Il merito delle scelte è prioritario, ma il “metodo decisionale” è significativo. Le recenti tensioni tra Comitati dei cittadini e Comune sono parte della crisi partecipativa. Serve un nuovo equilibrio tra “democrazia rappresentativa” e “democrazia partecipata”. Per un nuovo metodo di coinvolgimento: il “tavolo partecipativo” tra diverse opinioni
di Ugo Mazza, già dirigente politico
Il Sindaco Matteo Lepore ha lanciato la “Riforma dei Quartieri e della partecipazione dei cittadini”. Alla Sala Tassinari si è discusso dell’esperienza bolognese, che trae origine dalle proposte di Giuseppe Dossetti, dal sindaco Dozza e dall’azione di governo della sinistra bolognese. Si è parlato della crisi dei Quartieri eletti direttamente, mentre sono state solo sfiorate le ragioni della crisi della partecipazione e ancora meno si è parlato delle recenti tensioni e dei conflitti in città: serve riflettere sulle loro ragioni e su come gestirli.
Non a caso proprio sul Cantiere scrissi della necessità di una “svolta partecipativa” a Bologna e per questa ragione ho partecipato alle riunioni di “ascolto” dei cittadini organizzata presso il Quartiere Navile. Sono rimasto sorpreso dalla scarsa presenza di cittadini, pur impegnati e informati su tante questioni locali e sociali, ma ancora di più mi ha colpito l’assenza dei rappresentanti dei cittadini che di recente hanno sollevato polemiche e proteste in città. Pur sapendo che nessuno ha impedito loro di essere presenti, la loro assenza non può passare sotto silenzio: anche questo “distacco” fa parte della crisi della partecipazione.
I conflitti urbani non sono frutto della perfidia delle persone. In tutte le città sono in atto trasformazioni tese ad aumentare il prelievo della rendita urbana, determinando un nuovo tipo di conflitto tra gli immobiliaristi e i cittadini che ne subiscono le conseguenze, dirette o indirette: lo stesso concetto di “bene comune” è oggi oggetto di forti discussioni tra visioni diverse sul futuro delle città. In questo contesto, lo stesso ruolo dei Comuni, sempre più deboli per carenza di leggi e di risorse adeguate, rischia di essere travolto se non si punta all’espansione della democrazia attiva e partecipata per affermare l’interesse generale.
Al di là delle questioni di merito, oggetto di altre considerazioni, il metodo con cui si decide su questioni controverse ma rilevanti per la città dovrebbe essere al centro delle riflessioni per rilanciare il ruolo dei Quartieri e della partecipazione, indispensabile per avere cittadini attivi e consapevoli per il bene della città. Nonostante l’impegno e la serietà dei coordinatori comunali dell’iniziativa del Sindaco, come dei consiglieri di Quartiere e dei cittadini presenti, sono sempre più convinto che per un salto di qualità serva una chiara decisione politica del Comune: altrimenti si rischia di “fare flanella”, come si dice a Bologna.
Infatti, Sono le stesse “Linee di Riforma dei Quartieri” presentate da Lepore che puntano a realizzare un «nuovo ecosistema di democrazia locale» in cui i Quartieri siano «veri e propri generatori di democrazia rappresentativa, sostanziale e partecipata». Obiettivi che mi ricordano quando con i cittadini del Pilastro, nel ’70, scegliemmo tra i tre progetti del Comune quello che oggi lo caratterizza, oltre alle tante e diverse esperienze partecipative che, nel 2010, mi portarono a presentare in Consiglio regionale la “Legge per la Partecipazione dei cittadini”, approvata all’unanimità.
A Bologna ci sono importanti strumenti come il referendum e l’assemblea cittadina. Ma anche questi, come il crescente “ascolto dei cittadini”, si sono dimostrati inadeguati alla domanda di partecipazione di fronte a rilevanti interventi urbani, specifici e localizzati. Ad esempio gli stessi progetti di “rigenerazione urbana”, cioè la trasformazione di edifici ed aree consolidate che determinano una modifica economica e sociale come della stessa vita dei cittadini coinvolti, potrebbero diventare l’occasione per reali “processi partecipativi” per definire insieme una nuova qualità della città.
Perciò penso che sia giunto il tempo di riconoscere ai cittadini il diritto di chiedere al Consiglio di Quartiere di attivare un “processo partecipativo” su interventi di particolare rilevanza previsti nel loro territorio, da discutere in un “tavolo partecipativo” regolato nei modi e nei tempi. Per questo ho proposto di modificare sia lo Statuto del Comune che il Regolamento della Partecipazione.
Il “processo partecipativo” richiesto dai cittadini su questioni per loro rilevanti potrà essere accolto o respinto, ma con adeguate motivazioni dal Comune o dal Quartiere. Se verrà accolto dovranno rinviare ogni loro decisione sulle questioni oggetto della discussione fino alla conclusione del processo.
Il “Tavolo partecipativo” sarà formato dai rappresentanti di Comune e Quartiere e delle istituzioni interessate, dai rappresentanti dei vari interessi in campo, dai rappresentanti dei cittadini che lo hanno richiesto e dalle associazioni del territorio interessate a partecipare. Così come dovrà essere coordinato da un Garante, persona “terza” rispetto a tutti i componenti, con il compito di assicurare le medesime conoscenze sulle questioni in discussione, di gestire la discussione e la stesura del documento finale del “tavolo” stesso. Documento che dovrà essere inviato al Consiglio di Quartiere e/o del Comune per contribuire alla loro discussione, con la possibilità di accogliere le proposte contenute o respingerle, in toto o in parte, ma con il dovere di motivarne le ragioni nelle loro decisioni conclusive.
Questo confronto regolato e pubblico tra cittadini e Istituzioni su questioni rilevanti per la città sono convinto che contribuirà a rafforzare il ruolo dei Quartieri e del Comune come garanti dell’interesse generale. Non casualmente la crisi dei Quartieri e della partecipazione si intreccia con la crisi dei partiti e con la crescita delle astensioni, anche a Bologna dove è cresciuta l’esperienza dei Quartieri e della partecipazione. Per questo sarà decisiva una scelta politica chiara alla richiesta di partecipazione dei cittadini, in sintonia con quella emersa anche nell’ampia partecipazione di giovani al recente referendum per la difesa della Costituzione, riferimento fondamentale per reagire all’attuale crisi con l’espansione della democrazia.


Spesso e volentieri lo si fa per inerzia oppure per mero interesse economico, dalla provincia alla Città metropolitana, l’ interesse di voto per schieramento politico è garantito da un’ elettorato filo guidato, abituato ad usare poco
il concetto di critica. Quindi, basta non far mancare il necessario dal frigorifero per dimostrare che Loro in soldoni la politica la intendono in maniera spiccia. L’ obiezione più scontata e diretta è fedeltà a frigo pieno disconoscimento a frigo vuoto, ma così facendo si possiedono solo marionette.
La rete di supporto, Partito, Sindacato…. etc è mutata radicalmente, con la concentrazione di produzione di beni data dai Servizi e dismettendo la produttività manifatturiera il tutto assume un connotato diverso.
forse parliamo d’altro
um
Sacrosanto questo passaggio nell’occhiello: “il merito delle scelte è prioritario, ma il “metodo decisionale” è significativo”.
Ritengo che parlando di partecipazione il metodo condizioni fortemente il contenuto. Essendo del “mestiere”, posso dire che è necessario, anche se non risolutivo, che in ogni atto partecipativo siano rappresentati equamente tutte le forze, organizzate e non, interessate alla decisione. Quindi sia le associazioni che i sindacati, che i rappresentanti delle attività economiche e dei cittadini. Questa mancanza potrebbe essere una delle cause del fallimento della partecipazione sulle proposte relative al Museo dei bambini (perché poi non “per” i bambini) ai Pilastro.
Altro momento necessario e preliminare è la stipula di un serio “contratto” tra partecipanti e amministrazione: il contenuto verterà sui criteri e sui tempi in base ai quali il decisore finale, l’amministrazione, deciderà in ordine alle proposte partecipative ricevute.
giuste osservazioni
ugo mazza