Giovani e politica, una distanza solo apparente

Il voto giovanile in occasione del referendum costituzionale ha rappresentato anche a Bologna l’elemento più sorprendente. Una mobilitazione con un approccio soprattutto valoriale che non si traduce automaticamente in partecipazione politica permanente, né tantomeno in adesione a partiti politici, e che invita a indagare con lenti diverse da quelle del passato che cosa distingue politicamente i giovani dalle generazioni precedenti

di Gianluigi Bovini, statistico e demografo


Nel Rapporto Giovani 2025 dell’Istituto Giuseppe Toniolo si evidenziava che tre giovani su quattro considerano la politica fondamentale per la vita democratica e per la propria esistenza. Quasi l’80% degli appartenenti alle Generazione Z affermava inoltre che, se avesse più occasioni reali di partecipazione, sarebbe pronto a impegnarsi in prima persona. Più in generale i dati del Rapporto restituivano l’immagine di una generazione consapevole, desiderosa di contribuire al cambiamento, ma troppo spesso ostacolata da barriere economiche e sociali.

Una significativa conferma di queste affermazioni è venuta nelle scorse settimane: secondo l’istituto di sondaggi Ipsos Italia di Nando Pagnoncelli, nel voto per il referendum sulla giustizia i giovani tra 18 e 28 anni sono andati alle urne nella misura del 67,1% (oltre otto punti in più della media generale pari al 58,9%). Sorprendente anche il dato sulle preferenze espresse dalla Generazione Z: sempre secondo Ipsos il 58,5% ha votato NO, una percentuale di oltre 5 punti maggiore di quella con cui il NO ha trionfato sul SÌ. Pagnoncelli evidenzia che, mentre alle elezioni politiche del 2022 e alle europee del 2024 i giovani erano stati il segmento con il più alto tasso di astensionismo, al referendum sulla giustizia la Generazione Z ha votato molto più di tutte le altre generazioni.

Il contributo dei giovani al successo del fronte del NO è stato sicuramente di grande rilievo nella realtà di Bologna metropolitana, dove l’affluenza ha raggiunto il 70,3% (71,6% in città) e la percentuale dei NO è salita al 63,6% (68,3% in città). Il voto giovanile ha rappresentato anche a Bologna l’elemento più sorprendente, che invita a indagare con lenti diverse da quelle del passato che cosa distingue politicamente i giovani dalle generazioni precedenti.

La partecipazione dei giovani alla politica è a geometria variabile e si manifesta su base tematica, traducendosi in mobilitazioni su argomenti specifici che influenzano più da vicino le loro vite attuali e future. Secondo il demografo Alessandro Rosina «i giovani partecipano quando percepiscono concretezza e chiarezza e quando hanno la sensazione di essere parte attiva di una mobilitazione che ha un effetto concreto (nel caso del referendum l’idea di difendere la Costituzione)». Questa mobilitazione non si traduce automaticamente in partecipazione politica permanente, né tantomeno in adesione a partiti politici. Rispetto alle generazioni precedenti i comportamenti dei giovani sono più liquidi, fluidi, apartitici e sono influenzati maggiormente da un approccio valoriale e da una mobilitazione per temi e campagne non ideologica.

Molto diversi sono i canali che veicolano l’informazione e la consapevolezza: si riduce nettamente il ruolo dei giornali e delle televisioni ed emerge la preponderanza dei social, unita in molte occasioni alla partecipazione ad associazioni, ad attività di volontariato e a incontri e manifestazioni. In definitiva, come ha affermato lo statistico sociale Andrea Bonanomi, che collabora all’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo «non è vero che non c’è interesse della generazione Z per la politica o che è debole. È come una brace che va alimentata, sennò si spegne. Ma basta poco per riaccenderla e il referendum senza quorum lo ha dimostrato».

L’offerta politica attuale appare inadeguata ad alimentare questa passione, anche se nel 2025 nel Rapporto Giovani il 31% degli intervistati ha affermato di avere fiducia nei partiti (nel 2012 era solo l’8%) e più del 60% riteneva che siano fondamentali per la democrazia.

Rendere permanente il più ampio utilizzo del diritto di voto da parte della generazione Z è particolarmente importante in un paese come l’Italia, che secondo gli ultimi dati resi noti dall’Istat ha la più elevata età media nell’Unione Europea (47,1 anni) e la maggiore quota percentuale di persone con più di 64 anni (25,1% del totale).

Le tendenze demografiche, combinate con la propensione all’astensionismo, spingono l’età media di chi esercita effettivamente il diritto di voto su una soglia che si colloca su un valore superiore ai 55 anni e potrebbe avvicinarsi nei prossimi decenni ai 60 anni. Una voce giovanile potente e attenta alle conseguenze di lungo periodo delle scelte politiche è più che mai indispensabile, per evitare il prevalere nell’elettorato di convenienze e visioni di corto respiro.

In questa direzione sarà fondamentale garantire in modo definitivo, superando la fase sperimentale, il diritto di voto ai moltissimi giovani che per ragioni di studio o lavoro al momento delle consultazioni elettorali non possono raggiungere agevolmente il luogo di residenza. Nell’epoca di internet, della didattica a distanza e dello smart working vincolare l’esercizio di questo fondamentale diritto a una presenza fisica, spesso impossibile o difficoltosa e costosa, rappresenta sempre più una grave violazione dei fondamentali diritti costituzionali, che in occasione del referendum la Generazione Z ha dimostrato di sapere apprezzare e difendere.


Un pensiero riguardo “Giovani e politica, una distanza solo apparente

  1. Invece di parlare di primarie l’opposizione dovrebbe creare uno spazio di partecipazione indipendente per la costruzione della alleanza democratica per le prossime elezioni. A moltissimi giovani non piace essere ingabbiati in logiche di partito, ma hanno contenuti e istanze. Ma manca lo spazio per partecipare, e sicuramente la Costituzione e la sua vera applicazione potrebbe essere un punto di partenza. Ci vorrebbe un nuovo “movimento” stile “sardine” o altro.

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