La chiamavano “concertazione”

Un principio che vale tanto nella costruzione di una coalizione quanto nell’amministrazione di una città o nella stesura di una manovra finanziaria. Perché se si può esser certi che una società giusta e funzionante non sarà mai un assolo in Do maggiore, rimane sempre viva la speranza che, col dovuto sforzo, questa possa senz’altro assumere le sembianze di uno spartito a tante voci

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Che con l’approssimarsi delle scadenze elettorali ogni voto conti, per chi si candida, è una tautologia cinica sulla quale è difficile non trovare un consenso pressoché unanime e trasversale. Che strutture e sigle con “peso” maggiore siano le più ricercate, poi, una sua conseguenza logica altrettanto autoevidente.

Naturalmente non è tutta e sempre una questione di raffinato calcolo. A volte, più prosaicamente, è l’amara constatazione che, nel tentativo di coprire ogni spazio e ogni tema, si è lasciato scoperto un fronte che si era abituati a dare per scontato, ma che scontato non è per niente.

Dunque ben venga, dopo anni di maretta lamentata da più parti, l’apertura dell’amministrazione a una discussione il più possibile condivisa con le sigle sindacali, a proposito del piano di sostegno a quel poco che resta del ceto medio cittadino (qui). Un po’ meno benvenuta, pur comprendendone le ragioni umane al termine di un mandato che ha visto scontri piuttosto accesi, la deminutio riservata a quei sindacati che, pur non avendo spessore numerico e modalità degli omologhi confederali, rappresentano comunque una parte non indifferente della società civile bolognese (qui). Ma non c’è motivo di dubitare che anche su questo aspetto, con la buona volontà di tutte le parti in causa, si possa piano piano correggere la rotta.

Del resto, quando si parla di sindacati, giova sempre ricordare la lezione di pragmatica politica che una dozzina di anni fa l’ex ministro Cesare Damiano, durante uno scontro televisivo su LA7, impartì a un pretoriano del renzismo qual era al tempo – e forse è ancora? – Gennaro Migliore. Perché per quanto li si possa odiare o amare, criticare o difendere, in democrazia le rappresentanze dei lavoratori saranno sempre, soprattutto a sinistra, non soltanto portatrici più o meno efficaci di legittime istanze, ma anche «milioni di voti» della cui opinione è decisamente opportuno tener conto. Soprattutto laddove le regole del gioco prevedano la possibilità non tanto remota di un ballottaggio.

Ciò detto, guardando il bicchiere mezzo pieno, il fatto che un grande partito geneticamente moderato come il Pd torni a collaborare assiduamente con realtà e mondi tradizionalmente legati alla sinistra, secondo dettato di Elly Schlein fin dall’inizio della sua segreteria, non è soltanto la riprova che, votandola, gli elettori del suo partito l’hanno vista ancora una volta più lunga dei suoi iscritti. Bensì la dimostrazione empirica che in un’epoca di vacche magre come questa, ai ducismi tanto in voga a destra non si risponde coi dirigismi e i ghe pensi mi, ma con una sana dose di ascolto e condivisione collettiva delle scelte, per quanto faticosa possa essere.

Un principio che vale tanto nella costruzione di una coalizione quanto nell’amministrazione di una città o nella stesura di una manovra finanziaria. Perché se si può esser certi che una società giusta e funzionante non sarà mai un assolo in Do maggiore, rimane sempre viva la speranza che, col dovuto sforzo, questa possa senz’altro assumere le sembianze di uno spartito a tante voci.

Ed è proprio questo il motivo per il quale, ai tempi belli dell’Ulivo, la chiamavano “concertazione”.


Un pensiero riguardo “La chiamavano “concertazione”

  1. Sindacato di Piazza oppure di Teatro, ironia amara,….
    Concertazione, tutto pianificato e tutto sotto controllo, il risultato poi e’ stato evidente, ci portiamo ancora i lividi e ci lecchiamo le ferite per scelte impopolari

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