Il sistema di welfare dovrà affrontare trasformazioni molto impegnative, legate in particolare ai crescenti bisogni sanitari e assistenziali di una fascia di persone longeve sempre più numerosa. La programmazione di lungo periodo delle diverse politiche e forme di intervento dovrà tenere conto di questi mutamenti, che presentano un elevato grado di probabilità
di Gianluigi Bovini, statistico e demografo
La rilevante e prolungata caduta della natalità, i continui progressi della durata media della vita e l’emergere di consistenti flussi migratori di persone straniere hanno radicalmente cambiato la composizione per età della popolazione residente nel territorio metropolitano bolognese.
Per cogliere l’ampiezza delle trasformazioni avvenute prendiamo come termine di confronto il 1971: in quell’anno si svolse l’11° Censimento generale e certificò una popolazione residente nel territorio metropolitano pari a 918.844 persone (di cui oltre 490.500 vivevano a Bologna, che raggiunse così il massimo di abitanti). I dati riferiti al 1° gennaio 2026 evidenziano nella città metropolitana una popolazione residente di 1.024.290 persone, in aumento di quasi 105.500 unità (+11,5%) rispetto al 1971.
L’incremento della popolazione nel periodo 1971-2026 ha interessato in modo molto differenziato le diverse classi di età. I bambini e i ragazzi fino a 14 anni sono calati da 170.471 a 116.477 (quasi 54.000 unità in meno, pari a -31,7%) e la loro incidenza percentuale sul totale dei residenti si è drasticamente ridotta (dal 18,6% all’11,4%). La popolazione in età lavorativa, tra 15 e 64 anni, è invece aumentata di oltre 23.400 persone (da 626.460 a 649.889, pari a +3,7%). La variazione più clamorosa ha riguardato la popolazione anziana: le persone con più di 64 anni sono infatti passate da 121.913 a 257.924, con un incremento di oltre 136.000 unità (+111,6%).
Vediamo ora quali potrebbero essere le ulteriori modifiche della struttura per età della popolazione residente nel territorio metropolitano, sempre sulla base del modello di previsione elaborato dall’Istat che assume come orizzonte temporale il 2050.
La caduta della natalità avvenuta nell’ultimo quindicennio provocherà nel breve e medio termine un’ulteriore riduzione della popolazione più giovane: i bambini e ragazzi fino a 14 anni dovrebbero infatti calare fino al 2035, toccando un minimo di circa 111.000 unità; negli anni successivi il modello Istat prevede una ripresa di questo contingente, fino a raggiungere all’inizio del 2050 quasi 118.800 unità. È opportuno sottolineare che questa inversione di tendenza avverrà solo in presenza di una maggiore propensione delle coppie a generare figli, ipotizzata dall’Istat nel modello previsionale.
La popolazione in età potenzialmente lavorativa, tra 15 e 64 anni, dovrebbe invece conoscere tra il 2026 e il 2050 un calo consistente, pari a quasi 52.000 unità (-8%). La tendenza negativa dovrebbe riguardare in primo luogo il contingente tra 45 e 64 anni, che potrebbe ridurre i propri effettivi di oltre 41.000 unità (-13,1%). Un calo significativo dovrebbe interessare anche la fascia tra 15 e 29 anni (quasi 20.400 persone in meno nel periodo considerato, pari a -13,5%). L’unico contingente in incremento potrebbe essere quello tra 30 e 44 anni, con una variazione positiva tra il 1° gennaio 2026 e il 1° gennaio 2050 di oltre 9.700 persone (+5,2%). Per quanto riguarda gli andamenti previsti per questi gruppi della popolazione, la variabile decisiva sarà il permanere nei prossimi venticinque anni di una forte capacità di attrazione di persone italiane e straniere: i rilevanti saldi positivi dei movimenti migratori ipotizzati dall’Istat si concentrano infatti nella fascia tra 15 e 44 anni.
La tendenza dominante sarà anche nei prossimi decenni l’ulteriore aumento della popolazione anziana, che si concentrerà in particolare nel gruppo di persone più longeve. Il modello Istat prevede infatti per la fascia da 65 a 79 anni un incremento significativo fino al 2045 (da oltre 171.300 a quasi 225.600 unità) e un successivo calo di oltre 13.300 persone nel quinquennio 2046-2050. La tendenza positiva appare invece senza alcuna interruzione per le persone in età superiore a 79 anni, che potrebbero salire da oltre 87.100 all’inizio del 2026 a 134.850 all’inizio del 2050 (oltre 47.700 in più, pari a +54,7%). Le tendenze ipotizzate per questi gruppi di popolazione sono condizionate in modo decisivo dal progressivo ingresso nell’età anziana delle leve molto numerose delle persone nate negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta dello scorso secolo; tengono inoltre conto degli ulteriori incrementi della speranza di vita media maschile e femminile ipotizzati dall’Istat.
Gli andamenti ipotizzati per le diverse classi di età determineranno un ulteriore invecchiamento della popolazione: l’incidenza percentuale delle persone con più di 64 anni salirà infatti dall’attuale 25,2% al 32,6% all’inizio del 2050: tra venticinque anni quasi un cittadino metropolitano su tre apparterrà a questa fascia di età e il peso delle persone più longeve (80 anni e più) sul totale dei residenti raggiungerà il 12,7%, valore mai conosciuto in precedenza.
Il modello di previsione Istat conferma che la prima metà del XXI secolo sarà caratterizzata da una crescente longevità della popolazione e i rapporti quantitativi e qualitativi tra le generazioni saranno profondamente condizionati da queste evoluzioni ipotizzate per i diversi gruppi di età. Un indicatore che esprime in modo sintetico la portata storica di queste trasformazioni è l’indice di vecchiaia: nel 1971 nel territorio metropolitano si registrava la presenza di 72 anziani per ogni 100 bambini e ragazzi fino a 14 anni; nel 2026 il valore di questo indicatore è già salito a 221 e il modello di previsione Istat ipotizza un suo continuo incremento, fino a raggiungere nel 2050 il massimo di 292 anziani per ogni 100 bambini e ragazzi.
Nei prossimi decenni chi vivrà nel territorio metropolitano dovrà quindi agire in un contesto caratterizzato da una rilevante presenza di persone anziane e soprattutto da una quota inedita di individui molto longevi. Nella fascia di età più avanzata (79 anni e oltre) si registrerà inoltre una presenza femminile maggioritaria e sarà in forte crescita il contingente delle persone sole.
Le trasformazioni della popolazione si ripercuoteranno in modo significativo anche su un altro indicatore di sintesi, che fotografa gli equilibri tra i contingenti “inattivi” (bambini e ragazzi fino a 14 anni e persone con più di 64 anni) e la popolazione in età potenzialmente lavorativa tra 15 e 64 anni. Il cosiddetto indice di dipendenza strutturale potrebbe infatti salire da 58 persone inattive per ogni 100 potenzialmente attive all’inizio del 2026 fino a 78 all’inizio del 2050.
Le ripercussioni sul sistema sociale ed economico di questi cambiamenti demografici saranno molteplici e di grande rilievo. Il sistema di welfare dovrà affrontare trasformazioni molto impegnative, legate in particolare ai crescenti bisogni sanitari e assistenziali di una fascia di persone longeve sempre più numerosa. La programmazione di lungo periodo delle diverse politiche e forme di intervento dovrà tenere conto di questi mutamenti, che presentano un elevato grado di probabilità. La sfida sarà resa ancora più impegnativa dalla profonda trasformazione delle strutture familiari attesa nei prossimi decenni, che analizzerò in un prossimo articolo sempre facendo riferimento alle indicazioni fornite dal modello previsionale elaborato dall’Istat.
(Ringrazio il collega Franco Chiarini per la collaborazione prestata nell’elaborazione dei dati e dei grafici presenti nell’articolo).
