Savoldi addio

Così titolava il “Foglio di Bologna” l’11 luglio 1975. E così abbiamo ripetuto in queste ore, salutando un calciatore che è nella memoria collettiva: perché ricordo vivo anche di chi non c’era

di Nicola Pedrazzi, giornalista e editor


Ebbe vita breve, il “Foglio di Bologna”. Uscì dal marzo al settembre 1975. I suoi pochi lettori lo ricordano però con affetto: un sentimento che per metà dedicano a uno dei suoi fondatori, mio nonno, Gigi Pedrazzi, e la sua persona così disorganica e così impegnata, così seria e così allegra insieme; e per metà indirizzano verso l’esperimento politico-culturale: così “avanzato”, così “antesignano”, da essere, probabilmente, fuori dal suo tempo.

Eppure, risfogliandole oggi, quelle pagine restituiscono davvero un’epoca, e non solo il punto di vista del gruppo che pretendeva – con modesta superbia – di interpretarla. Me ne sono reso conto durante la mostra dedicata a Zangheri, sindaco di Bologna durante quell’avventura editoriale, andando a spulciare le colonne di politica locale nel solco del ricordo smosso dalle fotografie installate in Sala Borsa; e me ne sono reso conto ancora una volta in queste ore di saluto a Beppe Savoldi, il quarto marcatore della storia del BFC.

L’11 luglio 1975 la redazione del Foglio dedicò alla cessione di Savoldi al Napoli il taglio basso di una prima pagina dedicata al rimpasto del governo del Portogallo. A sinistra la foto di Beppe alla balaustra dei tifosi, quasi ad accomiatarsi, la vedete qui sotto.

Di fianco, come si vede nell’immagine, queste parole.

Savoldi addio

Per molte migliaia di bolognesi, quella di ieri è una giornata segnata dalla notizia, prima incerta poi sicura, della vendita di Savoldi: al Napoli, ceduto, dicono, per quasi un miliardo e mezzo in contanti.

Tra i migliori centroattacchi da parecchie stagioni, opportunista scaltro, lottatore fortissimo ma corretto nelle mischie, travolgente negli stacci, Savoldi era l’idolo delle Brigate rossoblù.

Per i ragazzi oggi alle elementari o alle medie, che non conobbero il Bologna da paradiso di Bernardini e lo scudetto del doping, il calcio domenicale e le fabulazioni settimanali erano soprattutto Beppe. Beppe, Beppe, infatti, lo chiamavano.

Per molti di ieri, forse, è finita una stagione della vita. Anche la vendita di un calciatore fa diventare grandi, perché demistifica, insegna a relativizzare, a proporzionare. E tuttavia, anche noi, come loro, siamo dispiaciuti e come bambini diciamo: addio, Savoldi!

Dentro allo Stadio Olimpico di Roma, il 14 maggio dell’anno scorso, durante la finale di Coppa Italia, ho visto tutte le generazioni. Quarantenni con la maglia di Helmut Haller, sedicenni con la maglia di Carlo Nervo. Ognuno a testimoniare un pezzo di storia non vissuta: tutti lì, al solo scopo di portare avanti la tradizione orale.

Non si sa dire, al fischio finale, quale fosse il sentimento più forte: se prevalesse il rammarico tipo «se mio nonno fosse ancora qui con me» o il proposito «questa la racconterò ai nipoti». E così, uniti e sospesi tra passato e futuro, non riuscivamo a gioire, abbiamo pianto.

Chi, saggiamente, gira alla larga dalle infantili bestialità del tifo, perde, stupidamente, la fanciullesca saggezza di momenti così. Perde i buoni motivi per portare i bambini allo stadio (sembra impossibile, ma questi motivi ci sono). Per la seconda volta, come i bambini, i bolognesi sono costretti a crescere e a dire addio a Savoldi. Per la seconda volta, come i bambini, sappiamo tutti che Savoldi è per sempre.


Un pensiero riguardo “Savoldi addio

  1. Ricordo la prima volta che lo vidi allo stadio in coppia con Mujesan e mi impressionò subito con quella corsa strana e l’eccezionale elevazione. Un giocatore vero, coraggioso e imprevedibile, il vero perno della ricostruzione dopo lo scudetto. Quante gioie ci ha dato in periodi avari di soddisfazioni.

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