Scomparso a novant’anni uno dei magistrati più conosciuti di Bologna. Rigoroso e dalla grande cultura giuridica, bonario e sempre disponibile allo scambio di battute con i giornalisti ma altrettanto sempre attento a non violare il segreto istruttorio e a tutelare lo svolgimento delle indagini. Si occupò tra l’altro degli “anni di piombo”, delle stragi dell’Italicus e alla stazione, dell’omicidio di Marco Biagi compiuto dalle nuove Br
di Antonio Giovannini, giornalista
«Una vita improntata all’onestà intellettuale con inesauribile dedizione al servizio delle Istituzioni e della Giustizia». Con queste parole la moglie Nicoletta e la figlia Ilaria, a tumulazione avvenuta, hanno annunciato con un necrologio la scomparsa a 90 anni di Luigi Persico, uno dei magistrati più conosciuti di Bologna, che dopo molti anni trascorsi alla Procura, tredici dei quali da procuratore aggiunto, era passato, a inizio 2009, alla Procura generale presso la Corte d’Appello, dove aveva concluso la sua intensa carriera.
Con poche e misurate parole hanno tratteggiato quella che è stata la vera essenza di Persico, magistrato rigoroso e dalla grande cultura giuridica, bonario e sempre disponibile allo scambio di battute con i giornalisti ma altrettanto sempre attento a non violare il segreto istruttorio e a tutelare lo svolgimento delle indagini.
«Tra i momenti più significativi del mio servizio alla Procura – ricordava anni fa – il colloquio con il presidente Sandro Pertini, il 2 agosto 1980, nel quale potei confermare che quel tragico evento in stazione era una strage terroristica. Poi le indagini sulla scomparsa della piccola Sara Jay (la bambina di nove anni violentata e uccisa nel 2001 dal convivente della sorella, ndr), con il commovente momento in cui aprii la cerniera del sacco in cui era stato occultato il cadaverino, e il primo immediato sopralluogo dopo l’assassinio del professor Marco Biagi», ucciso nel marzo 2002 dalle nuove Br.
In magistratura dal 1965, quando era già abilitato come procuratore legale ed era assistente volontario alla cattedra di diritto processuale civile del professor Tito Carnacini, fu sostituto a Ferrara e poi pretore a Forlì, dove tra l’altro si occupò dell’inquinamento del fiume Ronco, che gli valse il titolo di “Pretore di Puzzolia”, una frazione del Ravennate dove erano più intensi gli effetti dell’inquinamento del corso d’acqua. Nel ’70 Persico passò come sostituto alla Procura di Bologna trattando importanti processi degli “anni di piombo”, tra cui l’uccisione del brigadiere dei Cc Andrea Lombardini. Fu uno dei primi omicidi della stagione terroristica degli anni Settanta: il comandante della stazione di Castello d’Argile venne assassinato a 34 anni il 5 dicembre 1974, mentre si apprestava a identificare gli occupanti – poi risultati dell’area dell’autonomia – di un furgone sospetto, i quali stavano per rapinare a scopo di autofinanziamento un portavalori con gli stipendi del vicino zuccherificio di Argelato.
Indagò anche sul terrorismo nero, dall’Italicus nel ’74 – dove durante un sopralluogo sui binari di San Benedetto Val di Sambro rinvenne personalmente un frammento dell’innesco elettrico della bomba, che non era stato ancora trovato – alle prime tappe dell’inchiesta sulla strage alla stazione, in pool con gli allora colleghi pm Attilio Dardani, Claudio Nunziata e Riccardo Rossi. Dall’82 e per sette anni pretore a Modena, diventò poi consigliere alla Corte di appello di Bologna e nell’84 tornò in Procura. Da procuratore reggente, tra le molte inchieste, avviò quella sull’omicidio Biagi e si occupò del “Cinzia-gate”, il caso che prese il nome dalla donna, Cinzia Cracchi, che con le sue dichiarazioni portò il sindaco di Bologna Flavio Delbono alle dimissioni nel 2010.
Il mondo della comunicazione ricorda ancora oggi una sua frase, emblematica del suo stile: «Se facendo rassegna stampa un Pm non apre almeno un fascicolo, c’è qualcosa che non va».

Luigi Persico lo piango e lo rimpiango per molti motivi. Nelle circostanze fortunatissime della mia vita professionale un posto importante lo occupa lui. Da studente di Legge, molto in crisi perchè avevo capito quando oramai ero troppo avanti negli studi che non avrei mai potuto fare il magistrato penale, come invece avevo sognato all’inizio (non sarei mai stato capace né di chiedede né di dare un ergastolo) ebbi modo di fare un turno trimestrale da aiutante ufficiale giudiziario. Molto ben pagato, per altro.
Fui di fatto assegnato a seguire il processo per la strage dell’Italicus. Persico fu il primo Pm d’udienza, sostituito tempo dopo, quando divenne pretore, da Riccardo Rossi. Per uno studente di legge essere pagato per vedere un processo di tale importanza, con i più bei nomi del Foro e di altre città italiane, era una bazza, come si dice a Bologna. Era come vedere Perry Mason. Persico era di stratosferico livello oratorio, arguto come un Hercules Poirot e teatrale come Tino Buazzelli. Coltissimo. Uno splendido giurisperito. E disponibile al dialogo, nelle pause del processo. Mario Tuti, uno dei tre neofascisti imputati poi assolti dall’accusa, e il suo camerata Pierluigi Concutelli, chiamato a deporre come imputato di delitti connessi, durante un’interruzione raccontarono a me come uccisero nel carcere di Novara, durante l’ora d’aria, il neofascista di Avanguardia Nazionale Ermanno Buzzi. «Lasciatemi stare, sto male», li imploŕò. «Tranquillo – disse Tuti al “traditore”, così come mi riferì – che tra un po’ non sentirai più nulla. E gli strinsi un laccio di scarpe al collo mentre Concutelli gli schiacciava gli occhi». C’erano nomi grossi del giornalismo, che capirono e mi chiesero cosa mi avessero detto. Ovviamente la storia divenne titolo in tutti i giornali. E io capii che forse fare il giornalista fosse un modo per dare un futuro anche ai miei studi giuridici e un senso ai sacrifici dei miei genitori. Il fato fu generoso. Divenni cronista giudiziario all’Ansa e Persico fu a lungo il procuratore aggiunto che teneva i rapporti con la stampa. Ogni giorno dunque, per anni, entravo nel suo studio odoroso di tabacco da pipa, che fumava come Maigret. Per anni ho fumato pure io la pipa, fuguriamoci se non mi faceva piacere. Parlare con Persico era divertente ma soprattutto utile. Le sue erano lezioni di diritto e di giornalismo. Aveva la statura per potersi permettere la spocchia ma non la ebbe mai, a differenza di tanti suoi colleghi che la ostentano senza alcuna ragione oltre alla toga che indossano. Era un gigante. Addio, Luigi. In Paradiso non troverai quei lestofanti che hai consegnato alla guustizia terrena. Darai lezioni di vita e di diritto a persone perbene come te
Ci ha lasciati un uomo perbene, che ha attraversato e vissuto, umanamente e professionalmente con impegno e passione civile, anni terribili per il nostro Paese e per Bologna in particolare. Quando oltre trenta anni fa giunsi in Procura come sostituto mi accolse con garbo ed affetto, cosa non scontata nel mondo giudiziario. Nel novembre 1994 come comunità e Procura venimmo travolti e sconvolti dall’arresto della banda della Uno bianca. Dopo poco tempo Luigi Persico mi accordò completa fiducia affidandomi la gestione di tutti gli innumerevoli gravissimi fatti di sangue consumati a Bologna e provincia. Fu uno sforzo immane ma l’ho sempre ringraziato per avermelo fatto compiere. Quando divenni Procuratore Aggiunto ereditai la sua stanza, la sua elegante lampada da tavolo e il gradevole odore del suo tabacco da pipa che, per un po’, mi fece compagnia durante il lavoro.
Ciao Gigi, riposa in pace perché siamo in tanti ad averti voluto bene.
Valter Giovannini