Ghirri, Ghirri, sempre Ghirri

Riflessioni alla luce della nuova, ennesima mostra. Non avviene nessuna rotazione degli artisti e nemmeno si osano salti in contesti diversi, ma si propone una ripetizione rassicurante sempre dello stesso che finisce per svuotare di valore e significato l’artista prima di tutto, la mostra e, forse, la stessa istituzione che la ospita. Come succede alle parole quando, ripetute troppe volte, perdono il loro significato e diventano significanti vuoti

di Piero Dall’Occa e Piero Orlandi, architetti


Il mondo dei pensieri si sta inaridendo sempre di più, come se i pensieri girassero sempre, come mulinelli soffiati dal vento, all’interno dello stesso campo e dove oramai non cresce più nulla. Vengono in mente gli agricoltori indios del Mato Grosso descritti da Lévi-Strauss, che non praticando la rotazione colturale, una volta esaurito un terreno si spostavano e ne disboscavano un altro.

A suggerire questa considerazione è l’ennesima mostra fotografica di Luigi Ghirri in viaggio con Gianni Celati alla foce del Po, appena inaugurata al MAMbo di Bologna. Non è facile ricordare quante ne sono state fatte negli ultimi anni, ma basta dire che sono state troppe.

Non avviene nessuna rotazione degli artisti e nemmeno si osano salti in contesti diversi, ma si propone una ripetizione rassicurante sempre dello stesso che finisce per svuotare di valore e significato l’artista prima di tutto, la mostra e, forse, la stessa istituzione che la ospita. Come succede alle parole quando, ripetute troppe volte, perdono il loro significato e diventano significanti vuoti.

A determinare tutto questo inaridimento sottolineiamo due fattori, o meglio due sparizioni. Si è perduta la percezione di un tempo lungo, quello che attraversa più generazioni guardando al passato e cercando allo stesso tempo di immaginare il futuro, lo stesso tempo che ritiene il presente solamente un attimo sfuggente e null’altro. All’opposto oggi si enfatizza proprio questo presente, quello nel quale i fatti avvengono ma anche esauriscono del tutto il loro significato. La seconda sparizione riguarda il senso della misura. L’eccesso non è più percepito e le prime vittime di queste bulimiche esposizioni sono gli artisti, oggi Ghirri, o le stesse opere d’arte, ieri La ragazza con l’orecchino di perla.

Per quanto tempo ancora parleremo così intensamente e perdutamente di Ghirri? Per quanto tempo ancora ci sembrerà così attuale la sua visione? Se il pubblico la apprezza tanto quanto sembra indicare la grande offerta che gli viene destinata ovunque e così di frequente, bisogna credere che il modo con il quale Ghirri rappresenta la realtà è molto attuale. Ma se è attuale ora, cos’era quando cominciò a fotografare? Impertinente? Precursore? Visionario? In pochi ricorderanno una mostra del 1981 (sono passati 45 anni…): Paesaggio, immagine e realtà, alla Gam di Bologna, dove in catalogo comparivano alcune foto di Ghirri a illustrare un testo di Vittorio Savi su alcune città della bassa pianura padana. Le foto erano così irrituali, così poco adatte a commentare regge, palazzi, monumenti padani, che il geografo Lucio Gambi, presidente dell’allora esistente Istituto regionale per i Beni Culturali, se la prese con entrambi. Perché Ghirri descriveva un paesaggio sciatto e banale, che nessuno voleva vedere, né la cultura della conservazione, che badava alle eccellenze storiche, né quella urbanistica, che trascurava i prodotti lasciati sul territorio contemporaneo dalla propria inefficacia.

L’originalità di quelle immagini era evidente nel 1981, e poi anche dopo, a lungo. Ma oggi? Sono attuali? Non dobbiamo vivere le foto di Ghirri come cartoline del passato, dobbiamo chiederci cosa significano oggi, mettendole a confronto con nuove interpretazioni fotografiche del presente. Diversamente, il rischio del manierismo incombe.

Si dirà che un dialogo di generazioni, di decenni è sempre costruttivo, si dirà che Ghirri ha cercato nuove forme di linguaggio, si è fatto delle domande precise che sono simili a quelle che possiamo farci anche oggi e che rispondono al bisogno di cogliere l’essenza delle cose eliminando ciò che confonde, ma non è guardando e riguardando le foto di Ghirri che vediamo il mondo di oggi. Con le mostre retrospettive celebriamo lo sguardo di chi ha saputo svelarlo ieri, il mondo, ma l’oggi ci rimane invisibile.

Se proviamo a farci le domande che il fotografo di Scandiano si faceva e che troviamo nei suoi scritti coglieremo il suggerimento prezioso di un metodo che non invecchia. Ma se applichiamo all’oggi i temi a lui cari del banale, del già visto, del quotidiano, non produrremo di nuovo le sue stesse immagini, ma delle altre, ed è questo che si deve fare: applicare il suo modello, o un modello derivato dal suo – e già questo è più difficile intellettualmente, ma proprio perché più difficile va perseguito come vero obiettivo. Nascerebbero nuove considerazioni, nuovi punti di vista e immagini diverse.

Dunque, si dovrebbe mostrare Ghirri insieme alle sperimentazioni nuove che da Ghirri provengono, che Ghirri ha figliato, e questo allora sì che sarebbe un valido percorso di ricerca, degno di essere esposto in un’istituzione pubblica perché utile allo studio e alla rappresentazione della nostra società e della nostra cultura.


Un pensiero riguardo “Ghirri, Ghirri, sempre Ghirri

  1. Quel frame a Punta Marina

    Non ho la competenza degli autori per entrare nel merito storico e critico di questa mostra, e non discuto la loro analisi. Ma vorrei chiarire un punto, perché il mio commento potrebbe sembrare un disamore verso Ghirri, e non è così: lo amo profondamente. L’ho scoperto attraverso uno scatto a Punta Marina, un’inquadratura che esiste ancora oggi ma il contorno è completamente mutato. Ogni volta che passo davanti a quel punto, vedo quella foto e non quello che c’è oggi. È lì che ho trovato Ghirri assolutamente unico. A lui sono seguiti molti imitatori, e ancora oggi vedo scatti che tendono verso la sua poetica senza arrivarci per ora.

    Quello che mi pesa è altro, ed è più una sensazione che un’analisi: come tutti i grandi, in questa epoca di consumo Ghirri viene riproposto a prescindere. A me, semplicemente, sembra che non arrivi più nulla di così eclatante da spiazzare, e che tutto si consumi in fretta. E non è solo lui. I musei stessi, per attirare pubblico, hanno finito per comportarsi come le sagre di paese o i festival a tema. Un’esposizione continua, senza più distinzione tra ciò che ha bisogno di tempo per essere compreso e ciò che va solo consumato in fretta. Ghirri, come altri prima di lui, sta diventando vittima di questa società che brucia gli artisti di valore come pagliai nell’aia.

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