Se fossero le strade di Minneapolis

Un essere umano è stato immobilizzato dalla polizia a Bologna e dopo alcuni minuti di agonia, agevolata da percosse e dall’utilizzo di uno spray ad altezza faccia, ha perso la vita. Il tutto è stato ripreso da un video che non lascia particolare spazio a interpretazioni di chissà quale tipo, eppure nelle dichiarazioni immediatamente successive è partita la corsa delle istituzioni a chiedere chiarezza e verità, come se non fossero già davanti agli occhi di tutti. Per quale motivo, viene da chiedersi, se qualcosa succede a Minneapolis non temiamo di dire che siamo davanti a un pericolo per gli standard democratici dell’occidente mentre se succede nella nostra città sembriamo cincischiare, aspettiamo. Il sindaco ha chiamato, con coraggio la manifestazione per chiedere chiarezza, il Pd è stato più lento. Eppure “è stato morto un essere umano” in un intervento dello Stato

di Andrea Femia, digital strategist cB


Un essere umano è stato immobilizzato da due agenti di polizia a Bologna. C’è un video, lo ha visto praticamente mezza Italia e parte del mondo. Un video completo, in cui si vede senza troppa possibilità di interpretare diversamente il fatto, il momento in cui la persona immobilizzata, Abderrahim Fakir, chiede aiuto, evidenziando il suo stato di totale fatica, probabilmente agevolata dall’avere due uomini addosso che lo pressano contro l’asfalto che a quell’ora – tra le 12 e le 13 – a Bologna è praticamente una griglia.

In quegli attimi, uno dei due poliziotti che, giova ricordare, rappresentano lo Stato, e in quanto incaricati dallo Stato agiscono in funzione del mantenimento dell’Ordine pubblico, uno dei due, appunto, decide bene che per tenere a bada Fakir è opportuno usare uno spray da spruzzargli in faccia, presumibilmente, dalle testimonianze, al peperoncino. Senza lesinare colpi,  più volte, all’altezza delle spalle. Da come sembrerebbe, anche tra capo e collo, giusto perché non si sa mai che un uomo immobilizzato a terra, a pancia in giù, possa arrecare chissà quale spaventosa violenza dalla quale proteggersi. 

Dopo diversi minuti, Fakir muore. Presumibilmente proprio in quegli attimi le sue caviglie vengono avvolte per farci non si sa bene cosa, probabilmente una sorta di trattamento sanitario obbligatorio, viene da pensare, ma non è questo il punto. Il punto è che muore. Dopo aver subito pressioni sul proprio corpo per diversi minuti, disperandosi per il dolore e per la fatica come un ossesso con tutte le sue forze. Dopo essere stato picchiato. Dopo essere stato costretto a respirare malissimo, se non addirittura essere stato costretto all’apnea, avendo subito ad altezza volto l’effetto dello spray al peperoncino spruzzato mentre era a testa in giù, a petto in giù, a pancia in giù, a gambe in giù, a piedi in giù, con l’asfalto che ragionevolmente raggiungeva i cinquanta gradi, con due uomini di almeno ottanta chili ciascuno addosso. Il tutto con delle persone che indossavano i vestiti che generalmente fanno riconoscere chi lavora per la sanità, ma che per tutto l’arco della vicenda non hanno fatto niente: è il protocollo? Nessuno che, almeno a quanto si evidenzia, alzi il dito e dica: «Scusi, signor poliziotto, mi sa che questa persona è in difficoltà, proviamo a cambiare approccio, magari, se non le dispiace».

Eppure, per qualche strana ragione, si chiede di fare luce. Si chiede di fare chiarezza. Si chiede che le indagini vadano a fondo. Come se qualcosa di sconvolgente o di straordinario possa in qualche modo variare questo quadro. Che intendiamoci, è giusto per una questione prettamente giuridica  evidenziare se sia più responsabilità del poliziotto buono o del poliziotto cattivo: ma a livello sociale esattamente quale verità stiamo cercando che sia diversa rispetto a quella che è palesata davanti ai nostri occhi e che solo una qualche strana forma di perbenismo istituzionale può chiedere come se non fosse già chiara. Come se qualcosa potesse frenarci dal dire immediatamente: «Questa cosa è oscena, non deve succedere, come cazzo è stato possibile?». 

Per quale motivo, viene da chiedersi, se qualcosa succede a Minneapolis per azioni dell’Ice, o prima ancora della polizia con George Floyd, non abbiamo paura di dire che siamo davanti a un pericolo per gli standard democratici dell’occidente, tanto da usare la canzone di Springsteen per fare comizi e iniziative varie, mentre se succede nella nostra città cincischiamo, aspettiamo, valutiamo, pesiamo in modo pericolosissimo le reazioni, come se non fosse possibile semplicemente incazzarsi come le iene per ribadire ciò che è giusto. E poche cose sono giuste a livello oggettivo e il fatto che una persona non debba essere trattata così rientra tra queste. Non a caso in serata in piazza c’è stata una manifestazione popolatissima, con un seguito di scontri con le camionette.

Frequento ambienti, per ragioni familiari, in cui si pratica la politica delle istituzioni ai livelli più diversi da quando avevo dieci anni e ne ho trentotto, quindi non mi sfugge che una certa cautela nelle dichiarazioni sia naturale, ma cosa distingue la cautela dall’assurdo? Cos’è questo timore reverenziale che ci piazza una pallottola nello sterno e ci impone di stare silenti davanti a uno scenario così tanto chiaro?

In questo momento le istituzioni dovrebbero essere compatte e durissime nell’evidenziare che in uno Stato di Diritto quello che è successo non può succedere. Non è una questione da dibattere, non stiamo discutendo di come si ammanetta una persona o meno, stiamo parlando dell’abc del rispetto delle vite umane, per l’appunto evitare che possa considerarsi plausibile chiamare le forze dell’ordine e vedere una persona morire, qualunque cosa abbia fatto quella persona, posto che nel caso specifico pare non avesse fatto niente di rilevante, ma anche se avesse appena fatto la cosa peggiore del mondo, non deve essere questo il modo di agire. Non può esserlo, veramente insisto, questa cosa non può essere merito di dibattito o di discussione, altrimenti decidiamo che vale tutto.

Una piccola chiosa sul mondo che stiamo vivendo, sulle responsabilità dei media e forse anche della politica di chi insegue le narrazioni più distorte pur di non perdere cinque voti, senza accorgersi che ne perde cento. I social network, con i quali io lavoro da anni e quindi mi guardo bene dal definirli senza voce in capitolo, sono diventati una cloaca inimmaginabile di commenti che evidenziano un dato chiaro: quanto più si dà corda ad alcune narrazioni securitarie (evidentemente irrealizzabili tipo la remigrazione, tra l’altro), tanto più si finisce per assomigliare al popolo della Germania di Hitler e dell’Italia di Mussolini.

Abbiamo un oggettivo problema di freni nel linguaggio, le persone si sentono addirittura libere di umiliare e offendere i cadaveri, soprattutto se di origine africana. Se si cerca un qualunque post virale su questa vicenda, il tenore dei commenti è agghiacciante, ci sono motivi per dire che fanno più spavento della visione completa del video. Auspico che su questo, sì, si faccia luce; abbiamo una magistratura quasi sempre incapace di arginare il problema, si commettono migliaia di reati per mezzo scritto ogni giorno sui social network e non esistono ancora oggi, a 20 anni dall’apertura di Facebook, strumenti che non passino dall’azione della persona offesa, a meno di casi particolarissimi che si contano sulle dita di una mano.

Tutto questo è inaccettabile. Su questo le istituzioni dovrebbero trovare il tempo e il modo di collaborare per trovare delle soluzioni, senza genuflettersi ai modelli sociali imposti dalla Silicon Valley. L’Italia ha avuto la capacità di illuminare la via del diritto per una fetta significativa della storia moderna, sono questi passaggi che rendono gli Stati davvero grandi.

Aggiungo una riflessione personale sulla politica che in teoria dovrebbe rappresentarci. A distanza di quasi 48 ore dall’accaduto, se si entra sui profili social del Partito Democratico nazionale e della segretaria nazionale, Elly Schlein, c’è il solo post firmato Boccia, che con tutto il rispetto, non è esattamente ciò che ci si aspetterebbe dal più grande partito di sinistra d’Italia. Più in generale, questo silenzio nazionale, così come denunciato anche da Lepore stesso al quale va riconosciuto di aver avuto il coraggio di chiamare una piazza in un momento complesso, affrontando il rischio di toni ostili non solo da destra, rischia di darci la terribile indicazione che fatti così vengano relegati a notizie minori. E certamente, infine, spiace per gli scontri tra una minuscola fetta di manifestanti e le forze dell’ordine sul finire di serata, quando la manifestazione di piazza era già finita da un pezzo. Viene da chiedersi se prima o poi sarà semplicemente possibile farne a meno e lasciare il terreno dello scontro alle più sane contestazioni verbali.

Di seguito, la trascrizione del discorso che Yosra Fakir, nipote di Abderrahim, ha tenuto in piazza Maggiore nel corso della manifestazione

«Buongiorno a tutti. Sono Yossra, sono la nipote di Abderrahim Fakir. Oggi sono qui a nome della mia famiglia, con un dolore che è difficile anche solo raccontare, ma con la forza di chi non vuole che una vita venga dimenticata. Abderrahim non era un caso di cronaca. Abderrahim era una persona. Era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia, con dei sentimenti e con delle persone che lo amavano profondamente. Io sono la nipote più grande e per me essere qui oggi è un dovere. È il modo che ho per stare accanto alla mia famiglia e per dare voce a chi oggi non può più parlare. Quello che è successo ha lasciato dentro di noi dolore, rabbia e tante domande. In queste ore abbiamo visto la sua storia arrivare all’attenzione di tante persone, dei media e dell’opinione pubblica. Ma per noi Abderrahim non è mai stato e non sarà mai soltanto una notizia. Era una persona che meritava ascolto, rispetto e dignità. La cosa più difficile da accettare è pensare che in un momento di sofferenza e fragilità, quando una persona chiede aiuto, qualcuno possa non essere riuscito a proteggerla. E oggi noi chiediamo risposte.

Chiediamo che venga fatta piena luce su ogni momento di questa vicenda: su chi era presente, su chi aveva il compito di intervenire, su chi aveva la responsabilità di tutelare una vita. Chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme: quella di proteggere le persone, soprattutto quelle più vulnerabili. Per questo chiediamo che ogni comportamento e ogni eventuale mancanza vengano accertati con la massima attenzione. Se verranno accertate responsabilità, chiediamo che vengano presi provvedimenti adeguati e che chi non ha rispettato il proprio dovere non possa continuare a ricoprire un ruolo che richiede fiducia, equilibrio e rispetto per la vita umana. Un pensiero va anche a chi aveva il compito di prestare soccorso e assistenza. Anche lì chiediamo chiarezza: vogliamo capire se tutto ciò che poteva essere fatto è stato realmente fatto, perché ogni minuto, ogni scelta e ogni intervento possono fare la differenza tra la vita e la morte. Noi non siamo qui per chiedere odio. Non siamo qui per chiedere vendetta. Siamo qui per chiedere verità, giustizia e rispetto. Ringraziamo tutte le persone presenti oggi, perché la vostra presenza dimostra che Abderrahim non è solo un nome sui giornali. Dimostra che la sua storia è stata ascoltata e che la nostra famiglia non è sola.

Prima di concludere voglio ricordare una cosa.  Si chiamava Abderrahim Fakir. Ed era mio zio. Non era un numero, non era una notizia, non era un caso. Era una vita. Era una persona amata. E qualcuno oggi ha deciso di portarmelo via. Noi continueremo a chiedere verità per lui. Per Abderrahim. Per la nostra famiglia. Perché nessun’altra persona debba mai vivere quello che lui ha vissuto. Grazie».


Un pensiero riguardo “Se fossero le strade di Minneapolis

  1. Concordo in pieno i commenti sui social sono vergognosi e mi fanno pensare che non c’è speranza in un mondo migliore il pd il finto partito di sinistra sempre timoroso nel prendere posizioni e gli scontri di piazza che la destra userà a suo favore per atrofizzare ancora di più i cervelli già decomposti di una grossa fetta della popolazione di questo sventurato paese in mano a politici di un livello talmente basso che ripeto mi toglie ogni speranza. Il video è talmente crudele che solo nella mente di gente senza cuore può avere un interpretazione diversa da quello che è sotto gli occhi di tutti. Io sono già vecchio ed anche un po’ stanco di lottare ma vedere un paese ridotto così mi intristisce notevolmente ed egoisticamente mi viene sempre più voglia come fanno purtroppo moltissimi giovani di andarmene in altri paesi europei che sicuramente non sono perfetti ed hanno problemi anche loro ma dove si vive più dignitosamente. Mio babbo diceva che forse gli italiani si sveglieranno quando avranno già le pezze nel culo ma probabilmente sarà troppo tardi. Buona giornata

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