Della memoria, di come raccontarla e mantenerla

È importante come riportiamo i fatti. La strage di Ronchidoso, ad esempio, non andò come fu raccontata. Lo testimonia il caso di Rossano “Binda” Marchioni, 18enne di Giustizia e Libertà, che il 28 settembre ‘44 si trovava nella casa di Attilio Zaccanti, che già aveva ospitato i partigiani in più di un’occasione. All’arrivo dei tedeschi i partigiani si erano dileguati nel bosco. Dopo di che era calato il silenzio e Binda era incautamente tornato in casa dove fu sorpreso dai nazisti. Fu fucilato nell’aia. Non morì in uno scontro con un’auto-colonna tedesca

di Pier Giorgio Ardeni, economista


In questi giorni in cui il 25 aprile ci ha riportato a quella giornata di 81 anni fa, com’è giusto, si è fatto un gran parlare della memoria e della «necessità di mantenerla, per trasmetterla alle giovani generazioni», secondo l’usuale formula. La memoria non è solo il ricordo collettivo ed è qualcosa di più della somma dei ricordi individuali. È il tessuto imbastito dalle mille mani e voci, con l’aiuto di chi si è sforzato di metterle insieme, stendendone la tela, e di chi l’ha studiato, connettendone i mille pezzi in una unica grande trama. Che è il lavoro oscuro degli storici, accademici e non, dei “topi d’archivio” che vanno consultando documenti, raccogliendo testimonianze, connettendo episodi piccoli e grandi, eliminando le incongruenze, recuperando i mille bandoli delle matasse ingarbugliate dei ricordi, facendo emergere lo sviluppo degli eventi nel racconto che si consolida nel dipanarsi dei fatti che poi fanno la Storia.

Per noi che non possiamo che ricostruire la «memoria della memoria», come mi ammoniva Francesco Berti Arnoaldi, il partigiano Checco che intervistai per quattro anni per arrivare a una ricostruzione delle vicende belliche e dei tanti gruppi di ribelli che si diedero alla macchia sui monti del nostro appennino, e che daranno poi vita alle Brigate partigiane organizzate sotto la direzione del Comitato di liberazione nazionale, la ricostruzione “corretta” è divenuta un imperativo morale, per dare il maggior senso compiuto a quella storia, oltre quello che poterono fare i primi memorialisti, gli apprendisti storici della prima ora – spesso loro stessi protagonisti – che subito si diedero da fare per restituire quella che a ragione ritenevano la loro epopea. E che divennero nel tempo più consci di quanto loro mancava ai pezzi del puzzle che andavano mettendo insieme. 

In realtà, al di là di questi richiami, ciò su cui volevo riportare l’attenzione in queste brevi righe è quanto sia importante che ciò che oggi riportiamo sia il più possibile corretto. Come ho sperimentato proprio qualche giorno fa. Il 25 aprile, su richiesta dell’Anpi, sono stato a San Pietro in Casale per intervenire nella cerimonia che si è tenuta nella piazza del paese. Così, ho voluto ricordare come a San Pietro, a liberazione di Bologna già avvenuta, i partigiani locali si scontrarono con i tedeschi in ritirata, lasciando sul terreno 22 morti. Giovani «tra i 21 e i 25 anni», come avevo letto in alcune ricostruzioni. Dopo la cerimonia, ci siamo recati al cimitero. E lì, una signora mi si è avvicinata, mostrandomi la lapide di uno dei caduti. «Il più giovane non aveva 21 anni, ma 17. Era mio fratello! Ma lo so che non tutti se ne ricordano…». Ho subito fatto ammenda, spiegandole che questo era ciò che avevo letto, facendo mio il suo disappunto. 

Le ricostruzioni che vengono fatte degli eventi non sono sempre fedeli ed è importante, come in questo caso, mettere insieme “i pezzi”, le testimonianze, i documenti (o una lapide). Qui si dovrebbe fare un discorso su ciò che viene riportato sui siti Internet, anche quelli dedicati alla memoria, spesso ricavato da pubblicazioni sparse, sugli “archivi” e “atlanti” che sono stati messi insieme e riportano elenchi di vittime, nomi e fatti, talvolta in modo impreciso. Un discorso che ci porterebbe lontano. Ma che andrebbe fatto.

Io mi sono occupato di storie di migrazioni, andando a studiare le storie di vita di persone e famiglie, partendo dagli archivi, dai documenti, dalle testimonianze. E lo stesso ho fatto quando ho scritto un libro sulla storia della guerra e la Resistenza sui monti dell’alto Reno, grazie alla guida di Checco Berti. E ho potuto constatare quante imprecisioni, quante notizie errate o infondate fossero reperibili, e quanti “buchi” nelle ricostruzioni andassero riempiti.

Come è il caso della strage nazista di Ronchidoso, sul monte sopra Gaggio Montano, sulla quale da subito le notizie furono frammentarie, restando poi codificate da studiosi vari già dal primo dopoguerra. La strage di Ronchidoso, ora sappiamo, non andò come fu raccontata, non in quel modo. Come testimonia il caso del buon Rossano Marchioni, detto Binda, diciottenne partigiano della Giustizia e Libertà, che il 28 settembre 1944 si trovava con un gruppo di compagni – tra cui Leonardo Gualandi, detto l’alpino – a Ronchidoso di Sopra nella casa di Attilio Zaccanti, un contadino cinquantenne che aveva ospitato i partigiani in più di un’occasione, con la famiglia di questo. Come raccontò l’alpino, all’arrivo dei tedeschi i partigiani si erano dileguati nel castagneto e lì avevano fatto fuoco, tanto che i militari avevano poi occupato le case di Ronchidoso di Sotto, dove si trovavano diverse famiglie di sfollati. Dopo di che era calato il silenzio e Binda era incautamente tornato in casa da Attilio, dov’erano anche i tre suoi amici che in quel giorno uggioso si erano lì fermati a condividere una polenta: Lino Tomasi, 19 anni, Bruno Tanari, 16 anni, e Luigi Brasa, 13 anni. 

Binda venne fucilato dai tedeschi che lo sorpresero in casa, uccidendo anche il buon Attilio, che aveva semplicemente negato che lì vi fossero partigiani, e i tre ragazzi (ma non le donne). Binda, quindi, non morì in uno scontro con un’auto-colonna tedesca, come venne raccontato, non c’era nessuna auto, ma solo un nutrito battaglione nazista di passaggio in una grigia giornata di pioggia e nebbia. E il grosso della strage, a Ronchidoso di Sotto, avvenne il giorno dopo.

Dopo che ebbi pubblicato il libro “Cento ragazzi e un capitano” (Pendragon, 2014), con la ricostruzione della strage, fui portato dal figlio da Sara Zaccanti, figlia di Attilio, che mi voleva parlare. Lei, mi disse, «non aveva voluto mai raccontare a nessuno cos’era successo quel giorno», ma dopo aver letto il libro aveva deciso di togliersi un peso dal cuore. Le avevano ucciso il padre ma era anche stata l’ultima a cui Rossano aveva parlato, dicendole: «Non ti preoccupare, se mi prendono non mi fanno niente, ho la foto del duce in tasca». I due diciottenni si erano così guardati, in ansia, e lui era scappato nelle stanze di sopra. Sopraggiunti i tedeschi, avevano perlustrato la casa, scovandolo. E avevano così deciso di ucciderlo, senza sapere nulla, senza che fosse armato o che opponesse resistenza, assumendo che fosse un “banditen”, come tutti gli altri maschi. Ho poi riportato la testimonianza di Sara in una seconda edizione del libro. Lo stesso Checco, peraltro, aveva dedicato il suo tenero libretto “Coi miei compagni devo restare”, pubblicato da Marsilio nel 1974, ai suoi compagni, scrivendo «a Binda fucilato sull’aia di Ronchidòs». Ed è così che Rossano va ricordato.

Quanto noto su Ronchidoso, tuttavia, rimase per lungo tempo fermo a quanto era stato scritto nel primo dopoguerra, sulla base di vaghe testimonianze che erano circolate all’epoca, e così viene ancora riportato (per esempio, nella pagina “Storia e memoria di Bologna”). Lo stesso numero dei caduti varia, a seconda delle fonti (da 66 a 68). Di Rossano Marchioni, nella pagina dedicata all’eccidio di Ronchidòs (il nome della località è in dialetto) su “Bibliotecasalaborsa”, viene detto: «Rossano Marchioni (Binda), giovane comandante di squadra, che viene sorpreso da forze nemiche soverchianti e si difende fino al termine delle munizioni (Medaglia d’Oro al V.M. alla memoria)». Ma è la motivazione dell’onorificenza che gli fu data, scritta con linguaggio pomposo, non una ricostruzione storica. 

Luciano Bergonzini, che era stato partigiano, dedicando poi la sua vita alla ricostruzione degli eventi, ci ha insegnato ad andare alla ricerca dei fatti, ed è così che questi vanno riportati, correggendo imprecisioni e incongruenze. Ed è quello che dobbiamo continuare a fare. Mettendo insieme tutte le informazioni di cui disponiamo e aggiornandole quando sappiamo che non sono fedeli, non fermandoci a raccogliere quanto troviamo su Internet o nei racconti di chi ha sentito dire. Solo così possiamo, credo, tenere viva la memoria della memoria per trasmetterne il corretto portato a chi verrà dopo di noi.

Oggi che tanti provano a riscrivere su quelle vicende si deve mantenere l’attenzione viva ed essere guardinghi. Non tutto ciò che viene pubblicato, com’è ovvio, è meritevole, solo perché ripercorre vicende passate e importanti. E se si vuole aggiungere e correggere, che lo si faccia con il piglio degli investigatori, non semplicemente riportando quanto scritto in passato o quanto risulta da ricostruzioni improvvisate, senza il vaglio della ricerca che pure c’è stata copiosa in questi anni. Ne va della stessa memoria e di ciò che vogliamo che resti.


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