori. Graziella Fava, collaboratrice domestica di 49 anni, riuscì a mettere in salvo l’anziana signora che accudiva, ma non scampò alle esalazioni e venne trovata priva di vita sul pianerottolo. Lo stesso giorno fu appiccato il fuoco anche alla porta di casa di due giornalisti, dell’”Avanti” e del “Carlino”.
Nella foto di Barbara Musiani, un momento della celebrazione. Da sinistra, Paolo Maria Amadasi (presidente di Aser); Emilio Baravelli (figlio di Graziella Fava) con la nipote Asia; l’assessora regionale Elena Mazzoni e la consigliera delegata del Comune di Bologna, Giulia Sarti.

Grazie a chi ricorda quei fatti anche perchè dimostra di non temere i terroristi e i loro fiancheggiatori. Rimangono anonimi come i basisti del delitto Biagi, ma qualche coscienza dovrebbe sentirne il peso.