Tra i primi a portare nel mondo dello spettacolo scene di cabaret, svolta della comicità italiana fine anni ‘60 inizio ‘70, a Bologna troviamo Mario e Pippo Santonastaso. E tra i locali che ospitano il format, Club 37, in Strada Maggiore, fu il più noto. In quel periodo, assieme ai cabarettisti bolognesi, lì calca la scena anche un gruppo milanese del Derby che va da Franco Nebbia e Gianni Magni, a Bruno Lauzi, Enzo Jannacci, Cochi e Renato, I Gufi, Felice Andreasi
di Vincenzo De Girolamo, giornalista
Agli inizi carriera, Pippo Santonastaso ha svolto il mestiere di ragioniere presso Borsari&Sarti di Bologna. «Per dieci anni ho lavorato in una ditta facendo il ragioniere, occupandomi tra l’altro della gestione delle riparazioni degli elettrodomestici. Se non avessi fatto l’attore, forse sarei rimasto negli uffici. Sicuro, mai in banca, ma l’umorismo e il richiamo del cabaret, quando ho visto che poteva diventare il mio mestiere, mi ha allontanato definitivamente dalle vita degli uffici».
Incontro Pippo Santonastaso a ridosso del suo novantesimo compleanno. Occasione per chiedere a un protagonista non solo dell’umorismo degli anni ‘70 anche qualche notizia sul suo mestiere. Mi risponde e parla della carriera con semplicità. Annovera come fondamenta del suo umorismo gag surreali, sketch grotteschi e paradossali giocati su tempi scenici perfetti, privi di doppi sensi pesanti, piuttosto scherzi basati sul fraintendimento dei vocaboli e sui fatti attinti dalla quotidianità: «Si giocava molto con le parole difficili. Esempio, non cincischiare. Perché cincischi? Uno che non conosce l’italiano lo metti in difficoltà. Ecco, era questo uno dei contenuti degli sketch».
L’esordio della sua avventura è datato già in classe alle elementari. Quando, interrogato, sia il maestro sia i suoi compagni ridono e lui non si sente mortificato, ma al contrario gratificato, importante. Tutto frutto della sua grandissima mimica, che usa nel dare le risposte alle domande: «Sono nato così, inventandomi delle cose da far ridere, e sono diventato comico e continuo a essere comico. Continuo a far ridere in un modo quasi serio, perché faccio seriamente questo mestiere alla mia bella età, oggi anche con mio figlio Andrea da quando mio fratello Mario non c’è più».
A scorrere le pagine del suo racconto, nello sviluppo artistico dà importanza anche nell’origine campana e all’influenza emiliana acquisita dalla vita vissuta nella nostra città, ma non può dimenticare anche la parentela con Elvira Notari, prima donna italiana regista, che nei film coinvolgeva i suoi genitori dando al nonno la parte dello “U malament” e alla nonna quella de “A zoccol”.
Tutto convive nella sua storia come una sequenza di avvenimenti segnati anche da fatti drammatici, passati attraverso la tragedia della guerra: «Gli anni della guerra sono stati terrificanti per la mia famiglia. Papà era procuratore delle imposte a Lussino, diventata Italia ma Croazia fin d’allora. Conseguenza di questa situazione, quando i croati dopo l’8 settembre ripresero quei territori e vennero a casa, la domanda che fecero a mio padre fu che lavoro facesse. Scoperto come impiegato dello Stato, nel loro pensiero è balenata l’idea che lui e la famiglia dovessero morire subito. Comunque siamo riusciti a rientrare in Italia, la prima destinazione è stata Napoli, ospiti da una zia, e poi Levanto».
È qui che si dispiega la filosofia di vita del padre che Pippo abbraccia, quando gli sente dire e fare: «Io la sera voglio gente per casa, voglio ridere, scherzare, suonare, ballare, fare spettacolini». Erano gli anni ‘50 e di lì a poco decide di comprare un magnetofono, primo registratore per il pubblico: «La gente non lo conosceva, veniva a casa come a vedere Gesù Bambino. I frati arrivavano a fare le prove dei canti, il parroco a provare la predica. Tutta questa frequentazione mi dette la voglia di fare teatro, riadattando cose che sentivamo per radio».
Lo step successivo vede il trasferimento a Bologna, dove Mario e Pippo trovano il modo di essere i primi a far rock: «Mario è stato anche preso in un gruppo tra i quali c’era il tredicenne Gianni Morandi. Di molte canzoni, non conoscendo l’inglese, ci rifacevamo solo ai suoni, inventando un nuovo linguaggio, molto gradito, tanto che gli amici cantavano le canzoni con le nostre parole inventate e non con quelle di Elvis».
Poi arriva la televisione. Pippo ricorda la nascita dello sketch fortunato conosciuto come “La discesa dell’uomo sulla luna” nel ‘69. Vedere l’indecisione dell’astronauta nel disporsi a camminare, lo porta a commentare l’azione con i suoi amici: «Pensa se quando poggia il piede sul suolo lunare, pesta gli escrementi della cagnetta Laika». La scena è proposta a Marcello Marchesi, mentre si stava preparando il programma “Ti piace la mia faccia” del 1970, durante una cena. «Presi una sedia e, salitoci sopra, gli presentai la scenetta, finita la quale mi disse: “la facciamo domenica in televisione”». Sketch che poi vinse il premio della critica televisiva.
Comincia così un periodo d’intensa presenza di Pippo Santonastaso e suo fratello nella programmazione televisiva della Rai, che parte da “Ti piace la mia faccia” (1970) e passa “Per un gradino in più” (1971), “Foto di gruppo” (1974), “Uno+uno=duo” (1974), fino ad arrivare nel 1977 a “Domenica in” con lo spazio intitolato “Due Alle Due”. Sulla partecipazione a “Domenica in” del 1977 l’attore mi segnala un caso di censura: «Maurizio Costanzo faceva l’autore a Domenica In. Nella trasmissione noi eravamo fissi. Costanzo ci porta un suo sketch. Mario lo doveva fare. C’è da dire che a Mario non piaceva fare cose degli altri. Nel provare la scenetta veniva fuori la grande difficoltà che provava. Gli diedero due cani levrieri da tenere al guinzaglio. Lui aveva paura di questi due cani, inoltre non si sentiva a suo agio e a un certo punto disse che quello sketch non l’avrebbe fatto. Chiese chi l‘avesse scritto e Costanzo, lì accanto, disse “L’ho scritto io”. Mario non lasciò passare un secondo e aggiunse “Mi scusi, ma è una cagata questo sketch. Vale niente”. Costanzo si offese e ce l’ha portata tutta la vita».
A fine chiacchierata, mi dichiara che ha vissuto una vita felice con il suo lavoro, senza sottrarsi, però, dal manifestarmi un rammarico verso la Rai: «La Rai nelle trasmissioni che ricordano gli anni passati non mi ha invitato, mi hanno lasciato fuori. Come quando hanno fatto i cinquanta anni di Domenica In. Chiami tutti e non chiami me? Non me lo aspettavo. Penso che non me lo meritassi».
Oltre al mestiere di attore, Pippo Santonastaso è anche pittore. Ma questa è un’altra storia, buona per una prossima volta.
In copertina: una fotografia dal set del film “Vecchie Canaglie” regia di Chiara Sani, con Andy Luotto, Lino Banfi e Pippo Santonastaso

