Nonostante il doppio svantaggio accumulato dalla Fortitudo nella semifinale di Serie A2 contro Verona, c’è da augurarsi che tutto ciò che può andar male alle Aquile vada, per una volta, schifosamente bene. Perché se dal fallimento della loro risalita non ci guadagnerebbe oggettivamente nessuno, dalla loro riuscita, sportivamente parlando, avremmo indubbiamente da guadagnarci tutti
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Chi tra i lettori avesse una qualche inclinazione per lo sport, pubblica o privata che sia, saprà esattamente di cosa parlo se dico che il giornalismo sportivo, almeno dall’avvento delle pay tv in avanti, ha avuto nel “gioco delle coppie” uno dei filoni più entusiasmanti e vincenti della sua storia, soprattutto in termini di efficacia narrativa e indice di gradimento del pubblico.
In Italia, manco a dirlo, a farla da padrone è stato sempre il calcio, dal duo garbato composto da Massimo Caputi e il compianto Giacomo Bulgarelli a quello, decisamente più sbarazzino, dei “campioni del Mondo” Fabio Caressa e Beppe Bergomi. Ma come non citare la virtù olimpica di Marco Bragagna e Attilio Monetti, o ammettere con amarezza che, nel commento alle odierne gesta di Jannik Sinner, manca la chiave divinamente snob di Rino Tommasi e Gianni Clerici. Il gioco della pallacanestro, poi, fa storia a sé, orfano inconsolabile di Flavio Tranquillo e Federico Buffa, bardi italiani dell’Nba separatisi quando il secondo, con scelta tanto coraggiosa quanto fortunata per gli ascoltatori, ha deciso di mettere la propria classe al servizio della sua curiosità intellettuale, lanciandosi all’esplorazione di altri mondi sportivi e altri spazi mediali, a cominciare dal teatro.
Non credo di mancare di rispetto a nessuno di loro, tuttavia, se affermo che l’epitome di questa tradizione si è manifestata, come spesso accade nella mediasfera, oltreoceano e più precisamente negli studi losangelini di Espn, network sportivo e globale per eccellenza. A causarla, l’avvento del talk show mattutino First Take e del duo giornalistico grazie al quale, dal 2012 al 2016, il programma ha scalato le classifiche di share fino alla vetta che, a dieci anni di distanza e nonostante i successivi mutamenti nel panel, ancora mantiene.
Difficile definire, in poche righe, il prodotto confezionato dalle complementari capacità di Skip Bayless e Stephen A. Smith. Algido e velenosissimo biondo del Midwest il primo, vulcanico e spiritoso afroamericano del Queens il secondo, dal lunedì al venerdì ogni mattina si davano battaglia sfogliando il menù del giorno del dibattito sportivo americano, indicendo talvolta vere e proprie crociate contro giocatori, allenatori e dirigenti o abbandonandosi, più spesso e volentieri, a un reciproco sfottò degno di Telelombardia, soprattutto quando la squadra del cuore dell’uno o dell’altro non se la passava granché.
Iconica, da questo punto di vista, la crudeltà che Stephen A. riservava – e ancor oggi riserva – alla squadra di football di Skip, quei Dallas Cowboys “America’s team” che, da ormai trent’anni, non riescono a mettere le mani sul tanto agognato Super Bowl. Un livore che, col tempo, si è cristallizzato nel motto coniato da Edward Murphy e fatto proprio da Stephen A. e da quella parte di pubblico americano, decisamente cospicua, che come lui la squadra texana davvero non la può sopportare: «What can go wrong, will go wrong». Ciò che può andar male, andrà male.
Ecco, se c’è una città italiana in cui due così potrebbero fare la fortuna di ogni giornale, radio o televisione locale, rifiutando per principio l’inflazionato e ormai noiosissimo calcio, si può dire con abbastanza certezza che sarebbe la nostra. Perché se c’è una rivalità sportiva cittadina che ha superato ogni sorte e ogni epoca, compresi i meravigliosi anni ‘90 di cui resto nostalgico come tutti quelli che ci sono nati, è senza dubbio quella, targata basket, tra Virtus e Fortitudo.
Una rivalità oggi vissuta forzatamente a distanza, a causa di quella sfortunata catena di fallimenti, rinascite, retrocessioni e promozioni che ben conosciamo. Ma che potrebbe interrompersi se la Effe dovesse superare, in questi giorni, prima Verona in semifinale e poi una tra Cividale e Rimini, nella finale di A2 che dà accesso alla massima serie in cui la Virtus, per capacità del suo management e solidità finanziaria, sta in pianta stabile e in posizione dominante ormai da qualche anno.
Certo arrivati a questo punto, per parte virtussina, il “Manuale del Gufo” prevedrebbe, al fine di scongiurare il ritorno dei rivali, di esercitarsi in riti sciamanici e in un tifo peloso per gli avversari. Ma al netto della sindrome di Peter Pan del qui scrivente, credo sia decisamente più giusto auspicarsi che, nonostante il doppio svantaggio accumulato dalla Fortitudo nei confronti degli scaligeri, fino all’ultimo tutto ciò che può andar male alle Aquile vada, per una volta, schifosamente bene. Perché se dal fallimento della loro risalita non ci guadagnerebbe oggettivamente nessuno, dalla loro riuscita, sportivamente parlando, avremmo indubbiamente da guadagnarci tutti.
E allora gara 3 sia. Dale.
Photo credits: Gianni Schicchi/Il Resto del Carlino

