I giornalisti oggi scioperano per il rinnovo del contratto di lavoro atteso da dieci anni

Cantiere Bologna è solidale con una battaglia che non è fatta solo per questioni economiche ma in difesa della libertà di stampa e della professione. Noi non scioperiamo perché il nostro è un gruppo di volontari, editori di se stessi. Ma siamo vicini al sindacato dei giornalisti e ai colleghi che dalla mezzanotte, per 24 ore, incrociano le braccia, spengono microfoni e telecamere, chiudono i taccuini. La loro battaglia è anche la nostra

di Giampiero Moscato, direttore cB


Ecco il testo della Federazione nazionale della Stampa che annuncia lo sciopero di oggi. Cantiere Bologna è vicino alla battaglia per la difesa della professione.

I giornalisti di quotidiani, periodici, agenzie di stampa, testate web, televisioni e radio a diffusione nazionale si asterranno dal lavoro venerdì 27 marzo 2026, per 24 ore.

I giornalisti scioperano contro la chiusura degli editori della Fieg alle richieste avanzate dal sindacato al tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto, scaduto da ormai 10 anni, richieste che riguardano sia i lavoratori dipendenti sia i colleghi lavoratori autonomi.

La Fnsi chiede dignità per il lavoro giornalistico e garanzie per il futuro dell’informazione. L’Aser, il sindacato regionale, oggi tiene un presidio dalle 10.15 alle 12 in piazza Imbeni, davanti al palazzo della Regione. Come si legge sul sito dell’Associazione Stampa Emilia-Romagna, l’obiettivo è «attirare l’attenzione sulla delicata situazione della categoria, a causa del blocco del contratto di lavoro Fieg-Fnsi, in attesa di rinnovo da 10 anni, che ha causato un’erosione delle retribuzioni di oltre il 20% a causa dell’inflazione».

«I giornalisti – continua l’Aser, citando la Costituzione – sono la categoria professionale alla quale è attribuito il delicatissimo compito di garantire al cittadino il diritto ad essere informato. Un ruolo di grande responsabilità che può essere svolto solo riconoscendo rispetto per i lavoratori e stipendi dignitosi. Invece gli editori, i quali piangono miseria e implorano in continuazione aiuti di Stato, che arrivano puntualmente, hanno solo provveduto a falcidiare le redazioni e a tagliare ulteriormente i già miserrimi compensi dei collaboratori. Senza preoccuparsi delle inevitabili ripercussioni sulla qualità e la completezza del prodotto che viene avviato alla distribuzione. I giornalisti sono a fianco dei cittadini e vogliono che siano informati. Per questo ritengono che sia ora di cambiare musica e di arrivare al rinnovo del contratto di lavoro».


3 pensieri riguardo “I giornalisti oggi scioperano per il rinnovo del contratto di lavoro atteso da dieci anni

  1. Articolo di DI Battista sullo sciopero dei giornalisti di ieri:
    (mio commento personale: oggigiorno i giornalisti diventano il veicolo tramite i quali i direttori di testata e i proprietari delle soc editoriali fanno raccontare migliaia di balle galattiche ai cittadini italiani, essi ne diventano cosi’ i parafulmini sui quali scaricare i problemi e le magagne: sara’ per questo che i ricavi delle vendite dei giornali latitano :i cittadini si sono stancati di spedere soldi per acquistare i giornali e sentirsi raccontare bugie !!!! tutto questo nonostante i lauti contributi DELLO STATO A FONDO PERDUTO DESTINATI A TENERE IN VITA QUESTI BARACCONI PROPAGANDISTI DI MEZOGNE (salvo rari casi)
    non e’ che un po’ di responsabilita’ ce l’hanno anche i giornalisti che si piegano a questi dictat???

    ecco l’articolo:

    Lo sciopero dei giornalisti italiani
    Il finanziamento pubblico ai giornali, cosi com’è, va abolito.
    Alessandro Di Battista
    mar 27

    Oggi scioperano i giornalisti. Quelli invisibili, quelli che lavorano nelle redazioni. Scioperano perché chiedono il rinnovo dei loro contratti, fermi da ormai dieci anni. E allora la domanda sorge spontanea: com’è possibile che ogni anno lo Stato versi fior di milioni di euro a giornali ed editori e, allo stesso tempo, chi lavora dentro quelle redazioni oggi protesta?

    La risposta, in realtà, ce la danno direttamente loro. Basta leggere il comunicato della Federazione Nazionale della Stampa Italiana: “Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto”.

    E ancora: “Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti; tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il 2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative”. Infine la sintesi perfetta: “Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani”.

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    E infatti è esattamente così. Da decenni lo Stato riempie di soldi sempre gli stessi giornali. E negli ultimi anni è stato persino creato un Fondo Straordinario, nato durante il Covid e trasformato, di fatto, in una misura strutturale. Per darvi l’idea: negli ultimi dati disponibili, 2022 e 2023, per le copie vendute Rizzoli Corriere della Sera Mediagroup Spa ha ricevuto più di 16 milioni di euro; Gedi più di 10 milioni; Mondadori Media S.p.A. più di 4 milioni; Il Sole 24 Ore S.p.A. più di 2,3 milioni. E non è finita qui.

    Oltre ai soldi agli editori ci sono quelli diretti ai giornali. Tra il 2018 e il 2024: Libero ha ricevuto 34,5 milioni di euro; Il Foglio 13,6 milioni; Famiglia Cristiana 42 milioni. Questi sono solo alcuni esempi.

    Per capirci: Libero è lo stesso giornale che il giorno dopo il referendum titolava così: “A forza di menzogne vince il fronte del No, che sfonda soprattutto tra i ceti improduttivi del Meridione e i giovani Pro-pal”. E sempre in prima pagina il “Direttore” Mario Sechi scriveva: “Tra i tanti spunti, il primo, il più interessante, mi sembra quello che riguarda la separazione non delle carriere ma del Paese in due parti: la prima è quella produttiva, del Nord, dei ceti che sono dedicati all’impresa, l’Italia del fare che ha votato Sì; la seconda è quella del Mezzogiorno, un’Italia assistita, attaccata come la cozza di Giovanni Verga allo scoglio del reddito senza lavoro, alle pensioni di invalidità”.

    Capito il livello? Il direttore di un giornale che vive di denaro pubblico, quindi “assistito”, che accusa il Sud di essere assistito. Parliamo di un giornale che dal 2003 a oggi ha ricevuto circa 85 milioni di euro di soldi pubblici. Si dovrebbero soltanto vergognare. E diciamolo chiaramente: in questo Paese, se c’è qualcuno che campa con il denaro dello Stato, sono proprio molti giornali.

    Negli ultimi anni abbiamo visto quanto l’informazione finanziata con soldi pubblici sia non solo asservita al Governo di turno, ma anche a interessi esterni. Pensate a quanto questi giornali hanno coperto e coprono lo Stato terrorista di Israele. Quante volte questi giornali hanno pubblicato le immagini di Gaza? Quante volte hanno provato a giustificare le uccisioni sistematiche di bambini palestinesi? Quante volte questi giornali hanno parlato del dolore di 1 milione di persone in Libano costrette a lasciare le proprie case a causa dei sionisti? Quante volte hanno raccontato le storie degli ostaggi palestinesi? Quante volte hanno parlato della bambine iraniane ammazzate dai missili statunitensi?

    Voglio farvi un altro esempio. Un altro giornale che campa con denaro pubblico è il Secolo D’Italia. Andate sul loro sito e leggete a chi appartiene quel giorno: “Nel 2009 è stato uno dei quotidiani del Popolo della Libertà. Attualmente è organo della Fondazione Alleanza Nazionale”. Poi andate sul sito della Fondazione Alleanza Nazionale e vedete chi c’è dentro. Tra i componenti del Consiglio di Amministrazione ci sono Maurizio Gasparri, ormai ex capogruppo di Forza Italia, Fabio Rampelli, Vicepresidente della Camera dei deputati e Arianna Meloni, sorella della Presidente del Consiglio e capo della Segreteria politica di Fratelli d’Italia. Il Secolo d’Italia tra il 2018 e il 2024 ha ricevuto circa 6 milioni e e mezzo di contributi pubblici. Quindi, di fatto, lo Stato usa i soldi dei cittadini italiani per finanziare un giornale che è organo di una Fondazione che tra i componenti del Consiglio di Amministrazione vede parlamentari, politici e la sorella della Presidente del Consiglio. A voi sembra normale?

    Detto questo, oggi sappiamo che i soldi che vanno ai giornali non servono a migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei giornalisti. Oggi sappiamo che a prendere soldi pubblici sono da vent’anni tendenzialmente sempre gli stessi giornali. E quindi il finanziamento pubblico ai giornali, cosi com’è, va abolito. Quelle risorse devono andare ai giornalisti precari, a quelli sottopagati. E devono essere destinate a giovani per sostenere la creazione di nuovi progetti editoriali, che non seguano più i “vecchi” schemi e che si spera possano essere più liberi e meno asserviti al potere.

  2. Vicinanza e solidarietà a che fa un mestiere tanto importante quanto delicato e difficile. Vi sostengo

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