Bolognese, invece

L’intenerimento per il dialetto, sempre meno parlato e sempre meno capito, ha una parte importante nella rinascita dei localismi: per coltivare le radici, rinserrarsi tra «nuèter», tracciare i confini di casa nostra. Anche la Regione Emilia-Romagna, come altre Regioni, persegue «la difesa e la valorizzazione dei patrimoni linguistici locali», finanziando annualmente numerosi progetti. Ma non tutti vanno bene

di Ugo Berti Arnoaldi, ex dirigente editoriale


Sono ormai più di quarant’anni che il leghismo nelle sue varie trasformazioni si è insediato nella vita politica italiana. Dalla trincea dell’oggi, verrebbe quasi da sorridere pensando all’entrata in scena di Umberto Bossi e della sua truppa sgangherata, ignorante e villana, ai riti ridicoli, ai marines caserecci della Liga che espugnavano Piazza San Marco. Eppure la Lega ha dato una forte spinta alla decomposizione non solo del sistema dei partiti, e quello magari era inevitabile, ma anche del sentimento di comunità nazionale e dell’autorevolezza delle istituzioni. Un disastro.

Il localismo italiano è stato sempre robusto, idoleggiando la piccola patria contro lo Stato. Rubbiani, che ha rimodellato tanto della Bologna medievale, scrisse una volta, da cattolico che aveva combattuto alla difesa di Roma nel 1870, che «la patria è più specialmente il Comune». Di questa sostanziale ostilità allo Stato si nutrono i sogni, le velleità, i vaneggiamenti dell’autonomismo, quando non dell’indipendenza. Dal separatismo siciliano a «Sa Sardinia a sos sardos», dalla Lega alla Liga, dalla Arnàssita Piemontèisa dell’ex maoista Roberto Gremmo all’indipendentismo toscano del pure ex maoista Renzo Del Carria. Dalla ricorrente rivendicazione di autonomia regionale della Romagna alla ridicola «Nazione Emilia» che per qualche tempo trovò spazio sui nostri muri.

È l’Italia delle cento città e dei mille campanili che ripiglia voce. Prove eloquenti se ne trovano anche nei nomi delle province più recenti: cinque hanno nome doppio, tre hanno nome triplo, e quattro hanno un nome che si riferisce non a uno specifico centro urbano, ma a un’area. Nel frattempo Forlì è diventata «Forlì-Cesena», Pesaro «Pesaro e Urbino» e, capolavoro, Massa-Carrara ha sanato il vulnus di quel trattino unificante diventando «Massa e Carrara», poi nel 2024 istituendo Carrara come co-capoluogo. Per chi non lo sapesse, in Italia ci sono sette province con due capoluoghi e una addirittura con tre. Guai a toccare la piccola identità locale.

Appartiene alla stessa tignosità campanilistica il fenomeno dei nuovi Comuni dal nome «geografico»: Alto Reno Terme che sarebbe Porretta più Granaglione, Valsamoggia che sarebbe Bazzano con altri quattro. Dietro questi nomi si immaginano accese riunioni di ogni possibile ente, purché locale, assemblee di cittadini, interpellanze. Nel Paese delle accademie, qualche volta le battaglie sui nomi possono essere più accese che le battaglie sulle cose.

Non poteva mancare l’aiuto del dialetto a coltivare le «radici», a rinserrarsi tra «nuèter», a tracciare i confini di casa nostra. E sotto il campanile in effetti, anche per chi non lo parla, il dialetto fa simpatia, come il linguaggio della pubblicità ha capito quando si tratta di tarare il messaggio su un mercato locale. «Azdora, i limóun!», avvisava settimane fa, con l’accento sbagliato, un cartello di Citrus sui viali; mentre a Milano l’invito era «Sciura, i limùn!». Niente di originale: come elenca un bel libro recente (Franco Brevini, In parole povere. I dialetti italiani tra memoria e futuro, Bollati Boringhieri), nel tempo diverse aziende hanno fatto ricorso al dialetto: Ikea, Diesel, Mars («Chisto è ’o paese d’ ’o Mars”), Lufthansa per la tratta Bari-Milano, Easyjet per gli annunci di bordo in alcune tratte regionali, Nutella, Galbani, Chiquita. Magari fa un po’ impressione che un’impresa di servizi funebri abbia deciso di chiamarsi Funerèl. Meno fuori luogo che la Buca Manzoni, vecchia trattoria rinnovata, nell’insegna aggiunga al nome «cunpâgn a prémma», ed esibisca un menu in otto lingue di cui la seconda è il bolognese; si sa, in dialetto la cucina bolognese è più verace, i turtléin, la murtadèla… Una ditta di restauri edilizi basata a Bologna, AhRCOS, nei suoi cantieri propone avvisi come «Brîṡa parchegèr. Mègga fèr l’eṡen» scritti con un sussiego scientifico che non tiene conto che la maggioranza di chi legge di sicuro non ha mai incontrato i caratteri dell’Ipa, l’Alfabeto fonetico internazionale, e soprattutto che quasi il sessanta per cento dei cittadini bolognesi non è nato a Bologna. 

Può piacere o meno quest’uso ammiccante del dialetto, ma fin qui non fa male a nessuno. Meno bene quando le istituzioni, le Regioni in particolare, si mettono in moto per «la difesa e la valorizzazione dei patrimoni linguistici locali», con leggi che promuovono la raccolta delle testimonianze dialettali (favole, racconti dei nonni), spettacoli di teatro e canti, ricerca, supporto a pubblicazioni, ma anche l’insegnamento del dialetto.

In Emilia-Romagna, la legge 16/2014 finanzia per centomila euro all’anno progetti che rientrino in questo quadro; per il 2026 su 62 progetti presentati ne sono stati ammessi 23, molti legati a manifestazioni pubbliche. In anni precedenti, a dire il vero con piccole cifre, è stato finanziato anche un progetto di «Insegnamento del dialetto nelle scuole dell’infanzia e primaria». Regioni a governo leghista hanno proposto l’insegnamento del dialetto a scuola e può darsi che l’eventuale autonomia differenziata finisca per introdurlo. Pazienza: come sa chi ha studiato un po’ di storia della lingua, i fenomeni linguistici non si possono né controllare né pilotare, perché «le persone parlano come hanno voglia di fare e non perché gli viene detto di parlare in un certo modo», come giudiziosamente osserva Brevini. Continueremo a parlare nel nostro bell’italiano pieno di inglese e di dialetto.

Nei bandi finanziati dalla Regione nel 2021 ce n’è uno presentato dal Comune di San Lazzaro di Savena che richiede un commento particolare. Intitolato «Valorizzazione degli antichi toponimi ed odonimi del territorio», ha portato alla duplicazione dei cartelli stradali con il nome del comune e delle sue località: a San Lazzaro si affianca San Lâżar, alla Cicogna la Zigâggna, alla Ponticella la Pundgèla, e via. Con questa trovata la Regione ha finanziato quello che località leghiste, con spirito leghista, hanno realizzato da tempo. A Bergamo Bèrghem, a Varese Varès, eccetera; e in Emilia a Sassuolo, a Mirandola, a Bondeno.

Ora, le istituzioni non parlano in dialetto, gli emiliani non sono una comunità dialettofona né una minoranza linguistica da tutelare. Dunque ascoltiamo le divertenti canzonette di Carlo Musi e il geniale Mingardi di Xa vut dalla vetta, leggiamo quel po’ che vale la pena leggere (personalmente consiglio L’Urland furious tradutt in bulgnes da Eraclito Manfredi e oggi le poesie di Stefano Delfiore), cantiamo pure La fira ed San Lazar oilì oilà, però le istituzioni sono una cosa seria e usare i cartelli per opzioni politiche, tale è il dialetto paraleghista, ma anche aggiunte come «Comune denuclearizzato», un tempo frequente, non va bene.

Nemmeno, duole dirlo, appendere striscioni al Palazzo Comunale. E toc e dài la zirudèla.


6 pensieri riguardo “Bolognese, invece

  1. succede che ti possa far sentire a casa e scaldarti il cuore, ti fa’ condividere momenti mai accaduti,
    il dialetto è traditore…. ricordi di una Città oppure Paese a misura di uomo, ma poi scandagliando nel particolare non rimane quasi nulla.
    Viaggio intorno al ricordo.

  2. Tonino Guerra scriveva che in dialetto non si può parlare di Dio ma si può parlare con Dio .
    I dialetti sono stati definiti paesaggi dell’anima.
    Registi come Fellini ( Amarcord) ,scrittori come Pasolini, poeti come Raffaello Baldini, per non parlare di Camilleri attingono al dialetto.
    Chi ha radici salde può dialogare con tutti.
    Solo chi è insicuro e privo di radici si rinchiude nel particulare.
    Demonizzare i dialetti e regalarli alle destre è sbagliato e ridicolo.
    Come se l’unico modello fosse il consumatore consumista omologato in tutto il mondo.
    Privo di profondità di estetica e di etica.
    Ecco perchè le cosiddette sinistre perdono.
    Omologate al consumismo imperante.

    Peraltro la legge regionale sui dialetti è stata la prima in Italia nel 1994, poi ripresa nel 2014 e proposta dai verdi di allora con il sottoscritto.
    Offre qualche briciola a chi salva un patrimonio culturale in estinzione
    Patrimonio comune..
    Sono ben altre le spese da tagliare.
    Contributi a chi inquina aria terra,acqua e ci fa ammalare per il suo profitto.
    Viva i dialetti.

  3. Sono Stefano Rovinetti Brazzi e per anni ho curato il progetto di didattica del bolognese che il sig. Berti Arnoaldi tanto critica nel suo articolo. Rispondo quanto segue.
    1. Le conoscenze glottologiche del sig. Berti Arnoaldi sono davvero lacunose. Senza che egli lo dica esplicitamente, è chiaro che per lui i dialetti sono una corruzione dell’italiano. Così però non è: i dialetti derivano direttamente dal latino parlato nelle diverse località del nostro paese, sono sistemi linguistici autonomi e non possono essere considerati ‘scorretti’.
    2. Né io né i miei collaboratori abbiamo mai messo in discussione la funzione della lingua nazionale né abbiamo voluto attentare all’unità del nostro paese.
    3. Il progetto che ho curato per anni è basato sul principio dell’inclusione perché il dialetto è stato insegnato a tutti i bambini, di qualsiasi provenienza. Sottolineo che l’apprendimento del dialetto è sempre stato visto con favore dalle famiglie d’origine straniera che nella conoscenza del dialetto vedono un mezzo per integrarsi nella comunità locale.
    4. I dialetti italiani sono fra le migliaia di lingue minoritarie a rischio d’estinzione in tutto il mondo e vale la pena preservarli. Studi autorevoli a livello internazionale hanno dimostrato che chi parla la lingua locale o nativa a fianco di quella dominante, ha una maggiore consapevolezza di sé, ottiene risultati migliori a scuola e all’università ed è più attivo e più propositivo a livello sociale.
    5. È bene chiamare i dialetti lingue locali visto che, come ricordato, si tratta di sistemi linguistici autonomi. Contrapporre lingua nazionale e lingua locale è sbagliato ed è davvero fonte di pregiudizi e di esclusione: perché dovrei vergognarmi della lingua della mia famiglia, dei miei antenati e dei miei suoceri?
    E poi mi dica, sig. Arnoaldi: in che lingua crede parlassero i partigiani che tanto hanno contribuito al riscatto del nostro paese? Le ricordo anche che il fascismo era ostile ai dialetti: ogni commento mi pare superfluo.

    Stefano Rovinetti Brazzi

  4. Bravissimo Stefano Rovinetti Brazzi.
    Il film del regista bolognese Giorgio Diritti “l’uomo che verrà” sulla strage di Marzabotto non a caso è girato in dialetto o lingua locale.
    Anche molti immigrati apprendono con favore modi di dire nella lingua locale.

  5. Ennesimo articolo che la fa fuori dal vaso, come la chiusa con il fastidio ostentato (adesso il partito ha cambiato idea) contro i comuni denuclearizzati, presa di posizione importante di migliaia di consigli comunali negli anni ’90, dimostra abbondantemente.

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