Il tour è quello del decennale de La fine dei vent’anni, disco seminale per una generazione di ascoltatori e autori italiani. La cosa che sorprende tutto sommato poco è che, dieci anni dopo, quelle canzoni non suonano affatto come fotografie nostalgiche, ammesso abbiano un suono. Sembrano piuttosto delle lettere aperte, ancora in corso di scrittura
di Andrea Femia, digital strategist cB
Diceva il saggio che il bello dei concerti, a volte, è che iniziano molto prima della musica. Non è vero, non esiste nessun saggio ma mi serviva una citazione per iniziare. Il 21 maggio, al DumBO di Bologna, il live di Motta è cominciato con un tramonto che sembrava studiato da uno scenografo uscito dieci minuti prima dall’accademia, con una voglia matta di dare subito tutto: riflessi prima rosa, poi rossi, luci che si appoggiavano sulle strutture industriali dell’area come se qualcuno avesse deciso di trasformare il cemento in un gigantesco filtro analogico di quelli che piacciono tanto a noi millennial un po’ melanconici per sport, un po’ instagrammanti per indole. Attorno, quel senso di perenne trasformazione che il DumBO si porta addosso da sempre. Un posto che sembra nato per essere un cantiere eterno e che tra l’altro, in questi giorni, cantiere è per davvero.
Fa bene pensare a quanto sia potente l’idea di recuperare spazi del genere per farci (non solo) concerti, o comunque raccogliere persone. Per un calabrese come chi vi scrive, poi, la poesia in immagine è inevitabile. Arrivando dalla patria dell’incompiuto ti immagini subito quei tour che da noi sulle strutture mai finite vanno di moda. Guardando il DumBO veniva quasi da fantasticare su un festival dentro ville mai terminate, scheletri di cemento trasformati in palchi. Sarebbe probabilmente una cosa fighissima. Cara Regione Calabria, pensaci.
Tornando a noi altri. Il tour è quello del decennale de La fine dei vent’anni, disco che, è sempre bello poterlo dire senza timore di esasperare, è stato davvero seminale per una generazione di ascoltatori e autori italiani. La cosa che sorprende tutto sommato poco è che, dieci anni dopo, quelle canzoni non suonano come fotografie nostalgiche, ammesso abbiano un suono. Sembrano piuttosto delle lettere aperte, ancora in corso. Nel frattempo Francesco Motta, che Wikipedia insiste nel ricordarci essere «in arte Motta», come se qualcuno potesse in effetti dubitare mentre si trova a googlare, è arrivato quasi ai quaranta. Come gran parte del suo pubblico, del resto. Eppure, o forse proprio per questo, dentro quei brani resta intatta una sensazione strana: quella che alcuni ganci con la fine dei vent’anni non si rovinino mai per davvero.
Un po’ come se ci si si portasse dietro tutto. Le attese, le persone da salvare. La bellezza di questa musica, così tanto in controtendenza con quella che rappresenta il capitalismo che avanza a cavalcate da valchiria (sì, la trap e tutte quelle menate, io so sono vecchio, lasciatemi stare, non vi ho fatto niente), è che certe crepe emotive restano lì, identiche, nei racconti degli eroi perdenti che vengono narrati, che rimangono lì anche se chi li narra, inevitabilmente, cambia. Motta, da questo punto di vista, tocca dei tasti tipici di chi con le parole ci sa fare davvero, in un modo che è sia doloroso sia catartico. Che poi mi è piaciuto molto il suo costante riferimento all’aver sbagliato, nella carriera. Sbagliare, come atto non di ribellione, ma perché, banalmente, capita. Praticamente a pensarci bene una sessione di psicanalisi che voglio dire, caro Francesco, noi volevamo solo vederci un concerto, magari anche meno.
Che dal vivo, poi, è impressionante. Alla fine della prima canzone mi sono ritrovato a urlare cose irripetibili con l’entusiasmo un po’ adolescenziale di chi ha capito immediatamente di essere davanti a qualcosa di suonato come neanche uno si aspettava più di tanto. Una band veramente in formissima, suoni che riuscivano ad arrivare a fondo nel petto di ognuno in un Dumbo tra l’altro pienissimo, dopando emotivamente la performance con la presenza di Roberta Sammarelli, che non ero sicuro ci fosse, perché nel frattempo impegnata anche con il tour della sua nuova band, ma che a rivederla con il Rickenbacker nero in spalla a frustare quel basso ha fatto per certo bene al cuore di molti. L’ultima volta che l’avevo vista suonare a Bologna era durante il tour di Volevo Magia dei Verdena, all’Estragon (qui). Sembra passata un’epoca. Anzi no: ripensandoci, mentre scrivo, era tornata anche per presentare il documentario sulla band. Però stavolta c’era qualcosa di diverso. Una leggerezza nuova, almeno vista dagli occhi inevitabilmente distanti di chi è cresciuto ascoltando certi dischi senza conoscere davvero le persone che ci stavano dietro.
Bene o male quando arrivi alla fine dei trent’anni capisci che la cosa più importante è che le persone stiano bene. E forse è anche per questo che è stato così salutare sentire emozioni vere mosse da musica così tanto congeniale all’emotività.
Non è che debba scrivere tutto questo per provare a “venderli”, tanto il concerto c’è già stato, però tanto era giusto dire. La luna che ci insegue in fondo alla salita, costruiamoci una casa, prima o poi ci passerà.

Come dice il saggio i nodi vengono al pettine.
Nota dolente, scontare il carcere a vita con regime di isolamento non piace a nessuno, chissà, fosse passato il Referendum forse qualche d’uno ne avrebbe tratto beneficio, forse i soliti noti, i caminetti della Destra si sono accesi ed ardono di iniziative. Le ragioni storiche, emergono prepotentemente e mostrano quello che bolliva in pentola.