Dietro ogni numero, ogni statistica, ogni gesto estremo consumato nella solitudine di una cella, vi è una storia umana che interpella la responsabilità collettiva. Punto di partenza di questa riflessione la presentazione del libro “I suicidati. Potere residuo: ultima cella”, in programma giovedì 14 maggio alle ore 18 al Mezz’aria Hub di via Frassinago 6/2 a Bologna, nell’Ex Caserma Boldrini
di Lucio di Nocera, associazione Eu-topia; e Cristina Ceretti, consigliera comunale
La discesa lenta nel cuore dell’esperienza carceraria è qualcosa cui faremmo volentieri a meno di pensare, se non ne fossimo costretti. Non tutti hanno il coraggio di addentrarsi nel profondo di quell’abisso, dentro quell’oscurità dolorosa dove, talvolta, accade però di scorgere una luce ostinata: un incontro fragile, imperfetto, profondamente umano, capace ancora di speranza.
Il punto di partenza di questa riflessione è la presentazione del libro “I suicidati. Potere residuo: ultima cella”, in programma domani giovedì 14 maggio alle ore 18 al Mezz’aria Hub di via Frassinago 6/2 a Bologna, nell’Ex Caserma Boldrini. In un luogo di rigenerazione urbana, nel cuore del quartiere Porto-Saragozza, si discute della rigenerazione possibile dell’essere umano.
Significa riconoscere che dietro ogni numero, ogni statistica, ogni gesto estremo consumato nella solitudine di una cella, vi è una storia umana che interpella la responsabilità collettiva. E forse significa anche riaffermare che nessuna società può dirsi veramente civile se accetta che alcuni esseri umani vengano progressivamente sospinti ai margini del dicibile, del visibile e perfino dello sperabile.
Il tema è tanto più vivo e urgente perché, già oggi, Alessandro Bergonzoni e Paolo Fresu daranno vita a “Atto di amore e di coraggio” intorno ai vari blocchi della Casa Circondariale di Bologna “Rocco D’Amato”.
Due eventi nati separatamente, inconsapevoli l’uno dell’altro, ma attraversati da una medesima urgenza morale e umana. Che cosa li lega, allora? Forse proprio ciò che più spesso manca nel rapporto tra società e carcere: l’ascolto che si fa cura. L’ascolto della musica e della parola nel primo caso; l’ascolto del silenzio, della sofferenza e del racconto nel secondo. In entrambi, il carcere smette di essere soltanto un’architettura della pena per tornare a essere uno spazio abitato da esseri umani.
Una forma di ascolto che non assolve né condanna, ma restituisce presenza. È un ascolto che interrompe, almeno per un istante, quella distanza invisibile attraverso cui la società tende a separare sé stessa da chi vive recluso. La musica che attraversa le mura della Dozza e la parola che riflette sul suicidio in carcere sembrano così convergere nello stesso gesto simbolico: riportare umanità laddove il rischio più grande è la sua progressiva cancellazione.
Fuori dalle mura carcerarie, l’impegno civico diventa ancora più urgente. Consiste nello smantellare quel pregiudizio che vorrebbe il carcere come un “altrove”, separato e distante dalla società, quasi fosse un luogo estraneo alla responsabilità collettiva. Eppure non esiste un vero “dentro” e un vero “fuori” quando in gioco vi sono la dignità e la vita umana.
Le mura possono dividere gli spazi, ma non possono separare le coscienze dalle conseguenze delle proprie istituzioni. Ogni suicidio in carcere interroga infatti non soltanto l’universo penitenziario, ma l’intera comunità civile. Interroga il modo in cui una società guarda alla fragilità, alla colpa, alla possibilità del cambiamento e persino al significato stesso della pena.
Perché una società che si abitua al silenzio, all’abbandono e alla disperazione dietro le sbarre rischia lentamente di assuefarsi anche all’idea che alcune vite possano diventare invisibili, residuali, sacrificabili.
È forse questo il nucleo più inquietante evocato dal sottotitolo del libro – “potere residuo” – non riguarda soltanto il potere esercitato sulle persone recluse, ma anche ciò che resta dell’umano quando vengono meno l’ascolto, il riconoscimento e la relazione. In questo senso, parlare di carcere significa inevitabilmente parlare della società intera, della sua capacità o incapacità di custodire la propria stessa umanità nei luoghi in cui essa viene più duramente messa alla prova.
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