È ormai conclamato che esista da tempo, in questo Paese, una “sinistra referendaria”, circa 14 milioni di anime belle, che si mobilita per le idee ma non necessariamente per i partiti che potrebbero veicolarle. Tentare di riagganciarle con un lungo percorso di partecipazione vera e diffusa, nell’individuazione del programma come nella scelta della leadership della coalizione nazionale, potrebbe perciò essere utile tanto nella corsa per Palazzo Chigi quanto in quella per Palazzo d’Accursio
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Se il caro Angelo Rambaldi – e con lui, a onor del vero, un ormai nutrito gruppo di concittadini – volesse cercare una pur parziale risposta al suo pluriennale cruccio circa il sistema “tolemaico” che, a suo dire, ha caratterizzato e tuttora caratterizza il mandato di Matteo Lepore, gli suggerirei di iniziare a cercarla rileggendo l’intervista che il Sindaco, non più tardi di giovedì scorso, ha rilasciato a Eleonora Capelli di “Repubblica” (qui). E, successivamente, di fare la tara con quelle, tante e forse troppe, rilasciate dai suoi compagni di partito e di coalizione nei giorni immediatamente successivi al referendum costituzionale.
Prima di continuare, per non incorrere in fastidiose accuse di propagandismo, giova forse sottolineare che non si vuole, in questa occasione, giudicare l’operato di questa amministrazione – che, peraltro, non era oggetto dell’intervista – né tantomeno esentare il primo cittadino da una qualche percentuale di dolo rispetto al problema sollevato da Rambaldi. Aldilà delle differenze di vedute tra me e il caro Angelo, infatti, sarà la cittadinanza tutta a dare risposta a entrambe le questioni, quando verrà il momento.
Fatto il punto su questo, però, non temo smentita se sostengo, rileggendo le risposte di Lepore, che per l’ennesima volta si è avuta dimostrazione di una superiorità oggettiva, perlomeno rispetto ai suoi compagni di partito, nel saper leggere le dinamiche interne al Pd e fiutare gli umori di quanti, potenzialmente, lo voterebbero. Una superiorità che, in politica, fa tutta la differenza del mondo tra chi guida e chi insegue, tra una leadership e chi vi si sottopone, in maniera più o meno consapevole.
Contrariamente a quanto emerso dalle dichiarazioni di molti afferenti alla sua parte politica, mi pare ci sia una strategia tutt’altro che attendista nell’indicare, come ha fatto Matteo Lepore parlando del risultato referendario e del processo di avvicinamento alle prossime elezioni, un iter che contempli tanto le Primarie quanto lo sviluppo di un programma di coalizione credibile costruito insieme alla società civile, portando come esempio le ultime amministrative bolognesi. Perché se accogliere l’idea delle prime blocca sul nascere le velleità di quanti – e sono tanti – nel Pd felsineo e nazionale ormai le osteggiano più o meno apertamente, evocare la Fabbrica del programma pone sul tavolo progressista un problema che non l’ultimo referendum vinto, ma già il penultimo perso, aveva reso decisamente evidente (qui).
Posto che, dati alla mano, dopo quattro anni di governo il centrodestra resta forte di uno “zoccolo duro” di circa 12 milioni di elettori – ed è dunque difficile immaginare un ritorno al governo “per asfissia” della controparte – è un fatto ormai conclamato che esista da tempo, in questo Paese, una “sinistra referendaria”, circa 14 milioni di anime belle, che si mobilita per le idee ma non necessariamente per i partiti che potrebbero veicolarle. È altrettanto palese, purtroppo, che a Bologna come nel resto d’Italia questa discrepanza si manifesti con maggior vigore durante le consultazioni elettorali, con percentuali di astensionismo mai viste prima. Tentare di riagganciarle con un lungo percorso di partecipazione vera e diffusa, nell’individuazione del programma come nella scelta della leadership della coalizione nazionale, potrebbe perciò essere utile tanto nella corsa per Palazzo Chigi quanto, di riflesso, in quella per Palazzo d’Accursio.
Dunque fa bene Giuseppe Conte ad alzare subito la posta in gioco, evocando le Primarie, e fa bene Matteo Lepore a dire “vedo” e a rilanciare evocando un metodo che non favorì soltanto la sua vittoria ai gazebo ma pure quella di Elly Schlein, e di cui ultimamente dalle parti dem si è un po’ perso il ricordo. Fa male invece Silvia Salis, sindaca di Genova, a scartarle a priori, così come Enrico Di Stasi (qui) a suggerire una qualche sorta di parallelo tra i risultati cittadini del referendum e una valutazione positiva dei bolognesi rispetto all’attività amministrativa, subito respinto dal co-portavoce locale di Europa Verde, Danny Labriola (qui).
Se c’è una cosa che hanno dimostrato praticamente tutti i referendum costituzionali degli ultimi trent’anni è che, da Tangentopoli in avanti, la politica ha – agli occhi degli elettori – molta meno credibilità della Carta fondamentale. E quando la prima cerca di toccare la seconda, indipendentemente dalle percentuali di consenso del momento e fatti salvi i casi in cui la modifica non incida proprio sulla vita dei partiti – come fu, per esempio, il taglio dei parlamentari – i cittadini tendono mediamente a rispondere «No, grazie».
Se il centrosinistra vuole almeno provare a ridurre questo iato, tanto a livello locale quanto nazionale, l’unica strada percorribile è quindi quella dell’apertura e della condivisione, se non addirittura della messa in discussione di programmi e scelte, anche amministrative, che non hanno evidentemente il sostegno di una buona fetta di potenziali elettori o di alcune delle sigle che dovrebbero far parte dell’alleanza.
Sarebbe francamente difficile non vedere, in caso di valutazioni differenti, l’operazione «tra apparati» di cui parla l’ex Avvocato del popolo (qui). E sarebbe altrettanto ostico immaginare, davanti a una partita a quel punto decisamente “orientata”, un qualche pur minimo desiderio, da parte degli elettori, di sedersi a giocare anche solo una mano.
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